Il Nulla
Naila - 27-01-2004
“Le accarezzò i capelli.
Era dolce e pallida. Il suo respiro era debole, quasi svanito.
“Per un attimo ho pensato che fossi morta, piccola Occhi Belli”.
Non sapeva se lei lo potesse sentire. Era svenuta da qualche ora ormai.
La vedeva spesso al Circolo, ma lei non si era mai accorta di lui ed ora se ne stava lì, priva di forze, sul suo letto.
“Io mi sono accorto di te, Occhi Belli. Ma non per lo sguardo, non per il nome. Per il tuo cuore”.
Passò una notte intera accanto a lei. Si chiamava Kevin ed era stato parte del Circolo per tanto tempo, ma aveva capito che quella non era la sua strada. Tuttavia, poiché tutto ciò che possedeva era solitudine, di tanto in tanto tornava per osservare, in silenzio.


Il giorno dopo Naila si svegliò.
Non parlarono, nessun pensiero attraversò le loro menti.
Vi era un grande nulla intorno a loro. Naila si era persa.
Nel pomeriggio uscì di casa. Lo ringraziò semplicemente con uno sguardo, ma lui seppe capire. Faceva freddo, un freddo tagliente.
Era riuscita soltanto a chiedergli di Mel.
“Ha capito qual è il suo compito, ma sa che per lei non c’è più speranza”, aveva risposto lui e poi le aveva dato qualche indicazione sui luoghi dove avrebbe potuto trovarla.
Naila era completamente dominata dal nulla.
Entrò in un bar di periferia semi buio, il ragazzo dietro il bancone la guardò stupito. La conoscevano tutti, pur non avendola mai vista.
Seduti ad un tavolo, in fondo a destra, c’erano quattro ragazzi. A sinistra, un signore anziano con lo sguardo triste e profondo.
Passò nella saletta del retro. Non c’era nessuno, ad eccezione di una ragazza che sorseggiava un caffè.


Naila le si avvicinò, nel portacenere vi erano cinque o sei mozziconi di sigarette. La conosceva troppo bene per non capire che era lì da non più di due ore.
“Hai da accendere, Mel?”
Mel e Naila, ancora insieme. Mel aveva tagliato i capelli, quei capelli che erano sempre stati biondi e lunghi come la sua storia.
La storia di Mel, ora, era finita.
“Ho fatto un sogno, qualche notte fa. Ho sognato che un ragazzo veniva da me per dirmi che la mia vita a breve si sarebbe spenta, ma che mi rimaneva un compito da portare a termine…”.
Esitò per qualche istante.
“Tu sei il mio compito, Naila”.
Cento, mille volte aveva pensato a come dirglielo, ma alla fine riuscì soltanto a non mentire, a dirle la verità nel modo più semplice che le venisse in mente.
Sapeva che Naila si sarebbe arrabbiata. Sapeva che il suo orgoglio avrebbe complicato le cose. Era certa, però, che l’avrebbe ascoltata.
“Non ho bisogno d’altro che di te. Non voglio che tu faccia niente. Voglio te, Mel. Non fare cazzate”.
Mel stava rischiando di perdere Naila. Si poteva aspettare di riuscire a salvarla come di lasciarsela sfuggire per sempre.
Ordinarono altri due caffè e un bicchiere d’acqua naturale. Poi, si accesero una sigaretta insieme.
Naila aveva paura. Si rendeva conto che era tempo di prendere una decisione: poteva morire, oppure vivere. Ci provava con tutti gli sforzi possibili, ma non riusciva a capire quale delle due strade valesse la pena di percorrere.
Mel la guardava. Non avrebbe potuto fare niente, se Naila avesse scelto di morire. Ma se avesse scelto la vita, l’avrebbe allontanata dal Circolo a tutti i costi.
“Scelgo di morire, Mel, se rimango al Circolo. Scelgo di vivere se me ne vado. Ma allo stesso tempo il Circolo è la mia vita, mentre là fuori ho paura di morire”.
Il nulla continuava a regnare nel suo cuore. Non temeva né amava né la morte né la vita.
Mel desiderava solo aiutarla. A volte era la sua ombra, a volte la sua scia luminosa. Ed ora aveva scelto di concludere e di concludersi prendendola sotto la sua ala, regalandole se stessa in modo che potesse essere più forte, più sicura. Aveva scelto di darsi completamente a lei, cosicché Naila, due cuori in uno, potesse resistere.
“Cosa faresti per me, Mel?”
“Non te lo posso dire, tesoro”.
“Non ho bisogno di te, ce la faccio da sola. Non dipendo da niente e da nessuno. Sono libera, Mel, non devo scegliere”.
Mel la guardò triste, scosse la testa.
“Se così fosse, Naila, se davvero tu fossi libera, adesso non starei osservando quei démoni che ti oscurano gli occhi”.
Tornò nuovamente il nulla. Era un oblio insopportabile, incolore ed insapore.
Naila chiuse gli occhi, ma non riuscì più a sognare come aveva sempre fatto.
Divenne nervosa, non poteva aver perso la sua purezza. Aveva giurato di non cambiare, aveva promesso a Mel, a se stessa e a Mizar che non avrebbe mai abbandonato la sua innocenza.
Ora, invece, era colpevole di essere venuta a meno del patto, di non aver tenuto fede alla sua parola. Era sprofondata nel Circolo, completamente.


La Scelta



Si era trovata seduta in camera sua senza nemmeno rendersene conto, immersa in un ricordo lontano, pallido, effimero. Fu ridestata da un messaggio che inspiegabilmente aveva trasformato quel ricordo in realtà.
“Devo parlarti. Mizar”.
Mizar era tornato all’improvviso, spezzando quella statica situazione di apatia mista a tristezza. Mizar… l’ultima volta che aveva parlato con lui era stato quattro o cinque mesi prima, quando ancora non conosceva l’oscura forza del Circolo, quando ancora tutte le sue energie provenivano da lui, unica sua ispirazione, unico amante, unico amore. Eppure le sembravano passati anni interi, forse addirittura tutta una vita. Aveva continuato a sentirne la presenza, ad immaginarlo accanto a lei in modo così impercettibile e discreto, ma a poco a poco anche il suo ricordo si era affievolito, impallidendo insieme ai sogni ed alla triste vita della piccola Naila.
Ed ora eccolo di nuovo. Mizar.

Non aveva nemmeno avuto il tempo di concentrarsi su quella nuova sensazione che già l’avevano chiamata a tornare al Circolo, strappandola bruscamente da quel timido bagliore di luce che lui le aveva riportato. Era il 3 gennaio. Era il compleanno di Mizar.

Naila doveva occuparsi delle solite Commissioni, ma tutto ora era nuovo.
Guerra era con lei, nel suo animo contaminato, nelle sue ombre. Ora, Guerra la odiava, poiché non poteva amarla. Da quella sera in cui si erano avvicinati al punto di fondersi l’uno con l’altra, Guerra aveva capito che Occhi Belli avrebbe trovato la forza per lottare e per annientare il Circolo. Così, da quel momento, lei era diventata la sua ossessiva possessione. Non avrebbe potuto sopportare una sconfitta nel vederla fuggire da quel perfetto terribile gioco.
Lei lo sapeva e ne aveva paura.
Lo vide all’improvviso. Lui diede nuovamente da bere e da fumare, ma questa volta vi era odio nelle sue intenzioni. Sopra l’intero Circolo regnavano invidia e inquietudine.
Per tutto il giorno Naila, nella sua confusione di sempre, bevve e fumò e dimenticò ancora una volta il mondo che la circondava. Dimenticò il messaggio di Mizar, il progetto di Mel e l’amarezza del cuore di Guerra.
Per tutto il giorno Naila fu assente, invisibile, completamente dispersa nel gioco. All’ennesimo sorso fatale, tutto cominciò a girarle intorno vorticosamente. Un forte sapore acido le prese la gola, neutralizzando ogni senso, chiudendola in un turbine nervoso e veloce. Veloce, tremendamente veloce, proprio come tutti quei giorni passati ad evitare la vita dimenticando i valori di un animo che avrebbe potuto combattere ogni limite, all’insegna delle speranze di una profonda esistenza.
Uscì lentamente da un Circolo sottoforma di locale. Tutto era molto più pesante, faceva fatica a respirare, a camminare, a guardare.
Doveva consegnare qualcosa a qualcuno, ma aveva scordato il motivo e il luogo e il senso. Non sapeva come fosse possibile, ma erano già passate quasi ventiquattro ore da quando aveva ricevuto il messaggio di Mizar.
Si sedette sul marciapiede di una strada rumorosa. Era già notte tarda, le prime luci del mattino sarebbero sorte al massimo dopo un paio d’ore.
Le macchine sfrecciavano veloci, gettandole in faccia il freddo di un inverno gelido ed infinito. Osservava i fari sfocati che si avvicinavano fulminei entrandole nello sguardo e poi fin dentro la testa. Un flash confuso le mostrò gli occhi verdi di Mizar che ridevano in un giorno di sole. Un secondo flash illuminò un bambino che aveva il sorriso più dolce che lei avesse mai visto.
Ad un tratto una macchina le passò troppo vicina. Suonò forte. Naila non si rese conto di cosa stesse accadendo, semplicemente si sentì sollevata all’idea che tutto, in quell’attimo, potesse finire.
Poi, si sentì trascinata via.
Qualcuno le aveva preso la mano e l’aveva tirata in dietro.
Kevin era davanti a lei, ancora una volta.
“Dolce Occhi Belli ho già risposto alle tue domande. Devi solo affrontare questa grande paura”.
Lui capiva ogni cosa.
Ciò che più tormentava Naila era l’idea di continuare a soffrire cancellando la causa del proprio dolore. Se si fosse allontanata dal Circolo avrebbe dovuto ricominciare portandosi dentro un male che avrebbe dovuto mettere da parte per forza.
Lui continuò a tenerla vicina a sé, le appoggiò dolcemente la testa sul petto e le fece sentire il proprio cuore.
L’aveva salvata di nuovo.
Come una bambina che non riesce a dormire, Naila rimase immobile, sperando che quel rumore profondo e sicuro le conciliasse un sonno sereno. Dopo qualche minuto si tranquillizzò.
Kevin la guardava con affetto, sorridendole e lasciando che la propria espressione le parlasse del mondo che sognava.
Così, le mostrò i legami tra le persone, il cielo e il mare che lei tanto amava, la capacità di entrare nell’animo di qualcuno per imparare a conoscerlo, per farlo diventare importante per noi stessi.
Attraverso il suo sguardo, le mostrò l’avventura di una bambina che cresce persa nel dubbio di non aver nulla in comune con chiunque altro e che si scontra con mille dolori che la lacerano sempre più profondamente. Ma le mostrò anche che quella bambina avrebbe potuto servirsi del male per ingrandire il proprio cuore e che dentro di sé si sarebbe portata per sempre un’immensa voglia di sapere, di conoscere, di tentare. Poi, l’accompagnò accanto a quella stessa bambina che era, ormai, diventata ragazza, pur continuando ad avere un animo fragile ed insicuro. Osservò insieme a lei i giorni che scorrono portando con sé qualcosa in più, poco alla volta.
Ora, la ragazza stava diventando grande e pian piano colmava il proprio vuoto. Con il passare degli anni maturava fino ad essere donna e si riempiva del mondo facendo tesoro di ogni emozione.
Kevin stava cercando di riportare Naila nel centro di quel periodo in cui, accanto a Mizar, ogni cosa era possibile, assolutamente priva di confini insormontabili.
“Era un periodo passato. Ora non sono più Alcor e Mizar, in realtà, non è più Mizar. Non vi è più ciò che ci legava un tempo, noi stessi abbiamo combattuto per eliminarci.
Forse non conoscerò più l’amore”.
Kevin le prese il viso fra le mani e sorrise. Quanta paura vi era ancora dentro di lei.
Ognuno di noi, una volta tradito, non torna più indietro.
La sicurezza di quella bambina era stata forzatamente spenta. Allora Kevin le accarezzò la punta del naso, le chiuse dolcemente gli occhi e la baciò.
Fu un bacio caldo, intenso, senza tempo né forma. Le loro labbra s’incontrarono nel cuore di una morbida tenerezza, guidandosi verso un’emozione sincera ed unica. Rimasero lì a lungo, in quello splendido momento, lasciandosi invadere l’uno dall’amore dell’altra.
Quando Naila riaprì gli occhi lui la stava guardando, tenendole ancora il viso fra le mani. Era così profondo, così dolcemente sincero, così vero.
Le aveva donato la speranza che aveva perduto nel labirinto del Circolo, illuminandole lo sguardo e scacciando le ombre che, a poco a poco, avevano invaso il suo animo limpido e sicuro.
In quell’abbraccio Naila sentì tutta la forza che aveva sempre avuto ed allo stesso tempo la forza di Mel, la sua tenera amica. Seppe che era stata Mel a chiamare Mizar e per la prima volta ebbe la certezza di poter finalmente superare ogni ostacolo.
Naila, in quel momento, scelse la vita.


La Sfida



Ora tutto stava finendo, ogni cosa, entro breve, si sarebbe sistemata. Ma come? Naila aveva scelto, è vero, ma adesso cosa ci sarebbe stato?
Non aveva idea di come si sarebbe dovuta comportare, c’era solo una grande paura che le invadeva il cuore. Paura di restare sola. Temeva che anche senza il Circolo quello che aveva dentro avrebbe continuato a ferire lei e chi le stava accanto.
Aveva bisogno della sua stella, di un punto di riferimento che non la tradisse più. Doveva trovare il modo di spezzare quel legame contorto e spietato che si era creato con il Circolo intero.
Ma adesso era davvero sola. Nessuno poteva più aiutarla, era l’unica in grado di porre una fine.
Decise di andare al Circolo. Guerra la stava aspettando.
Si guardarono negli occhi per un attimo e capirono che in quell’istante ebbe inizio la loro battaglia.
Guerra le diede da bere e da fumare. Naila abbassò lo sguardo e rifiutò.
Allora le ombre negli occhi di Guerra si mossero, il Circolo scomparve e divenne buio, grigio, spaventosamente privo di vita.
“Non puoi uscirne quando ti pare, sei schiava del giro ormai. So che i tuoi amichetti ti hanno confusa… ora sapremo chi è il più forte, Occhi Belli”.
Naila cominciò a sentirsi strana, aveva dei forti crampi allo stomaco, un calore impressionante le bruciò la pelle e il cuore. Si sentì lentamente sciogliere, vittima di una verità tagliente.
Mai fino ad allora aveva sentito così profondamente il Circolo dentro di sé.
“Dolce come una caramella e amara come un’illusione. Ricordi? Vi portai il mio Veleno dicendo di avervi donato la Luce. Era la mia trappola!”.
Le porse nuovamente qualcosa da mandar giù. Rimase con la mano aperta, tesa verso la piccola Naila impaurita. Era certo che avrebbe accettato.
Naila continuava ad avere delle fitte tremende allo stomaco e al torace, alle gambe e alla schiena.
Pianse. Pianse in modo nervoso, frenetico, irrazionale. Allungò la mano verso quella di Guerra e prese il Veleno. Ne aveva bisogno.
Guerra sorrise e si sedette. In quell’appartamento c’era solo un divano, per il resto era completamente vuoto.
Naila aveva paura, piangeva senza potersi controllare. Vide i dèmoni del mondo intero. Vide quella bambina che Kevin le aveva mostrato uccisa da un incontrollabile capriccio.
Tremò mentre un brivido le attraversò il cervello e mise in bocca il Veleno.
Avvertì quel sapore acido e amaro che le spezzò i nervi. Sapeva che a breve sarebbe stata meglio e che avrebbe vissuto un altro di quegli splendidi viaggi-sogni di sempre.
Ma sapeva anche che stava mandando in fumo la scelta di vivere e si rese conto che non voleva soffrire ancora.
Alzò lo sguardo all’improvviso, guardò Guerra con tutto l’odio che aveva in corpo e sputò.
Quella droga perfida le avrebbe fatto solo male.
Guerra si alzò. Era furibondo. Non poteva accettare un insulto simile.
La colpì forte, senza nemmeno guardarla. In quello schiaffo vi fu tutta la forza degli uragani e delle tempeste che regnavano nel suo cuore.
Naila cadde a terra e svenne. Aveva vinto pagando il prezzo dei suoi errori.
Chissà se quel rifiuto sarebbe bastato per sconfiggere Guerra. Naila sprofondò in un sonno tortuoso, come se fosse entrata in un coma profondo.
Sognò di guardarsi allo specchio e di vedere un grande vuoto dentro di lei che sarebbe rimasto lì per sempre. Fu travolta dall’angosciante idea di crescere come tutti gli altri, abbandonando quella magia che l’aveva sempre resa unica per paura di non sopportarne il prezzo.
Si sentiva un peso per chi avrebbe deciso di starle vicino in futuro, poiché aveva il terrore di perdere tutte le forze. Due cose, al Circolo, l’avevano resa dipendente: il Veleno e lo spietato bisogno di qualcuno che stesse sempre al suo fianco.
Col passare del tempo e con l’aiuto del coraggio che Mel le aveva regalato, avrebbe sconfitto la droga, ma niente e nessuno al mondo l’avrebbero mai resa capace di annientare la fobia della solitudine.
Quando si ridestò Guerra non c’era più.
Si alzò lentamente, ogni minimo rumore le rimbombava nella testa come un grande terremoto. Tornò a casa cercando in tutti i modi di allontanare una paura che continuava a tormentarla.
Tutto sembrava essere terribilmente difficile, dall’aprire la porta al togliersi le scarpe per buttarsi sul letto.
Era stanca, troppo stanca. Aveva voglia di Mizar.
Si sdraiò fissando il soffitto. Ancora una volta, pianse senza che il suo volto cambiasse espressione, senza che il mondo potesse udire la sua ira.
Ripensava a quello che era successo e tentò di ricordarsi da quanto tempo non dormiva. Era rimasta svenuta sul pavimento per circa mezz’ora quella mattina e la notte passata, accanto a Kevin, era riuscita a rilassarsi.
Eppure, non ricordava di aver dormito davvero, negli ultimi giorni.
Lasciò che i pensieri sfumassero nell’aria tiepida e sicura della sua camera, si raggomitolò sotto le coperte e si lasciò rapire dal sonno.
Dormì, anche se era giorno.


continua



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