Gionata il borghese
Giuseppe Aragno - 04-10-2003
Dallo Speciale Racconti



Un uomo può vivere a lungo in un suo modo particolare, può svegliarsi ogni giorno alla stessa ora, fare le stesse cose per anni e continuare a credere di essere in grado, volendolo, di cambiare tutto, mettersi a fare il contrario e vivere al rovescio. Un uomo può non tentare mai la sorte e non arrischiare mai nulla, così, senza un motivo, semplicemente per paura di farlo, eppure continuare a credere che prima o poi la sua grande carta verrà, che l'asso comparirà nella manica e che sarà capace di giocarlo bene. Un uomo può persino non essere mai nato e tuttavia contare cinquant'anni e sperare di poterne contare ancora chissà quanti.
Finché in lui queste illusioni sono la realtà, per un uomo così fatto non esistono squilibri, non sono possibili incrinature: nel grafico dei bilanci della sua esistenza non c'è posto per le sfasature.


Per Gionata Rimani era stato sempre così. La sua era una vita dai grafici perfetti, il sogno di un navigato capitano d'industria: simmetrici, con sbalzi fisiologici e, ciò che più conta, senza nessun segnale d'un possibile crac.
L'illusione di Gionata era semplice: marito e padre perfetto.
Sì, l'illusione della sua vita era quella e, a dire il vero, il grafico dei suoi giorni si faceva veramente costante dacché s'era sposato. Prima no, prima qualche squilibrio c'era stato, per via di certi palpiti politici, di certi amori acerbi per la violenza delle squadracce - violenza ed amori prudenti, s'intende, che si manifestavano solo quando i neri erano in molti a forti addosso a pochi rossi.
Il balzo più forte l'andamento tranquillo dei suoi grafici l'aveva registrato al tempo delle sirene, degli allarmi e degli improvvisi richiami alle armi, quando portammo la civiltà in lande sperdute dell'Africa Orientale, decidemmo di spezzare le reni alla Grecia e domare la protervia bolscevica. Ma s'era trovato il modo, tra lui e il padre, d'evitare quell'impiccio grave della guerra: era una violenza imprudente la guerra e senza amore. No, non gli andava a genio.
La madre non l'aveva conosciuta e per il padre che moriva - c'era la guerra, morivano tutti - non c'era stato grande affanno. Certo, la guerra era stata terribile, per lui, con tutti quei giovani infilati entro le divise di mezzo mondo, ai quali occorreva spiegare che sì, sembrava forte e sano, ma era solo apparenza: Gionata era malato.


Finita la guerra - e messa sotto naftalina l'ingombrante camicia nera - ogni cosa s'era messa a girare per il verso giusto e s'era anche sposato. Ricordava ancora bene Gionata il giorno del suo matrimonio che l'aveva fatto d'improvviso marito; e ricordava ancora il viso della moglie in quella prima notte. Quanti impicci, che moine sciocche e che fatica far intendere subito a quel corpo bello e desiderabile sotto il peso del suo, che l'amore era quello.
Certo, poi talvolta gli era parso che ci fosse anche dell'altro, era venuto anche un sentimento strano, ma complicato, forse l'amore che gli diceva la moglie in quella prima notte, ma se n'era tenuto lontano e se n'era andato con quello ogni altro sentimento. L'amore era diventato un'abitudine necessaria.
I figli li aveva voluti, erano suoi, li amava. Di loro amava tutto, per loro lasciava correre cose che avrebbe dovuto impedire e prendeva però la sua parte. Per loro sognava e si faceva in quattro. I figli li amava a tal punto ch'era giunto a chiedersi a volte, quand'erano ancora bambini, perché si chiamasse Gionata ed aveva avuto paura che potessero vergognarsi di quel nome e di quel loro padre, di quel Gionata Rimani: per il nome, pensava, solo per il nome e null'altro. E solo per quello s'era molto turbato.
La sua illusione era d'essere marito e padre felice. Se n'era convinto via via che il tempo trascorreva senza dare scosse alla sua vita, se n'era convinto guardando i suoi figli crescere mentre invecchiava. Non che tra loro ci fossero gran confidenza e rapporti profondi. No. Anzi non capiva il loro volere per forza evadere e - non era portato per certe cose - non si spiegava da dove volessero evadere. Pensava che la nuova società s'era creata i suoi miti: qualunquismo, ad esempio. I suoi figli disprezzavano profondamente i qualunquisti e qualche volta se lo chiedeva se per caso egli fosse un qualunquista. Ma poi si tranquillizzava: non c'entrava nulla lui coi miti dei suoi figli. Lui era il padre - si diceva - ravviandosi i radi capelli sulla fronte stempiata e socchiudendo gli occhi bovini, raddrizzandosi gli occhiali ormai spessi sul naso lucido e tirandosi su i pantaloni che si assestavano fatalmente sotto la pancia gonfia: era un qualunquista borghese d'aspetto classico, apparentemente alieno da nevrosi.
Coi figli in realtà non si capiva, ma era un padre felice perché non s'avvedeva della cosa.
Non s'avvedeva nemmeno, in verità - ma in fondo perché avrebbe dovuto? - che la moglie sembrava ringiovanire più che invecchiare, mentre lui stava invecchiando velocemente; non s'accorgeva nemmeno che il lavoro lo prendeva, lo assorbiva del tutto - non era quello un alienarsi, un subire, un divenire senza volerlo nevrotico? - e che tra lui e la moglie l'amore non lo si faceva più e, a farlo, era amaro e senza fremiti. Lei non si rifiutava, è vero, ma non partecipava. Era distratta, a volta fredda.
Oltre quell'amore non ce n'era altro tra lui e la moglie, ma Gionata pensava, con un po' di gioia maligna, che anche la moglie era ormai vecchia e che sembrava giovane di fuori molto più di quanto poi lo fosse dentro. Concludeva così che poteva essere davvero felice.


Può sembrare strano eppure era proprio così. Senza aver capito i figli e senza esser da loro capito, senza amare la moglie e senza esserne amato, per Gionata la realtà era nell'illusione di essere un padre e un marito felice. Capita più spesso di quanto si creda e per questa illusione il grafico della sua esistenza mostrava un mirabile equilibrio.
Un'esistenza come quella di Gionata, insomma, così comune, così tranquilla, era di quelle destinate a seguire la norma e finire in un silenzio assoluto, senza rimpianti e senza fretta, come una candela, magari con un ultimo guizzo, con un gesto e una comica finali.

Come accade spesso, tuttavia, più importante è il suo compito, più danni una trave produce cadendo. Quando aveva avuto la certezza del tradimento della moglie, a Gionata era sembrato d'essere colpito da una grave malattia. Gli era capitato l'incidente sbagliato, quello più grave di tutti: a Gionata poteva andar bene il fallimento economico, la servitù allo straniero, l'infarto al miocardio, tutto poteva andar bene tranne quello: persino i figli sapevano. Da tempo, da prima che se accorgesse.
Una civiltà crolla con i suoi miti, un uomo con le sue illusioni. Per uno come Gionata, non c'è tristezza peggiore che esser costretto a girarsi ed a guardarsi indietro. Il vuoto è spaventoso ed è il vero dolore dell'uomo sconfitto dalla vita ch'egli stesso si è creato. Gionata ora si sentiva solo. Non aveva di che ricordare, non aveva a che attaccarsi: non un'idea politica, non un'iniziativa da prendere da solo e per se stesso. Nulla.
Motivi seri, argomenti capaci di convincere un uomo come lui a sentirsi in pace con se stesso - per gli altri, si sa, c'è sempre una maschera pulita e seria da mostrare e lo sapeva - ad aver voglia di mettersi davanti alla propria coscienza - anche lui ne aveva una, ed ora la sentiva - per ricominciare la farsa del padre e del marito felice, quei motivi seri che ci spingono normalmente a mentire persino a noi stessi, Gionata sentì di non averli. Nulla, nessun gesto eroico, nessun bambino da salvaguardare. No, solo due traditori complici della madre.
In questi casi la gente incivile spara ed uccide, quella "civile" ricorre alla legge.


Gionata non poteva fare entrambe le cose e non sapeva sceglierne una.
Era davvero solo, Gionata, e certe cose sono insopportabili quando non si è più giovani e non c'è più voglia d'inventarsi una menzogna per la quale vivere.
Il grafico di Gionata Rimani aveva così d'un tratto segnato una inarrestabile flessione: l'incrinatura era giunta alla profondità in cui la realtà, privata dell'illusione, trasforma un uomo in un pupazzo a cu la sorte si è divertita a tagliare i fili.
Gionata lo seppe subito. Gli rimaneva un solo modo per sopravvivere: impazzire.

23 maggio 1968


Base musicale : Canzone per l'estate - De André, De Gregori [ndr]


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