In viaggio
Naila - 25-04-2003
L’Inizio


Non era un giorno diverso dagli altri: la solita confusione di persone che le apparivano distanti anni luce dalla sua vita, la solita routine fatta d’irrazionalità e azioni improvvisate, dettate da un istinto che rifletteva odio e rancore verso qualsiasi sentimento d’affetto.
Un mondo privo di valori che simboleggiava ciò che Naila aveva sempre amaramente disprezzato, eppure l’unica cosa che ora desiderasse.


E per certi versi non le appariva poi così male: lo trovava un modo per distrarsi e per dimenticare ogni complicazione, ogni fatica. Una cosa aveva ben chiara in testa ed era un pensiero costante al quale si teneva salda con tutti gli sforzi: avrebbe passato con loro del tempo e come loro si sarebbe comportata, si sarebbe mischiata alla folla di una realtà squallida fin quasi a confondersi con essa, ma non sarebbe mai cambiata. Sebbene avesse già abbandonato Alcor, Naila non sarebbe divenuta qualcosa di spregevole o degna di disprezzo. Sarebbe rimasta Naila, forse meno pura di Alcor, ma comunque non uguale a loro.
Quello che la spingeva a cominciare questo nuovo viaggio era l’evidente trasformazione che la sua mente aveva subito, poiché nessuno che appartenesse alla sua vita passata l’avrebbe compresa ed accettata così com’era.
Era sicura che a Mizar mancasse proprio la capacità di apprezzarla in qualunque modo fosse.


Al contrario, loro, quelli con cui temeva che avrebbe vissuto una quotidianità monotona e deprimente, potevano, invece, condividere con lei anche la propria interiorità, in quanto la vedevano uguale a loro.
Apprezzava di loro la spontaneità, la voglia di crearsi una vita che li potesse divertire, che li rendesse sereni e felici in modo semplice e senza complicazioni.
Accettò, così, ogni invito e senza accorgersene si lasciò completamente alle spalle i propri sogni e le proprie speranze.
“Dolcezza, vieni con noi stasera, andiamo a fare un giro e poi ci rintaniamo a casa di qualcuno e vediamo di distrarci un po’, eh?”.
Era un linguaggio che non conosceva, immagini che i suoi occhi non erano abituati a vedere, sensazioni che non apprezzava ma che cercava in tutti i modi di accettare.
Si lasciò trasportare dagli eventi, vivendo passivamente, lasciando che il suo ruolo sfumasse e che lentamente si spostasse in secondo piano rispetto alla sua stessa vita. Non era più lei la protagonista, non era più lei ciò che, innanzi tutto, contava.
Così una sera, poi un pomeriggio, poi un giorno intero, si trovava in una stanza, o su un prato immenso fuori dal mondo, con persone che conosceva a malapena, ma che avevano tutte in comune lo stesso senso di libertà, lo stesso bisogno di distrazioni e trasgressioni, la stessa tenera e meschina ingenuità.
Un mercoledì pomeriggio, quasi sera, quasi a metà tra settembre e ottobre, si ritrovarono tutti insieme. Conosceva la metà delle persone che aveva accanto, ma non ebbe problemi a farsi accettare.
Le volevano già bene per il solo motivo che stava diventando una di loro, per il solo motivo che si trovava lì.
Le diedero qualcosa da bere, qualcosa da fumare.
Cominciò a sentirsi leggera, come se fosse uscita da se stessa e avesse preso il volo. Era libera, libera di parlare, di essere Naila, libera di vivere. Ogni dubbio, ogni incertezza, ogni oppressione rimasero nel suo corpo mentre lei volava via. Aveva la forza di dimenticare, Aveva la forza di affrontare, di non essere più vittima.
Forse era solo un gioco o una finzione, ma la faceva stare bene, la rendeva capace di muoversi da sola, senza Mizar, senza catene, senza rimpianti.
Amava quella Naila e quella nuova vita che aveva sempre respinto per paura, per disdegno. Aveva imparato a conoscerla, vi era entrata dentro per curiosità o per disperazione ed aveva trovato un sogno che voleva imparare a vivere.
Aveva trovato un sogno in mezzo ad un incubo.
Stette lì con loro tutta la notte, piena di energia, piena di cose da dire, desideri da raccontare, gente nuova da scoprire.
E ne scoprì, di gente.
Conobbe una ragazza dagli occhi blu color del mare e dai capelli biondi lunghi come la sua storia. La chiamavano Mel.
Aveva diciotto anni, ma sembrava una bambina.
Aveva diciotto anni ma dentro era già vecchia.
Era scappata da casa tre anni prima e girava di città in città cercando qualcosa che la motivasse a restare.
Mel riusciva a sentire Naila, le sentiva il cuore, le sentiva lo spirito.
Il più delle volte non vi erano parole tra loro, solo sensazioni, solo condivisione delle stesse emozioni. Anche Mel aveva un proprio Mizar lontano, anche Mel aveva paura.
“Sai qual è il tuo problema, Naila? Che cerchi di continuo un senso per quello che fai, per quello che dici. Ti sei mai trovata a fare qualcosa senza averci prima pensato? Il Circolo è questo, tesoro. Siamo noi senza i nostri corpi. Siamo noi senza le cazzate della vita, senza regole al di fuori di quelle che ci imponiamo.”
Mel sembrava fredda, assente. E probabilmente lo era.
A Naila piaceva perché a volte le faceva da mamma, altre volte doveva tenerla al sicuro.
Il Circolo era il loro protettore, il loro tetto, la loro finestra su un mondo nuovo. Un mondo libero, che potevano costruirsi da sole, esattamente come lo volevano.

Mel


“Piangi, se devi piangere”.
“Non devo piangere, sono felice”.
“Sei felice fuori, sei felice qui. Scommetto che quando torni a casa vorresti morire”.
“Sto bene a casa, Mel. Non è la casa il mio problema”.
“Lo so, Naila. Sei così piccola, vulnerabile, stupida. Tu non sai niente della vita, non ti rendi conto di cosa ti aspetta”.
“Mi aspetta ciò che voglio che ci sia”.
Naila era davvero piccola, davvero vulnerabile, davvero ingenua. Era passato un mese da quando faceva parte del Circolo e non aveva ancora capito cosa fosse precisamente.
Mel era davanti a lei e la guardava, le guardava quegli occhi neri e profondi come il buio.
“I tuoi occhi non riflettono le ombre”.
“Quali ombre, Mel?”.
“Le ombre dei démoni, tesoro. Il Circolo ha in sé le pene di ognuno di noi”.
“Per me il Circolo è vita, divertimento”.
“Tu non conosci il Circolo. Vattene, Naila, vattene via”.
Il Circolo non era nato con Naila, era nato tempo prima, con qualcuno di cui nessuno ricordava il nome. Il Circolo non era solo ciò che lei aveva visto.



Rimasero in silenzio, a lungo.
Naila pensava al mare, a quand’era bambina ed all’emozione che provava quando lo vedeva per la prima volta, ogni estate. Quando scendeva dalla macchina e respirava ed era malinconica. Quando a dieci anni era l’unica bambina che, guardando le onde, desiderasse di piangere fino all’infinito.
L’unica bambina che sapeva prima di aver imparato.




Mel non pensava, osservava il fumo della sigaretta che ballava nell’aria disegnando figure strane, contorcendosi e poi dissolvendosi magicamente.
Aveva sonno, ma non voleva dormire. Doveva stare con Naila, doveva proteggerla, doveva amarla.
“Tornerà, Naila, tornerà presto”.
Naila avrebbe voluto chiederle chi, ma lo aveva già capito. Lei capiva Mel, provava la sua stessa irrequietudine. Si alzò e le sfiorò i capelli, sottili e fragili come il suo cuore.
“Parlami del tuo Mizar, Mel”.
“Non è come il tuo, non è la mia stella, è solo un ricordo, un tesoro che ho dentro. Quando sono scappata di casa sono andata da lui.
Tu e lui vi assomigliate, tesoro. Siete entrambi dei fottuti sognatori, ma allo stesso tempo avete quella paura di non riuscire ad analizzare ogni particolare, quella paura che vi inchioda in un posto, che non vi lascia partire.
Io sono partita, lui no.
Se mi avesse chiesto di restare l’avrei fatto, ma se fossi rimasta sarei morta.
Rimpiango una sola cosa di lui: ne conoscevo solo una parte. Sai quei dèmoni di cui ti parlavo? Non ho mai saputo quali fossero i suoi”.
“Sai, Mel, una volta Mizar, citando una frase di qualcuno, mi disse: <>…”.
Rimasero nuovamente zitte.
Naila scacciò ogni pensiero per non tornare a pensare a lui. Si accese una sigaretta e si mise a canticchiare.
Mel si perse negli abissi dei ricordi.
Le ombre dei suoi occhi si mossero. Aveva dentro una truce confusione.
Naila le diede un bacio sulla fronte e disse: “Adesso siamo noi due”.
Cosa può significare un posto? Cos’è l’atmosfera? Naila e Mel erano l’ambiente in cui vivevano: misteriose, audaci, semplici e contorte.
Erano insieme da poco, eppure sembravano essere unite da sempre.
Era come se fossero nate nello stesso giorno, nello stesso preciso istante, nelle stesse condizioni, ma in due parti opposte del mondo, forse su due pianeti differenti.
Era come se, pur non essendo per forza destinate ad incontrarsi, avessero in comune qualcosa di inevitabile, un dato di fatto.
Erano legate da qualcosa d’invisibile, che le teneva collegate l’un l’altra, ne indirizzava le vite e stabiliva la successione degli eventi.
Come il momento in cui nasce un bambino.

continua...

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