Natale e dintorni
Roberta Bedosti - 13-03-2004
Adolescenti






Le vacanze di Natale erano talmente vicine che in classe c' era un' insolita allegria, una piacevole eccitazione che faceva aumentare il brusìo sopra i livelli di guardia.
- Arriva, arriva - gridò Cristian dal suo posto di guardia e corse al posto.
Scattarono tutti in piedi, mentre la professoressa Ariberti entrava col suo passo pesante e con la solita aria frettolosa e insoddisfatta. Anziché rispondere al loro saluto preferì esordire con:
- Ho corretto i compiti e sono una vera tragedia . Irene distribuiscili e fate l' autocorrezione -.
Cadde il silenzio sul lavoro concentrato della classe, finché un ragazzo andò a chiedere un chiarimento. Fu allora che la donna esplose.
- Io mi domando se vi rendete conto che quest' anno avete l' esame ….-
Le parole continuavano a uscire dalle labbra troppo cariche di rossetto, mentre Paolo mostrava ad Irene l' immagine di una leonessa con la criniera pettinata come la Ariberti. La ragazza si nascose dietro il compagno davanti per poter ridere, senza essere scoperta.
-… se non studiate…-
La voce arrivava così stridula che Veronica avrebbe voluto tapparsi le orecchie, avrebbe voluto sentire ancora la voce dell' attrice che interpretava Giulietta, continuavano a risuonare nella sua testa i tono bassi e vibranti " e in cambio del tuo nome prendi tutta me stessa "
- ..all' esame cosa credete di potervi arrampicare sugli specchi?…..-
Cristian teneva gli occhi sgranati, fissi sull' insegnante e " vedeva " le parole che uscivano dalla sua bocca e si trasformavano in alte pareti di cristallo su cui lui e i compagni si arrmpicavano come in una colorata gara di free climbing.
- Cristian si può sapere che cos' hai da ridere ? - urlò l' insegnante.
- Non sto ridendo prof. -
- Come no, ridi e non te ne accorgi nemmeno; vieni fuori e vediamo se c' è tanto da ridere -
Il ragazzo si alzò con la testa bassa come un animale votato al sacrificio. L' insegnante cominciò a scrivere sulla lavagna, mentre tutti si affrettarono a copiare.
- Vai avanti tu adesso -
Cristian raccolse il gesso come una sfida e facendo appello alla sua straordinaria memoria cominciò i primi passaggi, poi si fermò pensoso. " Accidenti" si ripeteva " eppure ieri ho fatto lo stesso esercizio, ma non può essere così" Lanciò a Fabrizio un appello disperato.
- Adesso non ridi più eh ?- la prof. sogghignava, dondolandosi sulla poltrona. Il vestito aderente le si era appiccicato al corpo, mettendo in evidenza una pancia non proprio piatta e due cosce non proprio snelle. Cristian non poteva fare a meno di immaginarla in palestra, impegnata a sudare su una cyclette. Simulò uno starnuto che soffocò in un fazzoletto per non scoppiare a ridere..
- Prof, c'è un errore - esordì Fabrizio timidamente.
L' insegnante si alzò di scatto, si aggiustò gli occhiali sulla punta del naso e si avvicinò alla lavagna.
- Dove c' è un errore? Che cosa dici ? -.
- Sì, prof, c'è un errore - Cristian colse la palla al balzo - per quello che non riuscivo ad andare avanti -.
- Ma come ti permetti? Vai al posto. Non sai niente e…-
- E' vero prof, io l' ho fatta due volte, viene sempre così, deve esserci un errore - insistette Fabrizio
La donna ancora più arrabbiata, prese a camminare su e giù per la classe starnazzando
" presuntuoso" e " vuoi prendere il mio posto ? " o…finché Irene alzò la mano.
- Sì ? Dimmi Irene - rispose la Ariberti ,improvvisamente gentile.
Irene si alzò andò alla lavagna cancello un segno davanti alla parentesi graffa e rifece tutti i passagi coi nuovi calcoli. L' insegnante teneva gli occhi incollati alla lavagna e sorrideva di fronte alla sicurezza della ragazza, compiaciuta come una madre orgogliosa.
- Bene, brava - prese in mano uno dei tanti fogli che aveva buttato alla rinfusa sulla cattedra e controllò - sì, è vero, ho sbagliato a copiare un segno, tutti possono sbagliare -.
Tornò alla cattedra e al suono della campana si mise ad assegnare i compiti, mentre il solito brusìo discreto riprese a serpeggiare nella classe.
- Restate ai vostri posti, non sono ancora uscita dall' aula -
In quel momento la Pittignani fece capolino dalla porta.
- Vado, vado. Te li lascio tutti questi maleducati presuntuosi - e si avviò nel corridoio, dove incontrò una collega su cui rovesciò tutta la sua indignazione.






Sara entrò in classe col solito sorriso affettuoso, in realtà cercava di dominare l' irritazione che la collega di matematica riusciva sempre a suscitarle. Mentre si toglieva il cappotto pensò che forse bisognava capirla, aiutarla anziché criticarla, ma le riusciva sempre più difficile. Decise di non lasciarsi intristire. Quello era il " gran giorno " dei provini. Avevano lavorato sodo lei e Barbara , tagliando, modificando, fino ad ottenere un copione snello, secco, adatto a ragazzi così giovani. Un progetto ambizioso " Giulietta e Romeo " attraverso il '900: storia e letteratura in un gioco d' incastri tra epoche, atmosfere, musiche, abiti e testo rigorosamente shakepeariano. Quando tentava di spiegare a qualcuno il progetto, vedeva solo facce perplesse, ma lei, Sara, aveva tutto in testa, lei lo vedeva sul palcoscenico. Guardò i ragazzi che stavano godendosi i pochi momenti di rilassamento che sempre gli concedeva e per un attimo ebbe un brivido di paura. " Se non ce la facessero? Se il progetto fosse troppo ambizioso? " Avevano retto bene a tutta la " preparazione ".Nella lettura del copione qualcuno aveva già dimostrato una certa attitudine per un ruolo preciso e si erano tutti così appassionati alla storia d' amore di Viola e Will in " Shakespeare in love " che alla fine c' era un gran via vai di fazzolettini di carta. Si alzò con decisione.
- Forza ragazzi, tirate indietro i banchi -
- Non viene la prof. Cavenaghi ? - chiese Rashid che ogni volta che si apriva la porta sperava di vederla comparire.
- Sì, sì dovrebbe arrivare, ma intanto cominciamo senza di lei. Chi vuol provare la prima Giulietta? -
Si alzarono parecchie mani.
- Va bene, proviamo la prima scena Maria, tu provi la nutrice e Irene mamma Capuleti. Maria si avviò verso il palcoscenico come se andasse al patibolo e Irene cominciò a torcersi le mani in preda all' agitazione. Samanta volle provare Giulietta e sparò le battute a raffica come a un quiz televisivo.
- Maria, tieni occupate le mani, non so, fingi di fare qualcosa…. di spolverare, di mettere dei fiori in un vaso……e tu Irene fai uscire la voce, non si sente niente, proviamo un' altra Giulietta -.
Ines si precipitò a sostituire Samanta: un vero orrore. In quel momento entrò Barbara, in punta di piedi, accennando a un saluto con la mano, per non interrompere la prova. Si accomodò vicino all'amica.
- Come va ? -.
Sara le lanciò uno sguardo espressivo.
- Ho capito da suicidio -, poi scoppiò a ridere ai goffi tentativi di Maria di infilare immaginari fiori in un' improbabile bottiglia.
- Prof. proviamo la scena del balcone - suggerì Samanta che sperava di poter recitare con Paolo.
" Sì, auguri " pensò Sara, che, delusa, cominciava a vedere i suoi dubbi diventare realtà. Si guardò intorno e incrociò gli occhi brillanti di Giulia e Veronica.
- Che ne dici di Giulia ? o è meglio Veronica ? - sussurrò alla collega.
- Facciamole provare, Giulia prova tu con…..Fabrizio -.
Un sommesso brusìo accompagnò questo nome. Finalmente qualcosa cominciò a " girare" e il sorriso tornò sulle labbra delle due insegnanti.
- Bravi - esclamò Barbara - c' è molto da lavorare, ma non è male come prima prova -.
Sara guardò Veronica: le mani stringevano nervosamente l'astuccio per non piangere.
- Veronica prova tu -.
La ragazza lanciò a Sara uno sguardo di sorpresa e gratitudine e poi avvenne un piccolo miracolo. Veronica sapeva già la parte quasi a memoria e si muoveva verso il suo Romeo con una trepidazione e una dolcezza che incantarono tutti. Il silenzio era così carico di energia che sembrava di essere in un vero teatro. Gli occhi di Veronica si posavano su Fabrizio come se lo accarezzassero e la sua voce raggiungeva toni drammatici, perfino troppo drammatici, ma innegabilmente era l' unica che si era dimenticata di Veronica e stava diventando solo Giulietta. Sara chiuse gli occhi soddisfatta " Sì, forse ne poteva uscire qualcosa di buono " e i compagni applaudirono calorosamente.






Maria era tanto agitata che ogni volta che squillava il campanello o suonava il telefono si precipitava a rispondere, temendo che fosse qualche compagno con la giustificazione dell' ultimo momento. Era la prima volta che faceva una festa ed era felice dell' adesione in massa della classe, ma ogni tanto veniva presa dal panico e con la sua fervida fantasia immaginava rocambolesche avventure che avrebbero impedito alla maggior parte dei compagni di partecipare. Insieme a Chicco, il suo più caro amico, si mise a controllare le pizzette, i pasticcini, le bibite, i CD, poi all' improvviso sbottò:
- Secondo te, sinceramente, come sto con le lenti a contatto ? -
Chicco la guardò un po' perplesso: era difficile per lui guardare Maria. Si erano rincorsi all' asilo, avevano giocato alle elementari, avevano studiato insieme alle medie….." Che posso dire ? " rimuginava il poveretto.
- Stai bene - rispose infine con un sorriso convincente. " Ecco cos' aveva di strano, mancavano gli occhiali " pensò, mentre l' aiutava a spostare un tavolino.
Maria aveva cercato di addomesticare la sua capigliatura selvaggia con qualche grazioso ornamento femminile, ma nonostante la cura con cui aveva scelto la felpa e i pantaloni, lo specchio le rimandava l' immagine, poco soddisfacente , di un' adolescente magra e un po' legnosa. Quanto a Chicco, anche lui portava in giro il suo corpo magro e alto come un attaccapanni che non sapeva dove collocare e aveva quell' andatura rigida dei ragazzi cresciuti troppo e troppo in fretta.
- Sai ho messo le lenti così almeno nessuno mi prenderà più in giro per gli occhiali, lo fanno già abbastanza per la mia " r "- esclamò lei.
- Non farci caso, sai benissimo che ti trovano tutti molto simpatica - sdrammatizzò lui -.
In quel momento il campanello suonò. Maria scattò in piedi.
- Buon compleanno - fece lui - la festa comincia - e cercò di sfiorarle la spalla con un gesto che avrebbe potuto essere tenero, se non fosse rimasto un goffo tentativo d' incoraggiamento rimasto a mezz' aria.
La casa si riempì di voci, di gridolini, di musica troppo alta, di lattine stappate su pantaloni nuovi, di urli, ritorsioni, penitenze.
- Tempo scaduto, tempo scaduto - gridava Cristian allora gliel' hai dato questo bacio ? -
Paolo e Samanta rientrarono nella sala tra i sorrisetti maliziosi dei compagni.
- La prossima penitenza si fa qui - propose Michele - e noi cronometriamo quanto dura il bacio. Qualcuno aveva messo l' ultimo CD di Anastacia e nessuno seppe resistere al richiamo irresistibile.
Jachima, la ragazza negra, ballava con Jack , il filippino. Si muovevano come una coppia di ballerini professionisti, con un tale senso del ritmo e una fantasia di variazioni che per un attimo tutti i compagni si fermarono a guardarli. Jachima che era sempre così silenziosa, un po' staccata dagli altri, esprimeva un' irrefrenabile gioia di vivere. Cristian la fissava affascinato, come se la vedesse per la prima volta. Fabrizio gli passò una mano davanti agli occhi.
- Ehi, ti sei incantato ? -
- Beh, per forza, io mica lo potevo immaginare che ballasse così…-
- E' vero - osservò Fabrizio e ha anche un bel corpo -.
- Ma tu ti metteresti con lei ? - gli chiese Cristian a bruciapelo.
- No, perché ha un brutto carattere - e si allontanò arrossendo un po' imbarazzato.
Irene passava in rassegna i CD, come se ne cercasse uno, per nascondere la rabbia che le bruciava le guance.
- Era soltanto una penitenza - cercò di consolarla Giulia .
- Lo so benissimo, ma hai visto la faccia trionfante di Samanta ? -.
- Cosa ti aspettavi, sono quattro mesi che sbava per Paolo, finalmente è riuscita a rubargli un bacio per penitenza……-
- Sai che penitenza ! - sibilò Irene sempre più tesa.
- Arriva il playboy, non dargli soddisfazione - le sussurrò l' amica, allontanandosi. Per bere un' aranciata.
Paolo si avvicinò a Irene, restò per un attimo a guardarla in silenzio, poi ruppe il ghiaccio.
- Posso accompagnarti a casa ? -
- Non accompagni Samanta ? - chiese lei ironicamente.
- No, vorrei accompagnare a casa te - insistette lui prendendole il Cd dalle mani - anche a me piace, lo metto ? -
- Sì - rispose lei con un filo di voce - .
Per un po' la musica cancellò ansie, speranze, rancori. Suscitò qualche sorriso, finché tutti cominciarono a parlare del compito d' inglese e di come avrebbero potuto convincere la prof a rimandarlo. Ricominciarono battute, risate, poi, pian piano, cominciarono a sciamare a piccoli gruppi.
Maria si ritrovò con Chicco e Giulia che si erano offerti di aiutarla a sistemare la casa.
" Sì è stata una bella festa " pensava finalmente rilassata e c'era persino stato qualcuno che le aveva detto che stava benissimo con le lenti a contatto.






Fu durante le vacanze di Natale che finalmente Veronica trovò la risposta alla domanda che stava diventando un' ossessione " Che cosa farai da grande ? ". In casa ognuno voleva dire la sua: suo padre, architetto, la spingeva verso il liceo scientifico, la zia, professoressa d' inglese, verso il liceo linguistico, la madre, molto creativa, verso il liceo artistico e lei si sentiva sballottata qua e là senza capire perché avrebbe dovuto scegliere questo o quello.
Poi un giorno suo fratello le aveva detto:
- Vuoi venire con me alle prove ? -
- Sì - aveva risposto di getto, ma si era subito pentita. " Che cosa ci andava a fare alle prove della recita del liceo ?" L' avrebbero guardata con sufficienza e lei si sarebbe rannicchiata in una poltroncina, lontana da tutti per rendersi invisibile. Ma le cose andarono diversamente.
L' atmosfera che si respirava era di grande affiatamento, tutti si scambiavano battute e ridevano forte, finché il regista, un ragazzo appena più grande degli altri, ottenne un momento di silenzio.
- Oggi proviamo tutta la prima parte, ho fatto ancora dei tagli, perciò occhio al copione, tenete una penna a portata di mano. Cominciamo - .
- Veronica non perdeva una battuta, uno sguardo. Avrebbe voluto essere Ippolita, Titania, Ermia, Elena, perfino Puck. Era affascinata dalla velocità del folletto che si muoveva come se non toccasse il pavimento. Ammirava la pazienza del regista e rabbrividiva quando alzava la voce per sgridare qualcuno.
- Sei in ritardo, sei in ritardo. Di nuovo ridagli la battuta, qui deve entrare Silvia.
- Non c' è - rispose una voce.
- Perché ? - chiese il regista un po' seccato - non mi ha detto niente -.
- E' uscita un' ora prima , all' improvviso - rispose un compagno di classe.
Fu allora che Veronica vide suo fratello avvicinarsi al regista e sussurrargli qualcosa. Il ragazzo si girò proprio verso di lei.
- Vuoi provare tu? Tuo fratello dice che sei brava, sono poche battute -.
Veronica si sentì sprofondare, lanciò al fratello uno sguardo carico d' odio e si avvicinò al regista con le gambe tremanti. Lui le disse due parole sul personaggio e lei prtese in mano il copione terrorizzata. Il ragazzo che doveva provare la scena le sorrise calorosamente. Lesse le prime battute.
- Va bene, ma alza la voce - la incoraggiò il regista.
All ' improvviso le sembrò di avere davanti Fabrizio. Conosceva bene quella sensazione di essere innamorata di qualcuno, che non si accorgeva di lei e così entrò totalmente nel personaggio. Recitò le poche battute con passione, fino ad avere gli occhi lucidi per le lacrime trattenute.

Poi si sedette di nuovo nel suo angolo silenziosa e rilassata fino alla fine della prova, quando il regista le si avvicinò e le diede un biglietto.
- Tuo fratello aveva ragione, sei brava. Hai bisogno di una buona scuola però. Non perdere questo indirizzo -.
Veronica prese il biglietto emozionata e si avviò verso casa col fratello.
Improvvisamente tutto le era apparso chiaro. Avrebbe fatto una scelta qualsiasi per accontentare il padre o la madre, ma avrebbe certamente frequentato quella scuola di recitazione. Voleva annullarsi in un personaggio, voleva vivere quella forte emozione, non una volta, ma infinite volte. Voleva sentire quel silenzio, carico di tensione e, alla fine, voleva sentirsi di nuovo svuotata e felice.


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