Alcune note sull'estetica crociana e la critica attuale
Gennaro Tedesco - 21-05-2016
Spunti per un dibattito preliminare tra i docenti sui fondamenti trasversali e interdisciplinari di una didattica del linguaggio

Vale la pena di avvicinarci da una nuova prospettiva all'estetica crociana per constatare se possiamo ricavarne ancora oggi qualcosa.
Come si ricorderà, le quattro forme di attività dello Spirito si raggruppano in Croce a due a due: attività teoretiche e attività pratiche. "Lo spirito è produttivo, anzi creativo in entrambe, poiché, anche quando conosce e sembra incontrare oggetti già dati in natura, questi oggetti, in realtà, sono un suo prodotto, ma un 'prodotto' in senso diverso nelle attività pratiche che nelle teoretiche, perché altro è produrre l'oggetto come oggetto di contemplazione, altro è produrlo come oggetto di intenzione pratica. Sia la contemplazione, sia la prassi, possono avere di mira o l'oggetto singolo nella sua immediatezza o, al contrario, valori universali. L'oggetto della contemplazione preso nella sua immediatezza è l'oggetto dell'arte: attività primordiale dello spirito che esprime - e,nell'atto di esprimere, intuisce - rappresentazioni pure, senza interesse per la loro realtà." E' chiaro che l'estetica crociana, dipendendo dallo 'Spirito', rimane inequivocabilmente una estetica metafisica. Ma bisogna anche dire che questa estetica metafisica crociana rifiuta anche ogni riferimento alla realtà, perché essa, la realtà, non le interessa. E questa impostazione senz'altro è un fatto che va a merito di Croce, anche se la contemporanea ricerca filosofica arriva a queste stesse conclusioni da un punto di vista completamente nuovo e quasi assolutamente sconosciuto a Croce: il punto di vista dell'analisi del linguaggio. Infatti tutte le manifestazioni dell'uomo, quindi anche l'arte, avvengono attraverso un qualche linguaggio. Nel caso della poesia, attraverso quello verbale. E il linguaggio in qualsiasi società è una convenzione comunitaria il cui significato è dato dall'uso delle parole: il linguaggio, in quanto convenzione arbitraria di una comunità, è sottoposto alle regole d'uso, per lo più uso corrente.
Ora l'opera d'arte sfugge a queste 'regole' : essa non ha rapporti convenzionali, cioè significanti tali da fornirci così dette 'comunicazioni sensate', l'arte non è un linguaggio significante, perché non ha rapporti convenzionali atti a spiegare, comunicare possibilmente in senso univoco, se stessa. Essa è segno di se stessa. Al limite, l'opera d'arte è concepibile solo all'interno di altre - e Croce, questo, anche se per vie traverse e a volte opposte, l'aveva compreso - ma non spiegabile e comunicabile, bensì soltanto interpretabile e ciò è soggettivo e dipendente dalla propria cultura. L'arte ha tanti 'significati' proprio perché non ne ha nessuno. Essa è quindi un 'linguaggio senza significato'. Basti qui ricordare le grandi sinfonie del passato: la musica, abbandonando qualsiasi residuo naturalistico o realistico, ci mostra meglio di altre arti la sua 'essenza' di 'linguaggio senza significato'.
L'opera d'arte, proprio perché fa uso di linguaggio senza significato, a cui ogni uomo in ogni parte del mondo può dare 'il significato' che vuole, può quindi anche essere, come ha affermato ancora una volta lo stesso Croce, universale.
Il primo approccio all'arte è di conseguenza sempre immediato, e pienamente, nel senso crociano della parola, intuitivo, mai 'critico ' e tanto meno suscettibile di un 'messaggio', caso mai le 'critiche' e i 'messaggi' vengono dopo. Aristotelicamente essa è purificatrice (catarsi). E' probabilmente un 'regresso' allo stato naturale, unica occasione possibile di fuga dalla realtà.
Per Croce inoltre l'arte non è una tecnica, non è 'costruibile', ma è frutto di ispirazione-intuizione. E con quest'ultima affermazione crociana si può dire che si chiude un circolo, quello metafisico iniziato con la dipendenza della sua estetica dallo 'Spirito'. Con l'ispirazione-intuizione l'arte non è più di questo mondo, è divina.

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