Prova d'ascolto
Emanuela Cerutti - 05-04-2001
J.M. ha 15 anni. Bella ragazza Serba. Arrivata in Italia nell’ottobre 2000, ha ancora negli occhi le immagini del rifugio in cui scendevano gli inquilini del suo condominio, una casa alta, nel centro di Belgrado. E, nelle orecchie, il rumore di bombe e sirene. J., alle prese con il corrugamento terrestre e con gli angoli al centro, di notte piange, perché fa brutti sogni. Piange perché è convinta che gli Italiani la pensino cattiva. Piange perché “cattivo era Milosevic”, ma lei se ne sente “figlia”. Ultimamente, J. piange ogni volta che non capisce qualcosa.
L.L., 14 anni, viene dal Punjab, ma non sa trovare il nome della sua città sulla cartina. Non capisce (o fa finta?) che madre, padre, fiore o montagna si possono dire in altre lingue, oltre all’Inglese e all’Italiano, per esempio nella sua. Quando sorride sembra un rajà, ma dura un attimo.
Pensa a lungo, prima di parlare, come ricostruendo lentamente catene di significati lontanissimi, come ridisegnando i confini di un territorio inesistente.
Alla domanda” Have you got Italian friends?”, però, risponde istantaneamente, ed è un no che sa di orgoglio, rassegnazione, senso di realtà.
I.S., 15 anni, di fresco arrivo dal Maghreb, sgrana gli occhi davanti alla “Batteria di prove per l’Orientamento”: <1) Tra questi 5 vocaboli trova il significato di…..> e via con segni incomprensibili, senza utilità, motivazione, fascino. Una specie di slot-machine, dove la fortuna deciderà della tua competenza lessicale. Nessuna alternativa.
Viva la pluralità dei metodi, viva l’adeguarsi ai tempi e alle situazioni, viva il tempestivo accorgersi, da parte delle Equipes accreditate, che qualcosa è cambiato, nell’universo scolastico.
J.,L:,I:, alunni stranieri, sono solo i campanelli d’allarme, la punta dell’iceberg, l’elemento di rottura per abitudini pigramente consolidate.
Ma quanti italianissimi Sandro, Simone, Marika, Francesco…,piangono se non capiscono, fingono certezze, sparano a caso sulla rosa che determinerà la loro possibilità di successo?
Quanta incomunicabilità dovrà ancora passare sotto i ponti delle proprie responsabilità educative, prima di definirci insegnanti?
Insegnare, recita l’antico etimo, è imprimere segni, riconoscere tracce, percorsi, storie.Ma di quale mostruoso animale possono essere, a volte, le impronte lasciate?
Vi racconto due storielle.
La prima: anni 60. Uno scricciolo alto una spanna, iscritto al corso di nuoto presso la sua scuola elementare, allora all’avanguardia (dicevano), vuole passare dai “principianti” ai “bravi”.La regola è: l’intera vasca per ogni stile, senza pause. Ok per la rana, ok per il dorso,ma il crowl è difficile: non si coordinano i movimenti con il respiro. Il maestro sottovaluta, non capisce, ride degli spruzzi affannati. Fulminea la decisione: per fare tutta la vasca non devo fermarmi, perciò non respirerò.Cocktail di paura, incoscienza, coraggio, ottimismo, per uno scricciolo così piccolo.
Un successo: il passaggio di categoria apre la porta alle gare cittadine, mai di crowl. Oggi lo scricciolo, cresciuto, non sa fare che poche bracciate, a stile libero,senza farsi riprendere da quel senso di soffoco con cui ha ingaggiato la sua lotta. Sensazione finale: un’occasione sprecata ed uno spreco di energia.
La seconda: anni 00. Partecipazione scolastica, rappresentanze, formazione, autogestione……Come distruggere un nemico, che, diventasse troppo cosciente, troppo serio, rappresenterebbe un vero ingombro per tante sofferte sicurezze? Sottilmente, subliminalmente, senza darne l’aria.
E così il rappresentante di classe perde le spiegazioni, ma non le interrogazioni (queste benedette assemblee…ah, hai studiato, va bè, era solo un controllo, il voto lo mettiamo un’altra volta); perde anche giustificazioni scritte, che, per la miseria, un colpo di vento beffardo fa improvvisamente uscire dal registro; perde il rispetto, forse, ma non la grinta, e i costi sono messi in conto. La stessa sensazione finale di inutilità.
A questo punto mi chiedo: se i prossimi pubblici concorsi prevedessero, oltre alle tradizionali indagini disciplinar-pedagogiche, anche una prova d’ascolto, alla presenza magari della futura utenza, cosicché il candidato debba interpretare segni apparentemente casuali, codici inusuali e tentare la costruzione di una storia talmente bella e talmente ben raccontata che lo studente si trovi, suo malgrado, a spegnere il Walkman, deporre il cellulare, raddrizzare la schiena e, perché no, sorridere? Se chi ben comincia è a metà dell’opera, non sarebbe un buon inizio per l’avventura conoscitiva?

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