L'albero dei passeri
Elio Arnone - 02-11-2003
Non mancava molto all’imbrunire.
Ad ondate, stormi di passeri si posavano dolcemente sulle foglie verdi del vecchio ficus accanto alla dogana, scomparendo alla vista.

Soltanto il cinguettio assordante ne faceva intuire la presenza.

Mi ero fermato incuriosito a guardare il cielo, meravigliato dal continuo arrivare di nuovi stormi, di venti, trenta passeri, che si univano al coro.

Venivano quasi tutti dal centro della città.

Avevano lasciato gli alberi dei corsi principali, appena potati, e quelli della villa comunale, richiamati dal canto insistito e gioioso, che dal ficus, si liberava nel cielo.

Come se si recassero ad una grande festa, ad un appuntamento da tempo atteso.

Ed il ficus, nel suo imponente splendore, sembrava attenderli sereno, quasi felice di essere il palcoscenico del loro concerto incantato.
Ed il cinguettio aumentava d’intensità ad ogni minuto che passava, in un crescendo irreale.

All’orizzonte, dietro il ficus, nubi rossastre annunciavano la sera, mentre passanti frettolosi sembravano ignorare quella insolita sinfonia.

Ero ancora lì, trattenevo il respiro, immobile, per ascoltarne la magia, quando scese, di colpo, la sera.

Tacquero i passeri, s’interruppe il concerto e la piazzetta ripiombò in un innaturale silenzio.
L’incantesimo era finito.

Anche l’albero, che il grande spettacolo della vita, pareva avere animato, ritornò alla sua placida immobilità.

Ma non si addormentò, continuò a vegliare sul sonno dei centomila passerotti amorevolmente abbracciati dalle sue foglie.


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