Racconto di guerra
Giuseppe Aragno - 18-03-2003
Dallo Speciale Racconti




Ci sono notti che sui monti non c'è Geko che non abbia paura.
Sono le notti degli attacchi improvvisi, dei rastrellamenti che non danno scampo. Le notti che si sa: muori o sei ucciso e ti ci hanno tirato per i capelli.
Ogni Geko sui monti un po' prega - anche chi a Dio non crede - non per cercare salvezza.
Prega per tutti, per il nemico giovane che sale dall'altra parte dei monti per dargli la caccia, per la gente che a valle subirà la rappresaglia per i partigiani ospitati, per i parenti del nemico che sale ansimante, come fanno i cani quando stanano la volpe.
Ogni Geko prega - anche l'ateo se nessuno lo vede - perché sui monti che si preparano alla battaglia serpeggiano la paura e la pietà: sentimenti che ci fanno uomini da sempre molto più del coraggio. La pietà per il dolore dato o ricevuto, la pietà per la consapevolezza gelida che nella storia che ognuno sta scrivendo c'è un errore che lo storico non registrerà: non è vero che dopo la battaglia e la resa il mondo cambierà.
Un errore della storia che Geko legge bene sui monti, mentre l'ora si avvicina, mentre ingrassa la canna del mitra e liscia col pollice teso il caricatore bruno che distribuisce in suo nome la morte. Ma come faranno i partigiani ed i loro nemici a fermarsi, dopo la preghiera, se la guerra è nei fatti e non resta più tempo? Un errore irrimediabile perché non si corregge.
E però - pensa Geko mentre prega ormai distratto e persino della preghiera gli resta soprattutto la pena - c'è in questa follia, che lo storico domani faticherà a ricostruire, una legge morale assai più alta del dolore che darò e mi daranno.
C'è, esiste, anche nell'orrore che tra poco farà lampi sui monti e ferirà le orecchie con l'incupire del mortai e il taglio intermittente della mitraglia, anche in quest'orrore che non ho voluto.


Ci sono dei sogni diversi. E' vero, tutto tra poco apparirà un incubo. Un incubo rosso di sangue e pieno di vergogna per gli uomini che si sgozzano. Ma quando sono salito cantando "Bella Ciao", io sognavo di poter parlare e di lasciar parlare, di fare tutto quello che si può senza togliere nulla a nessuna volontà di fare; volontà di chiunque: di ogni razza, colore religione e sesso. Una cosa banale, ma salivo inseguito. E l'inseguitore sognava solo di non farmi sognare.
Questo pensa Geko.
E nella paura della notte si perdona l'errore, benché sappia di non poterlo cancellare. L'errore resta e Geko lo sa: dopo tanto dolore, sul campo, tra i morti, non ci saranno davvero vincitori. Domani certamente qualcuno ancora salirà per sognare e qualche altro lo inseguirà solo per impedirglielo.
Accade così. Geko lo sa che ce l'ha dentro il nemico e che non siamo buoni, ma feroci e spietati per la storia di anaimali che abbiamo e per le stragi che portiamo nel sangue. Stare dalla parte del sogno, combattendo contro se stessi, è stare davvero dalla parte dell'altissima legge etica che giustifica l'orrore della guerra.
Geko lo pensa per sé, in una notte lontana della resistenza. Ma vale per tutti. Per quelli che si fanno battaglia nella vita di ogni giorno per un minimo di coerenza e per amore della propria libertà e per i partigiani di tutte le epoche della storia che sono morti e moriranno per testimonianza di fede laica.
Così pensa Geko in una notte di tanti anni fa, così penso io stasera, mentre combatto con me stesso antiche battaglie senza quartiere per la mia dignità. Stasera barbari arroganti schiaffeggiano chi chiede di sognare e scrivono col fuoco delle loro armi: siamo noi che decidiamo cosa dovete sognare.
Tutti i Geko sui monti hanno paura stasera.
Sera di ultimatum.



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