L’ala spezzata
Giuseppe Aragno - 20-05-2003
Il tempo e lo spazio hanno valore davvero soggettivo. Accade così che un episodio marginale, il sospiro di un istante venuto su dal profondo, là dove l’esistenza può sembrare periferia, lasci talvolta il graffio che ci scava dentro per il resto dei nostri giorni. Anni interi, vissuti nei luoghi centrali e canonici della nostra vita, possono invece passare – e di fatto talvolta passano - scivolando su di noi come acqua su roccia impermeabile, senza saziare alcuna sete: servono tutt’al più a scavare, entro la resistenza gelosa di un sentimento libertà che inconsciamente si oppone, i lunghi e profondi canali destinati a produrre rotture dolorose e meandri bui. Gli abissi nei quali ci perdiamo tante volte quando ci guardiamo dentro, a mano a mano che invecchiamo. Di tutto questo non avevo cognizione – e non potevo averne - a diciassette anni, allorché un improvviso bisogno di guardarmi dentro mi indusse a tentare il primo, precoce bilancio della mia vita e vidi profilarsi all’orizzonte un crocevia confuso in una nebbia putrescente che mi sembrò subito mortale. Così, nonostante i molti anni trascorsi, mi pare di ricordare oggi, che leggo la mia storia sulle pagine indurite della memoria e, mentre il tempo trascorso sfronda il superfluo, nel rapido rincorrersi e sorpassarsi dei giorni, riconosco il ripetuto dissolversi del presente invecchiato e ridotto a passato e l’illusione tenace che il futuro verrà.
Illusione - ora so - perché tutto il futuro di un uomo abortisce sulla soglia impalpabile del tramonto di un giorno che termina, proteso verso l’alba di un suo ignoto fratello che nasce, ancora nasce, e non ha scampo: è l’ennesimo presente che diverrà passato aspettando il futuro.
Così accade sempre.
Tutto il futuro di un uomo resta fuori del tempo e la condanna è spietata: vive in potenza e non si fa mai atto. Mai. Nemmeno una volta.
Non si vive il futuro e tutt’al più si sogna. Ma nessuno scrive la storia dei sogni ed il sogno non ha tempo.
Così, ripeto, mi pare che sia stato, oggi che racconto, perché in qualche modo ho appreso, in qualche modo ora so, che se talvolta, camminando lungo il tempo che ti è dato, ti pare di vedere non lontano da te uno snodo cruciale della tua vicenda, il crocevia su cui forse la tua vita può mutare d’indirizzo, il peso del passato fa velo all’intuizione e tu ti perdi: il futuro non c’è. Non lo trovi, non sai come si viva e se pure, a furia di cercarlo, lo senti a portata di mano, fai per acciuffarlo, t’affanni e credi di averlo in pugno, è un fantasma: svanisce o conduce per l’ennesima volta la tua caravella nell’America che non volevi. Come fossi Colombo, nella vita superi navigando le tue colonne d’Ercole sempre e soltanto per cercare l’India. E l’India non c’è mai, così che tutto è vano: muti inutilmente la rotta, inutilmente torni indietro e inutilmente cerchi nell’Oceano tutto uguale. Perdi tempo: il futuro è già passato. Ancora e sempre.
La vita va per altre vie. Ha bussole insondabili e spesso i fatti si succedono tra loro senza alcun rispetto della logica e delle regole del gioco.
Oggi lo so: la logica è una menzogna. Per questo metto insieme i tasselli scompaginati della mia vita - e le parole che la narrano - senza cercare il filo rosso delle successioni cronologiche. Se la logica è una menzogna, l’ordine cronologico è il succo della pazzia. Intorno ai diciassette anni, ma poteva accadere prima e dopo, quando la decisione di guardarmi dentro annunziò il mio primo faticoso bilancio, al tirar delle somme, ciò che davvero cercavo era di fare una foto al mio futuro. Ne ricavai ovviamente un’immagine sfocata, eppure ancora oggi che i decenni trascorsi stanno a guardia delle antiche emozioni, indicibile mi pare che sia stata la subitanea ripugnanza che mi procurò. Inspiegata e confusa, devo dire, ma ripugnanza.
Indiscutibilmente.
Quella sola immagine sfocata e malferma, quell’idea vaga e tuttavia sconvolgente che ne derivò mi convinse definitivamente. Indietro non sarei tornato. Decisi: odiavo il mio futuro, odiavo la vita preparata per me senza ch’io consentissi.
La odiavo. Una vita che del mio consenso non aveva nemmeno bisogno: come amarla o accettarla?
Mi preparai così ad una terribile e disperata battaglia: nessun cambiamento potevo sperare senza aver combattuto feroci e decisive battaglie. Era evidente. La foto sbiadita mostrava nitidamente tutto ciò che bastava: da anni mi trovavo per caso tra la gente, con la vita programmata secondo misure uniformi nel tempo e nello spazio. La famiglia, sebbene messa veramente male, la gerarchia e l’ubbidienza erano stati articoli di fede nel cuore dell’infanzia e le domande, più volte ripetute, non avevano avuto mai risposta. Su tre dogmi si erano a poco a poco inseriti postulati e corollari. Nessuna spiegazione: la verità è di per sé evidente e non si discute, sicché con le preghiere la bibbia laica aveva dettato anche le sue leggi. Ero in una gabbia invisibile fatta di obblighi non detti: ci aspettiamo da te. Tutto qui. Nessun comando, è vero, ma una pressione schiacciante. Totalitaria. Se deludi tradisci.
Il senso di colpa s’era fatto strada opprimente, a mano a mano che dentro maturavano rifiuti. L’autorità di mio padre era solo prepotenza, l’amore per mia madre un’atroce impotenza.
Mia madre.
Il progressivo spegnersi della sua dolcezza faceva strada ad un rancore irascibile e si annunziava a tratti in un’ombra tagliente negli azzurri occhi lucenti un po’ più stretti ogni giorno, un po’ più tesi – ed uno più piccolo dell’altro, vivo di vita propria in disaccordo con l’altro, come rispondesse ai comandi d’un altro cervello – in un inconsulto ed incomprensibile adirarsi che avrei presto imparato a conoscere. Nelle sue parole, nei suoi movimenti, persino nei suoi silenzi non sentivo più l’antica richiesta di aiuto - o di complicità, come pure era stato talvolta - ma irrequieta separazione, resa senza condizione a nemici ignoti nati entro il petto ancora florido che seguiva un moto del respiro anomalo, entro la testa ancora bionda coi capelli naturalmente ondulati e però più indocili, nemici ignoti, gnomi insinuanti, invisibili erinni ed una folla oscena di comparse laide che le urlavano ossessive le trame d’un inganno cui prestava un ascolto oraaddolorato, ora compiaciuto che la faceva annuire, come per qualcosa giunta a conferma di una ipotesi che infine si verifica esatta.
Tutto fu repentino e brutale, tutto volle dire chiusura. Persi in quei giorni la parte di sorriso che guarda al sole, e non l’ho ritrovata.
Da tempo mi portavo dentro il malessere della matematica alle ultime ore. Le ore in cui mi trinceravo all’ultimo banco, sbaraccando dal primo con la morte nel cuore. Per vincere la disperazione, interrompevo il contatto col mondo e mi perdevo tra accenti e sillabe di endecasillabi senza rima e vi stringevo puntigliosamente i candidi soles perduti di Catullo, che avevo eletto in quei mesi – ed ancora è con me - a mio antenato diretto e a nume tutelare di un cammino che non conoscevo. Quel giorno era andata peggio del solito. M’ero cercato apposta, dopo Fabullo “et omnibus cachinnis”, Catullo sprezzante con Cesare - posso ancora citarlo a memoria e non sbagliare il distico che mi affascinava, quel nil nimium studio, Caesar tibi velle placere, nec scire utrum sis albus at ater homo - e mi studiavo di trovare il ritmo più giusto e sorridevo persino, immaginando Cesare furioso, quando la mano tozza e pelosa del professore di matematica si posò sopra il foglio orgoglioso e fu la fine.
Lesse le prime parole ad alta voce e rinunziò a tradurre. Portò la mano melodrammatica alla fronte, usò toni comprensivi per la mia “discutibile abitudine a interessarmi di latino nelle ore di matematica”, ma, sostenne, “non potevo non essere d’accordo lui”: era l’ennesima prova di un mio “errore di valutazione nell’aver voluto frequentare il suo liceo scientifico”. Si fermò, attese una reazione che non venne, poi mi informò che tutti i miei compagni si stavano preoccupando di capire se “le leggi che governano la sfera si applicano anche al punto”. Passò infine all’attacco e domandò seccamente:
- Cosa pensa in proposito il suo Orazio?
I futuri scienziati della borghesia misero sul viso impaurito la maschera della neutralità: non intendevano immischiarsi, e pensai fosse giusto. Il silenzio che seguì fu innaturale. Il professore aveva ancora in mano il foglietto fitto dei miei tentativi di traduzione ed il prezioso e squinternato Stampini, acquistato per tre soldi da un ignaro robivecchi. Il colletto della camicia floscio e spiegazzato, la cravatta filiforme dal nodo appena abbozzato, gli occhiali doppi, i pochi capelli tirati all’indietro e il senso di sporcizia che ispirava il suo corpo tozzo mi si paravano davanti ostili e scostanti. Valutai gelidamente se valesse la pena di rispondere. Decisi che era giunto il momento di parlare e mi affidai all’istinto rabbioso che montava da dentro. Guardandolo, mi sembrò di vedere mio padre - era andata così dalla prima volta - e quel foglio che mi apparteneva portò il sangue alla testa.
- Catullo - cominciai lentamente, togliendogli dalle mani prima il foglio poi il libro - Catullo in tutti i licei, tranne che nel suo. Il punto diceva? Non ha dimensioni - e parlavo ormai come a me stesso - Come lei - sillabai - non ha dimensioni. Direi di no, direi che le leggi che si applicano alla sfera non valgono per il punto. Sarà certamente così e si potrà certamente sostenere anche il contrario. Lei non mi fa mai una domanda che prevede una sola risposta. Ce ne sono almeno due, sempre. Io ne trovo una e lei tira fuori l’altra. Orazio però non è Catullo e le cose stanno così: lei è un ignorante e un prepotente. Come uomo, professore, lei non vale nulla. Esattamente nulla.
Mi chiese di seguirlo in presidenza.
Lo spostai lentamente con la mano.
Arretrò senza contrastarmi, mentre mi avviavo alla porta. Uscii senza voltarmi e non mi fermò. Ora balbettava, consigliandomi di non farmi trovare in classe nelle sue ore.
- Non ci sarò - replicai - stia tranquillo.
Decisi per strada: basta con la scuola.
Non potevo certo saperlo, ma poche ore dopo avrei trascinato mia madre in manicomio.
Negli anni che sono seguiti, ho provato mille volte a ripercorrere la strada che feci tornando a casa quel giorno. Non ci sono mai riuscito.



continua

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