Aliante
Pino Tizza - 17-01-2003
Ad ogni nuovo inizio d' anno scolastico molti bambini del sud si preparano ad emigrare in massa con i loro pensieri verso il nord, verso Milano, Brescia, Bologna, Firenze.
Le loro prime letture inizieranno infatti da lì, lo sfondo delle loro lezioni è una varietà di paesaggi che, scoperti fin'ora solo in televisione, finalmente potranno vedere dal vivo con il loro primo "viaggio della speranza".
A noi del Sud hanno insegnato infatti che si viaggia solo per bisogno: per lavoro, o per chiedere il miracolo a qualche santone della medicina o qualche
santo vero.
- E chi bisognu c'era?! - è la domanda ( ma sembra un'esclamazione) che si sente porre chi cerca di trovare motivazioni diverse pur di non dover svelare il suo stato.
I loro insegnanti, essi pure scolarizzati alla stessa maniera, continuano a svolgere la loro professione, a spiegare agli alunni luoghi che solo i più fortunati di loro non hanno avuto la sfortuna di conoscere perché, senza emigrare, hanno trovato altre opportunità più vicine.

E dire che di chiese e di santi, in Italia, ne abbiamo da vendere: ma come può un popolo, al quale è stato inculcato di non valere niente, pensare che i propri santi riescano a fare miracoli? Padre Pio?
Questo è il miracolo! Fare capire che ciò è possibile. Che un uomo, anche se del Sud, può fare miracoli. Un uomo e non i pezzi di marmo del Sud. Tutti gli uomini del Sud fanno miracoli, anche se non soprannaturali.
Ma come può un solo povero frate affrontare la tracotanza di tanti santuari sparsi per il mondo? Pareggiare il bilancio commerciale trascendentale,
che incide eccome nella bilancia dei pagamenti?

Vi ricordate voi delle vostre prime lezioni?
Io sì.
Mi ricordo che un giorno il mio insegnante di quinta era uscito dalla classe. Ci stava raccontando della sua Italia, delle sue città italiane, dei posti che aveva visto.
Un solo particolare basta per caratterizzare il maestro
Adamo. Ci aveva raccontato che Nino Bixio, aveva pernottato nel palazzo dove abitava lui con sua moglie. E sì, solo loro due, perché non avevano figli. Non credo che avesse saputo di alcuni atti efferati compiuti durante l'occupazione del Regno delle Due Sicilie: Era impregnato della cultura scolastica standardizzata, quella dei libri stampati a Brescia, e ce la tramandava, da maestro impegnato che era. Solo che oggi sarà molto più difficile fare aprire gli occhi ai suoi ex-alunni che non a chi non ebbe la fortuna di averlo come maestro.
Ero seduto in una delle ultime file e alla parete in fondo alla classe, alla quale era appesa la carta geografica d'Italia. Durante l'assenza del maestro io
mi girai e iniziai la mia emigrazione.
Non ricordo quanto sia durato il mio primo viaggio da emigrato. Forse fu il silenzio a riportarmi a casa.
Mi girai e trovai il maestro che mi guardava e con lui tutti i mie compagni di classe.
- Hai fatto un bel viaggio? . Ci racconti dove sei stato?
Ci fu una grande risata di tutta la classe.
Loro non capivano. Forse non erano stati attenti alle lezioni. Non erano ancora pronti ad emigrare.
Non ero stato da nessuna parte e dappertutto.
Avevo visitato alcuni luoghi delle nostre letture per incominciare a capire dove sarei andato a finire da emigrato.
Il maestro prese al volo l'occasione, andò alla carta geografica e ci fece fare il primo viaggio immaginario.
Ci chiese con che mezzo volessimo viaggiare e ci fece girare con i suoi occhi per i ricordi dei suoi viaggi. Quei suoi viaggi erano intercalati da incontri con
suoi ex-aluuni divenuti dei personaggi importanti, perché solo al nord si riesce a diventare qualcuno.
Questo mio maestro al paese era, e lo è stato anche per me, il maestro più bravo.

E' lui che mi ha dato l'idea di insegnare a scrivere in italiano ai bambini che parlano solo tedesco ormai, semplicemente dicendo loro "scrivete", "dite di voi". Non è facile questo: scrivere. Scrivere di sé è un po’ come spogliarsi e per spogliarsi ci vuole l'ambiente adatto, bisogna sentirsi "bene". Poi occorre superare dei tabù. Il primo tabù è che bisogna dire sempre la verità, come se la verità fosse unica e sola.
Quando si incomincia a fare capire che ognuno di noi ha le sue verità che usa come meglio gli pare e a suo comodo, il tabù incomincia a vacillare e allora incominciano a scrivere: " Questo corso di italiano per me è una tortura: io non ci verrei proprio, ma mia madre mi costringe e così devo venire. Soprattutto non ci verrei perché dobbiamo scrivere ogni volta delle storie e io non cosa scrivere e poi mi fa male la mano! Ma che è pazzo sto maestro Tizza che non si accontenta mai e ci vuole fare diventare tutti giornalisti?…."
E così si comincia a sognare e i sogni portano le storie: ne avranno scritte ormai già migliaia e ne sono contenti.

Il maestro Giuseppe sarebbe contento: lui non aveva figli e noi alunni eravamo gli eredi della sua cultura, della sua benevolenza che quel giorno ci trasmise nel farci rivivere quel suo viaggio.
Anche il suo nome, Giuseppe come me, e il suo cognome Adamo per me erano tutto un programma. Sarà stata una mia immaginazione, ma credo che lui si rivivesse nell'antichissima storia di Dio che lo crea e che da lui fa derivare tutto. Ma quello che più ricordo è il sapere che lui tramandava "ad arte".

Un giorno ci fece andare a casa sua e ci fece visitare gran parte del palazzo patrizio dove abitava con sua moglie e una serva tuttofare; ricordo la cucina con i suoi ottoni tutti luccicanti, come non avevo visto mai, nelle cui stanze immaginavo quella storica visita di Bixio, senza conoscere ancora la vera storia del personaggio, ma soprattutto le conseguenze nella vita mia e del paese di quella visita.
Questo viaggio rimase l'unica esperienza extrascolastica nella scuola elementare.
Ce ne fu un'altra che avrebbe dovuto avere luogo, ma che rimase solo nella fantasia del nostro maestro.
Un giorno ci portò degli assi di legno molto lunghi. Nella sua fantasia li vedeva montati in un aliante, che lui avrebbe tirato con la sua macchina per la discesa
della collina su cui si trova il paese e, con dentro il più coraggioso di noi, fino ad atterrare nella pianura sottostante.
Un modo di dire di noi meridionali è "Sunu tuttu cori!" (Che cosa non ha insegnato a noi il libro "Cuore" !)che spesso usiamo quando siamo con i nostri corregionali
Ma molto spesso si dice anche:
"E che un ci nn'avi ficutu?"
"'nchia! Possibili chi nunn'avi curaggiu!"


Ecco, nella mia paura mi sentivo già un pilota.
Immaginavo 'A Chiana, che tutti i Niscemesi hanno visto guardando sempre e solo dal belvedere, da un'altra prospettiva.
Nella mia fantasia mettevo le ali per andare chissà dove!
Ma non avrei mai immaginato di vivere qui dove mi trovo adesso.
Non riuscivo a vedere oltre la siepe del giorno dopo.
La Sicilia, che nel corso dei secoli ha ricevuto popoli provenienti da tutte le parti della terra, rende al mondo i suoi personaggi.





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