Come si guarda un ladro
Giuseppe Aragno - 21-04-2003

Il Comitato Anticolonialista si riuniva a Vico Zuroli, a Forcella, cuore della città malavitosa, in un palazzo nuovissimo con un passato breve ed emblematico – se ne è persa la memoria di storie così, ma furono per anni vicende ordinarie – che a ricordarlo oggi, nel futuro remoto in cui sprofonda la civiltà dei diritti umani, getta fasci di luce accecante sulle chiacchiere libertarie dei signori della guerra preventiva ed infinita.
Da bambino l’avevo odiato, perché in una città da affollamento arabo – ed araba assai spesso è la mia gente – che non ha spazi per i bambini nel reticolo stretto e buio dei cardini e dei decumani, sepolti nell’ombra degli edifici levati al cielo in cerca d’aria e luce, quel palazzo era venuto a cancellare un mondo. Prima che nascesse con i suoi pilastri di cemento armato, i suoi balconcini affiancati e gli ascensori silenziosi all’ingresso delle due scale, c’erano cumuli di macerie – i monti fantastici dei miei giochi infantili – pareti pericolanti e brandelli di scale d’un vecchio palazzo seicentesco sventrato pochi anni prima da una bomba angloamericana decisa a spazzar via i fascisti ad ogni costo, pur di liberarci. A costo di buttar giù la città casa per casa.
Su quella disperazione dimenticata correvano i miei sogni nei lunghi pomeriggi della mia prima infanzia. Corse, capriole, battaglie tra improvvisate trincee, gare spericolate e rischiose tra gradini incerti e muri pericolanti erano il palcoscenico sul quale io ed i miei compagni rappresentavamo noi stessi e ci sentivamo padroni del mondo. Ci venivano talvolta disastrate compagnie di attori che regalavano sogni fatti di luci e colori e ci lasciavano a bocca aperta sulle sedie portate da casa e sistemate come si poteva nel breve pianoro tra i monti prodotto dal capriccio del bombardamento, dalle insondabili leggi che avevano disposto le rovine secondo u progetto di funzionalità condotto a termine dal nostro tenace lavorio di scavo e consolidamento.
Là, tra le rovine lunari prodotte dalla guerra, ho conosciuto la magia del teatro e m’è rimasta dentro – era Natale e davano la popolare “Cantata dei Pastori” - l’emozione d’un duello coloratissimo tra un arcangelo velato di blu, con la spada e lo scudo scintillanti, che una fune conduceva dall’alto sino a terra contro un drappello satanico, agitato e minaccioso nei mantelli rossi come il fuoco, e subito messo in fuga dal trionfo della luce celeste e dalla voce fuori campo d’un dio onnipotente che ci conquistava ed atterriva, fino all’apoteosi finale delle musiche e dei balli scoordinati, che ci mettevano la voglia irrefrenabile dell’applauso e suscitavano la passione mai più sparita per la “recita”.
Eravamo seduti, si scoprì poi durante i lavori di scavo delle fondamenta, su di una enorme bomba inesplosa che ci aveva minacciato per anni. “Liberati” dagli alleati, nutriti di latte in polvere e cotognate del piano Marshall – lo pagavamo in fondo con il riciclaggio dei fascisti, la tutela del Vaticano e la devitalizzazione del sogno partigiano – non saltammo in aria perché l’arcangelo Gabriele, tirato su coi fili magici dagli attori da strada, si era messo evidentemente in testa che no, non poteva accadere che la guerra appena finita diventasse infinita.
Gli angeli non fanno la storia e Gabriele lo sta imparando. Non poteva saperlo, ma la guerra infinita era là che attendeva lui e noi. C’era, in quel futuro che non conoscevamo ancora, ma si poteva intuire nelle rovine d’una guerra che aveva ancora una volta mentito ed ucciso. Era un passato che si è fatto presente e torna a mentire di liberazione.
Liberazione, dopo i disastri provocati dai liberatori vittoriosi ai popoli del pianeta ingannati.
Il Comitato Anticolonialista era lì, a quattro passi da casa, misterioso quanto bastava per attirare la curiosità d’un ragazzo che si portava dentro la storia d’un nonno socialista perseguitato e forse ucciso dai fascisti, una passione politica precoce ed estrema, irrimediabilmente sbilanciata verso i deboli e gli oppressi, alimentata da amore per la storia, spirito d’avventura, foscoliana passione le “egregie cose” che comportavano il desiderio fermo di morire per nobili ideali. E nobile ideale mi pareva in quei tempi lottare per la liberazione di mia madre dalla prepotenza di mi padre. Nobile, soprattutto – ma non me ne rendevo conto – perché mi consentiva di trovare una causa razionale all’irrazionale “opposizione” che organizzavo scientificamente contro il potere paterno ed altro forse non era se non voglia di sentirmi uomo.
Ci giunsi, al Comitato, seguendo le indicazioni di un manifestino ciclostilato che accennava alla lotta di liberazione del popolo algerino e chiamava alla “solidarietà” democratica. “Liberazione” fu la parola magica che mi convinse. Giovanissimo – quindici, sedici anni appena – mi ritrovai così nel palazzo sorto sul palcoscenico delle mie avventure infantili, in una camera piena di fumo, illuminata da una lampadina fioca e insufficiente. Il Fronte di Liberazione Nazionale, il colonialismo, l’Algeria e De Gaulle, ogni cosa mi giungeva incomprensibile e tutto mi pareva finto.
C’erano regole non scritte. Lo capii subito. Un linguaggio specifico, con intercalari comuni e differenze che pretendevano di essere significative ed erano impercettibili. C’era soprattutto una inconciliabile contraddizione tra l’intento dichiarato – discutiamo, quindi chiariamoci – e i soliloqui che ascoltavo intimidito.
Mi guardai attorno. L’abbigliamento era costoso, l’aria trasandata era ricercata e le sfumature rivelavano un malcelato bisogno di esibirsi. Davanti a me, pipa in mano, sciarpa scozzese al collo, basco di feltro, lenti spesse di tartaruga ed un pantalone di velluto bleu su polacchine consunte, il segretario del Comitato riassumeva la discussione in una sequela di “farci carico”, intercalate a compagni algerini e succhiate annoiate della pipa spenta e riaccesa tra incomprensibili ed aromatici segnali aromatici di fumo, che facevano il paio con una complicata serie di misteriosi e ricorrenti tic. Avrei maledetto la decisione di presentarmi alla riunione se una provvidenziale interruzione non avesse spento sulla bocca del segretario l’ennesimo “compagni” – e non saprò mai se fossimo noi o gli algerini – per scandalizzare i presenti con un intervento chiaro, fatto di parole semplice e concetti articolati senza eccessi di intercalari, senza esibizioni eccentriche e con il dono delle cose concrete che trasformano gli ideali in idee e quest’ultime in iniziative.
Giuseppe – Pino avrei detto dopo diventato suo amico – rimproverò le troppe chiacchiere inconcludenti, riferì di un suo “contatto politico” con i guerriglieri del Fronte. Una lettera in francese letta in italiano con un invito accettato e la tragedia della tortura che mi prese d’un tratto allo stomaco molto più che la pipa aromatica del segretario, condussero la riunione alla fase operativa: due guerriglieri da ospitare, una mostra con foto, manifesti e documenti, un possibile coinvolgimento di esponenti politici e sindacali che però avrebbero cercato di “mettere il cappello” all’iniziativa. Sicché, concluse, meglio sarebbe fare da soli.
Pino era fatto così. All’opposizione sempre – anzitutto contro me stesso diceva sorridendo – una fiducia senza limiti nelle ragioni della democrazia, una irrimediabile rottura col padre dopo la morte della madre infelice, Marx studiato e tradotto – ed era davvero amore ed odio – tremila e più libri di critica d’arte portati faticosamente in giro nei frequenti traslochi, e le splendide schede per i cataloghi alla villa Floridana, era l’anima bellissima in un corpo infelice; grasso, fortemente miope, d’una sensibilità fine che gli faceva amare l’arte e lo esponeva alle grandi passioni e alle delusioni disperate, non ebbe nella sua vita altro amore femminile corrisposto se non quello impossibile per la madre, morta assai giovane e fu davvero per me il sogno chiuso nella realtà. Mi insegnò la sofferenza della coerenza – che ho più volte tradito – mi fece intuire - e forse intuì – la solitudine della genialità e mi regalò un’amicizia che il tempo e la morte non hanno mai cancellato.
Dopo quella riunione divenni il suo pupillo. Sognò per me un futuro di storico militante, mi diede da bere e mangiare Marx e l’antidoto a tutte le bibbie e mi lasciò anni dopo, professore in fondo al Cilento, dove l’aveva condotto la lotta col padre che fu anche lotta per l’indipendenza economica. Lui ricco, si nutrì poco e male, spese quanto aveva nei libri e nelle utopie d’una generazione che ebbe momenti altissimi di generosità e si ammalò lentamente, senza mai domandare un aiuto. Morì e non me ne accorsi e si lasciò condurre alla tomba senza saluti: all’ultimo incontro giungemmo distratti. Io al bivio che non gli confessai – ma poi non fu lotta armata e ci entrava Giuseppe, Dio sa se c’entrava – lui che stava già malissimo, mentre tornava in Cilento, e sorrideva con tristezza. Spese gli spiccioli della sua vita a Celle di Bulgheria e tornò a Napoli senza dirmi che moriva.
So dov’è sepolto e non ci sono mai andato. Non se n’è dispiaciuto. La morte divide per sempre – diceva disperato - e la sola tomba che ebbe un senso per lui fu quella della madre.
Uscii dalla riunione rianimato. Il Comitato mi mise al lavoro, imparai a diffidare degli intellettuali, mi legai moltissimo a Giuseppe e partecipai alla realizzazione di quella che in fondo fu un’impresa: due militanti del Fronte di Liberazione a raccontare la loro esperienza, raccogliere consensi ed aiuti, una mostra di foto eloquenti e tragiche, con gli effetti della tortura che fanno la storia del civilissimo Occidente ed un breve dibattito. Lasciata la sala mi trovai i strada con il cuore gonfio di emozione e gioia; portavo sul viso i miei sedici anni, l’assoluta inesperienza e una grande fierezza. Poco, evidentemente, per sfuggire alla celere. Attorno non avevo quasi più nessuno. In un attimo tutti spariti. Non ci furono squilli di tromba: la prima manganellata giunse precisa e dolorosa e attorno agli occhi una luce innaturale, come un fulmine nuovo mi fece pensare alla corrente elettrica. Quella usata dai francesi per gli algerini. Ad un metro Giuseppe urlava come una furia e mi chiamava: era tornato indietro, quando non m’aveva visto: polizia fascista urlava e lo portavano via.
Rimasi seduto a terra. Vomitai. Avevo intorno manifesti strappati e passanti curiosi. Sentii che la gente mi guardava con diffidenza, come si guardano i ladri.
Nell’Italia sonnolenta si inaugurava solennemente il centenario dell’Unità. La retorica patriottarda saliva alla gola. Quando tornai a muovermi senza dolore, strappai pagina a pagina il libriccino oleografico delle celebrazioni. Preso da una incontrastabile passione, mi sentivo molto più algerino che italiano.
E’ trascorsa una vita. Italiano non sono più tornato.



continua


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 nadia paris    - 19-11-2006
Complimenti, davvero è reso compiutamente il sentire di chi, adolescente, si affacciava alla fien degli anni 60, alla partecipazione civile,
L'esperienza unica, personale e irripetibile dell'amicizia con Giuseppe, si intreccia, come sempre avviene, ai percorsi condivisi da una generazione, quella dell'autore , che è anche la mia.
Molto bello anche il modo di leggere il paesaggio, il descrivere non fine a se stesso, ma come segno rivelatore delle vicende umane.
Grazie