La Musica
Naila - 27-04-2003

“Occhi Belli è cambiata. Aveva promesso di rimanere se stessa, ma non c’è riuscita”.
“Non sono cambiata, Mel. Sono sempre Naila, solo che ora ho abbandonato la parte di me triste ed ancorata al suolo”.
“Ti sbagli, tesoro. Tu le ali le hai perse insieme a tutte quelle dolci cazzate che ti rendevano speciale”.
Mel parlava schiettamente a Naila, poiché sapeva di poterselo permettere.
Mel, ora, la guardava con occhi di rimprovero. Allo stesso tempo, però, si chiedeva come potesse rimproverare Naila, quando lei per prima era stata cambiata dal Circolo così crudelmente.
Per la prima volta Mel si sentì impotente. Il Circolo aveva svolto il suo gioco perfetto, aveva posto una barriera tra loro, in modo da evitare che si potessero aiutare a vicenda ad uscire dalle proprie gabbie.
Erano in trappola e unicamente loro stesse avrebbero potuto trovare la forza per liberarsi, se solo il Circolo non le avesse completamente disarmate.
Era tutto come nel viaggio-sogno di Naila: erano invincibili, ma non si rendevano conto del pericolo e non potevano farne a meno.
Ogni giorno, ormai, era diventato un incastro di doveri e costrizioni, necessari per raggiungere quel barlume di luce che prometteva loro qualche ora di falso benessere.
Guerra sapeva tutto ciò, poiché era stato lui stesso a progettarne i particolari.
Guerra era affascinato dalla perfezione del suo gioco e contemporaneamente soddisfatto di essere riuscito a coinvolgere la lucente Occhi Belli. Lei era il suo traguardo: egli aveva vinto, aveva intrappolato i démoni di tutti loro, ma soprattutto si era impossessato della purezza di Naila.
E, servendosi delle proprie tenebre, la stava oscurando.
Naila faceva le Commissioni.
Si trovava un giorno su una panchina del parco a scambiare qualcosa con gente tanto buia quanto Guerra, il giorno dopo in una stanza del Circolo con qualcosa da fumare tra le dita e una voglia sconsiderata di dimenticare.
E tra tutto questo perse di vista Mel.
A volte ne sentiva parlare ed il suo nome le appariva pallido e lontano, incastrato tra un viaggio-sogno e l’altro, qualche Commissione ed il tempo che correva fulmineo.
Spesso parlava, con gente che non aveva mai visto prima, di cose qualsiasi, senza senso, senza scopo.
Spesso si addormentava in posti sconosciuti, convinta di essere a casa.
Casa… qual’era la sua casa? Aveva dimenticato il calore della propria tana, aveva imparato a farne a meno.
Cominciò a fare a meno del cibo, dell’amore, dei pensieri, della vita. Non le servivano più i ricordi del mare o le stelle nel cielo. Non le serviva più il mondo che le ruotava intorno e lentamente anche il mondo imparò a fare a meno di lei. Chi fosse Naila non era più un problema. Quali posti frequentasse, nemmeno.
Un pomeriggio si svegliò su un divano di pelle appoggiato alla parete di un garage. C’era solo una finestrella quadrata dalla quale entrava un timido raggio di luce che sembrava aver paura di spingersi in quel luogo. Per il resto, il buio celava ogni profilo.
Sdraiate intorno a lei vi erano tre o quattro persone.
Non disse una parola e loro non si accorsero di lei.
Prese le sue cose ed uscì.
Fuori era tutto diverso. Guerra non c’era.
Naila cominciò a girare per le strade di una città che riconobbe sua solo dopo una buona mezz’ora. Era stordita, un terribile fracasso le rombava in testa, un frastuono senza fine che la innervosiva, la rendeva fredda, impassibile, cattiva.
Ad un tratto, con la coda dell’occhio, intravide dei colori.
Erano colori caldi, tranquilli, rassicuranti. Sembravano ipnotizzarla.
Erano i colori di un negozio di musica.
Si fermò e stette lì davanti, immobile, incantata ed impaurita.
Poi decise di entrare e la sua mente fu immersa dalle luci, dalle copertine dei cd e delle immagini delle pubblicità. C’erano scritte allegre e fotografie colorate dappertutto.
Naila sembrava una bambina in un negozio di caramelle. Era affascinata dalla magia di quell’atmosfera, come se non vi fosse mai entrata prima. Si avvicinò ad una cuffia ed istintivamente la portò alle orecchie.
Stette tutto il pomeriggio in piedi, con gli occhi chiusi ed un sorriso tenero sulle labbra. Ascoltava una musica semplice, tranquilla e variopinta e intanto le sembrava di viaggiare. Le note delle canzoni componevano man mano il paesaggio e Naila lo osservava, lo ammirava.
Passò per una strada che tagliava una costa alta e frastagliata, completamente circondata dal verde selvaggio delle piante, che lasciavano intravedere lo sfondo blu del mare. Un blu che diventava verde e che poi s’infrangeva sugli scogli trasformandosi in un bianco effervescente.
Viaggiò attraverso quel posto incantato che profumava di sole e di fiori, per poi ritrovarsi sulle cime grigie e viola delle montagne, nascoste dalle nuvole candide e leggere.
Viaggiò nella propria fantasia, finalmente estranea alle tenebrose preoccupazioni.
Sentì il tocco delle mani di Mizar che le accarezzavano le braccia dolcemente, rassicurandola e regalandole certezze.
In piedi, in quel negozio, sembrava esserci solo lei. Tutto il resto era grigio e banale, ma lei, lei era leggera ed infinita. Era grande come il mondo intero, era felice.
Quando uscì dal negozio Mizar la osservava. Era nell’aria e le scompigliava delicatamente i capelli, le disegnava i lineamenti del viso con un dito, partendo dalla fronte e arrivando sulla punta del naso, per poi percorrere il contorno della bocca e tornare su, ai lati degli occhi, e perdersi dell’immensità della sua mente.
Stettero insieme fino al mattino, lei sognante e lui invisibile, ma contemporaneamente terribilmente veri.
Mizar riempiva la sua vita e le dava un senso. Lei, profondamente, lo amava, poiché aveva bisogno di lui, fino in fondo.
Quella fu l’ultima volta che la dolce Naila sentì la sua presenza.
Fu l’ultima volta che seppe di averlo.


Il Male


Musica. Musica forte. Frastuono, lamento, paura.
Paura, luci, intermittenza, rumore e risate nervose. Un urlo. Un bicchiere che si rompe. Di nuovo musica, buio, lampi aria calda e pesante, persone, frastuoni, lamenti.
Paura.
Rosso. Rosso forte. Irrequietezza, immagini, flash, parole gridate, parole che sfuggono, mani, braccia, facce. Facce uguali, facce diverse. Confusione.
“Vuoi altro, Occhi Belli? Dimmi che ti manca qualcosa e farò in modo di fartelo avere”.
Naila non sapeva rispondere, non capiva.
“Avanti, prova ad ascoltare. Guerra ascolta e poi decide. Ascolta”.
Naila si guardava intorno e si sentiva persa nella propria agitazione. Non era in grado di trovare qualcosa di sbagliato in quel momento, eppure allo stesso tempo capiva che era tutto un errore.
Restarono in attesa, com’erano soliti fare. Guerra e Occhi Belli, opposti e simili nella stessa persona.
A Naila tornò in mente l’ultima frase di Guerra, come se fossero passati anni dall’attimo in cui l’aveva udita. “Ascolta”.
Provò ad ascoltare ma non poteva, poiché tutt’intorno, e perfino dentro di lei, non vi era altro che caos. Allora capì.
“Silenzio. Voglio silenzio”.
Guerra la prese per un braccio e la portò fuori. La sua stretta era decisa e tenera allo stesso tempo.
Si guardarono negli occhi. Lei intravide le ombre muoversi in quelli di lui. Ebbe un sussulto e si staccò dalla stretta.
Guerra la fissò per un istante e in quel momento vide tutta la sua vita, vide il mare, vide Mizar, vide le lacrime di Mel e la sua voglia di rivederla. Vide un grande vuoto e la mano di Alcor tesa verso il nulla che Mizar aveva lasciato. Vide l’odio che lei provava verso se stessa e l’amore infinito che sapeva donare alle persone.
Vide la paura che aveva avuto prima, prima di Mizar, prima di ogni cosa. Vide le domande di una bambina che non aveva mai avuto risposte.
Vide le schegge roventi che Naila si portava dentro.
Chiuse gli occhi e le tese la mano.
“Le mie ombre ti fanno paura, dolce Occhi Belli. Prova a guardarmi ora, ad occhi chiusi, senza ombre. Prova a chiudere gli occhi anche tu. Prova ad ascoltare, adesso”.
Le immagini si dissolsero lentamente dai loro pensieri.
Le figure e le forme che prima li terrorizzavano, ora si stavano cancellando.
Erano soli, nel cuore di un mondo che continuava il suo viaggio frenetico, non c’era più Guerra, né Occhi Belli, né Naila.
Non c’era più niente da temere, niente che avesse bisogno di particolari a cui prestare attenzione. Non c’era più concretezza. Il Circolo era tornato ad avere quella sua forma astratta e irrazionale che aveva tanto affascinato Naila prima del ritorno di Guerra.
Lui le toccò di nuovo il braccio. Stavano in piedi, immobili, collegati alla realtà solo tramite i propri respiri ed il calore dei propri corpi.
Naila si lasciò completamente andare, si fece rapire da quell’attimo che sembrò durare una vita intera.
Sentiva la mano di Guerra sulla pelle, lo sentiva vicino, vibrava nel suo cuore. Sentiva una dolcezza costretta e vincolata dall’esterno, da quell’involucro che lo ricopriva e che gli aveva dato modo di sembrare cattivo e tetro.
Erano vicini l’un l’altra, persi in un contatto passionale e coinvolgente. Erano stretti in un abbraccio di sensazioni che li sconcertavano e compiacevano.
Belli, erano belli nelle loro espressioni semplici, ad occhi chiusi, l’uno nella mente dell’altra, sospesi in una dimensione confusa tra realtà e sogno.
Lui si avvicinò. Il profumo di Naila lo scosse, lo fece vivere, fece risorgere in lui quella sincerità dimenticata e nascosta.
Si sentiva innocuo e vulnerabile, spogliato delle sue certezze e di quella corazza invincibile che si portava addosso. E lei lo possedeva, aveva trovato quel punto in cui poteva entrare per scoprirlo, per fargli provare gioia e dolore.
Non erano loro stessi, non potevano vedere, non potevano mostrare le proprie emozioni all’esterno, poiché ciò che stavano vivendo era unicamente dentro di loro. Nel loro interno, nel mondo che avevano creato per riporvi i propri animi, tutto era armonico e puro.
Si sentivano grandi insieme, amavano quel momento.
Lei gli accarezzò il viso. La pelle di lui la scosse, la fece vibrare di nuovo, fece risorgere in lei quella speranza dimenticata e nascosta.
Non avrebbero più potuto staccarsi l’uno dall’altra, erano diventati una cosa sola, erano entrati a far parte di un unico universo, come il bianco e il nero che unendosi creano un colore nuovo, diverso dal grigio e da tutte le altre tonalità.
Avevano creato un posto soltanto loro.
Lui le accarezzò i capelli e riaprì gli occhi.
La guardò senza pensare. Le guardò i lineamenti, la forma del viso, del naso, delle labbra.
“Non aprire gli occhi, Naila, non aprirli mai più”.
Naila. L’aveva chiamata Naila.
“Non aprirli!”.
La guardava tremando, la guardava soffrendo per ciò che provava.
Ma lei sapeva che era sbagliato. Rimase in silenzio per minuti interi. Poi decise.
“Devo. Devo aprirli”.
Aprì gli occhi.
Tutte le forme le entrarono dentro.
Tutte le immagini la invasero.
Lo guardò. Allontanò la sua mano.
Lo guardò e tornò al Circolo.
Lui rimase immobile, in piedi.
Per un attimo le ombre dei suoi occhi erano sparite, illuminate dal candore del cuore di Naila. Lei sapeva curare il suo male e lui aveva paura di un tale potere.
Cominciò a piovere. Guerra stava ancora nel centro del mondo, sotto l’acqua, come se, non potendo piangere, avesse ordinato al cielo di farlo per lui.
Naila, tenera Naila spaventata.
Pensava a Guerra, al loro legame.
Anche Guerra aveva facce diverse. Anche Guerra aveva una piccola Alcor dentro. Ma Naila sapeva che per accettare qualcuno è necessario amarne e comprenderne ogni aspetto.
E l’odio di Guerra, lei, non avrebbe mai potuto accettarlo.


Il Buio


Che senso ha piangere senza fare rumore?
Le lacrime scendevano sul volto di Naila, ma lei era impassibile, lo sguardo fisso, perso nel vuoto.
Aveva bisogno di urlare, aveva bisogno di un pianto che fosse una tormenta. Doveva sfogarsi e buttare fuori quel peso insopportabile che la opprimeva, le stringeva il cuore, la sconvolgeva.
Non c’era niente che la potesse aiutare, cercava in tutti i modi di aggrapparsi a qualunque appiglio le sembrasse saldo, ma ogni cosa lentamente si dissolveva: il ricordo di Mizar, la comprensione di Mel, la luce dei suoi occhi che si faceva sempre più opaca.
Bevve qualcosa, e poi qualcos’altro ancora. Continuò fino ad avere la nausea, continuò fin che la mente si contorse in un ammasso di paure e angosce senza limite, senza tempo, costantemente affiancate da un dolore infinito, insopportabile.
Uscì di corsa, pioveva ancora.
Corse così tanto che l’aria smise di arrivarle ai polmoni, mentre il cuore continuava a battere, sempre più veloce, sempre più violento.
Cadde a terra.
Poi, vi fu il buio.
Un buio profondo e vuoto, privo di vita o di emozioni. Buio, solo buio, fuori dal mondo.
Naila non c’era più, era tenebra, era oscura.
Naila scomparve.


continua...


interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Naila    - 02-08-2004
I don't speak Italian. I'm brazilian. But I wanna know about Naila, because is my name. And I don't know to write in English very well. Please, I need to know about Naila. Thanks