Violate la regola
Giuseppe Aragno - 16-01-2003
Si può essere irrequieti, si possono avere idee stravaganti, calpestare le regole morali e mettersene al di fuori, senza provocare necessariamente la reazione del potere costituito, senza dover per questo pagare prezzi intollerabili. Ciò che davvero non è consentito, ciò che produce l’immediata repressione è il rifiuto di riconoscere il potere e le sue manifestazioni.
Violate la regola e sarete perdonati. Dubitate della sua verità e sarete stritolati.
Che le cose stiano così davvero e senza rimedio, l’ho appreso con gli anni, in un futuro che è diventato passato senza che nemmeno me ne accorgessi. Ora, in questo scorcio di presente che annunzia la fine accentuando uno squilibrio – più consumo scampoli di presente, più vedo crescere il passato e accorciarsi il futuro – in questo presente al tramonto, ancora non so trarne nessuna lezione.
In realtà so bene ed ignoro.
Se me lo chiedo lo so, lo so bene che chi non ricorre alla violazione programmata, allo strappo concordato, finisce travolto.
So bene. Sta di fatto, però, che non ho mai programmato una violazione, non ho mai fatto ricorso a strappi concordati e mi meraviglio d’una cosa sola: di non essere stato ancora travolto. Non escludo, tuttavia, che la valanga sia giunta e mi abbia schiacciato senza che nemmeno vi abbia fatto caso. Non è poi così strano: non c’era gran che da schiacciare, non si trattava di quei fallimenti che fanno scalpore, ed io stesso non saprei cosa mai abbia posseduto o possegga che si possa stritolare facendo un qualche rumore.
Si può perdere poco quando non si ha che la vita e c’è un mistero irrisolto giusto in mezzo tra la morte che annienta e quello che si spegne. Si muore dopo aver vissuto. E’ così che pensiamo e sembra razionale e sensato. In verità, non sappiamo bene cosa sia la vita, quali confini separino ciò che pensiamo da ciò che siamo, se pure infine siamo. In fondo nessuno può seriamente affermare di esistere, e soprattutto di esistere così come si percepisce, sicché nessuno potrà mai davvero riconoscere fino in fondo la morte di se stesso.
Più volte nell’altalena su cui ho visto oscillare in un misterioso andirivieni l’insolubile intreccio di presente, passato e futuro, il groviglio del tempo che corre tra generazioni – lo chiamiamo vita solo per una evidente convenzione – più volte ho incontrato dei morti che supponevano d’essere vivi ed uomini densi di palpiti disposti a certificare la fatalità della propria morte avvenuta. Del tutto inesplorata mi è parsa sempre nella confusione degli eventi, nel caos delle ore e dei giorni, la dimensione concreta della vita. In fondo sono esistito nell’unico modo che mi è parso possibile: sulla soglia d’una immensa platea, tra un palcoscenico illuminato e la strada fuori del teatro. Sul confine tra sogno e realtà. E non ho mai capito quale fosse la direzione giusta da prendere per avviarsi verso una vita vera: andare verso la finzione del teatro o varcare la porta che conduce alla strada. Un impasse micidiale. Ho vissuto di idee, inseguendo ideali, ed in fondo non ho vissuto, ma recitato come un guitto narcisista sulle tavole d’un palcoscenico, scambiando la finzione per la realtà, oppure ho lasciato alle spalle la realtà ogni volta che, superata la soglia, mi sono mischiato alla polvere, al sudore, alla sporcizia inquinata eppure piena di materia della strada? Dov’era – anzi dov’è – il sogno e dove la verità dei fatti? L’ho chiesto mille volte ai documenti d’archivio negli interminabili percorsi della ricerca e non ho trovato risposta.
Cosa fu vero di ciò che ricordo e rifiuto, cosa di ciò che ho visto e cancellato in una notte lontana della mia infanzia, iniziata con un balzo nel letto, una corsa nella piazza del duomo, e su verso via dell’Anticaglia? Cosa è vero, il freddo della notte, il battito del cuore impazzito, il cono luminoso dei fanali oscillanti nel vento, la mano intorpidita dalla stretta convulsa di mia madre scarmigliata e il suo sguardo intermittente che devastava le deboli certezze dell’infanzia, o le immagini sfocate emerse d’un tratto a ferire i occhi impreparati mentre un velo calava a difesa sulla debole struttura della memoria dopo la scura occhiaia dell’arco romano? Cosa è vera, l’illusoria e buia serenità del letto o la paura incalzante della strada illuminata, percorsa al passo cadenzato dei soldati? I sogni interrotti o la vergogna incredula? Quale la donna vera tra le due nemiche che colpivano a morte e senza alcun preavviso la mia innocenza desolata? Quale il mio vero padre, quello consueto e indecifrabile eppure rassicurante o l’altro, incomprensibile nell’intrico di corpi e nella furia della ostentata indifferenza?. Dove la verità tra quei due mondi separati dalla luce spenta d’un arco buio?
Non so. Mezzo secolo dopo, trovo che sia là, comunque, e mi ritraggo inorridito, l’origine profonda d’uno scontro insanabile, l’impossibile coesistenza di due mondi inconciliabili chiusi ferocemente nell’intricato labirinto della mia testa confusa. Due mondi, uno immaginato, amato e perso nel buio d’una notte di mezzo secolo fa, l’altro scoperto d’un tratto e subito avvolto nella nebbia del rifiuto, rigettato oltre la coscienza, ma mai vinto e domato, mai spento del tutto e sempre capace di riemergere, sempre pronto a smentirmi: padre non del dubbio fecondo, ma della incertezza tagliente, dei rifiuti perenni e dell’ansia suscitata a difesa, eretta a sistema di protezione di fronte agli incubi riemergenti. Ecco la mia paranoia, ecco la mia intransigenza, la fuga nella fede laica, nella fede che non si viola, nel patto che non si rompe. Ecco soprattutto lo scontro con la vita, la necessità di non stare al gioco e di dichiararlo senza mezze misure, non per violarlo, ma per delegittimarlo. Ecco l’istintiva collocazione fuori dal coro: non so quale sia la maschera e quale il volto, ma penso che ogni volto abbia la sua maschera, sicché rifiuto in solido la maschera ed il volto.
Con questo groviglio nell’animo mi avviai al fatidico terzo anno di liceo scientifico e ad una militanza politica che non poteva che essere estrema. Alle due ali del centro, si giungeva in quegli anni ai due colori opposti dell’opposizione prendendo due direzioni radicalmente diverse: il nero della destra, il rosso della sinistra.
Io non avevo scelta. Ero di sinistra per ragioni cromosomiche e approdai al PCI con il furore iconoclasta che mi portavo dentro e preannunciava tempeste. Ma questo allora non potevo sentirlo dentro. In quanto alla scuola, le mie idee politiche erano un pessimo biglietto da visita.
Pessimo anche e soprattutto perché buona regola era non avere idee politiche.
Fin dove giunge la mia memoria, politica e scuola sono state parole totalmente incompatibili. A parte eccezioni rarissime, infatti, la politica si è sempre identificata con il banale esercizio del potere – quello dei gruppi dirigenti e delle classi sociali di cui sono espressione – e la formazione con l’esercizio dell’intelligenza critica. La scuola, che in quanto istituzione tende a fare volentieri a meno dell’intelligenza critica è stata in ogni tempo il luogo privilegiato dello scontro tra conservazione del modello di società predominante e le istanze di cambiamento
Emblematica per la dimensione tragica della vicenda - e per certi aspetti metafora “classica” dell’irriducibile conflitto tra natura formativa, e quindi liberatoria, dell’insegnamento e scopi educativi e prescrittivi dell’istituzione scuola, la vicenda di Socrate, cui la civilissima Grecia riserva la cicuta quando si avvede del potenziale eversivo del suo “non insegnamento”: non ho verità da insegnare.
Che è come dire: non credete alle verità che vi insegnano.
Ambiguo strumento di normalizzazione e di integrazione, in una società modellata sui bisogni delle classi dominanti, la scuola dello Stato, quella che pure lascia al palo di gran lunga ogni altro tipo di agenzia formativa pubblica e privata, negli anni del mio liceo era ridotta ad un compromesso di profilo bassissimo: Era una miserabile pantomima: il luogo della formazione ridotto al deserto dell’educazione. In quel deserto, mentre crescevo rapidamente e sentivo con crescente fastidio il peso di regole che non riconoscevo, conobbi la prime violentissime forme di repressione: la bocciatura d’un professore fascista, la manganella vigliacca d’un celerino fascista e l’atrocità del manicomio, che tolse a mia madre ogni diritto come si fa con i peggiori criminali.
Iniziarono anni di guerra.



continua

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 arita.tiezzi@ecoportale.it    - 19-01-2003
Bello!