Il terrorismo e la guerra delle emozioni
Giovanni Morello - 04-12-2015
L'obiettivo dell'Isis è innanzitutto culturale e psicologico. E' che cominciamo a chiuderci in casa e a diffidare di chi ha la barba o la pelle o l'inflessione linguistica oltre certi standard o stereotipi "di sicurezza"; che trasformiamo i nostri sistemi legislativi, liberali e democratici, in macchine giuridiche buone per i tempi di guerra, con leggi speciali e diritti e doveri secolari messi improvvisamente fra protettive e blindate parentesi quadre. Corriamo insomma il rischio di piegare i nostri valori alle emozioni indotte dallo stato di guerra in cui ci sentiamo precipitati. E che tali emozioni si strutturino nel tempo in qualcosa di più duraturo e pervasivo: in sentimenti.
L'obiettivo di questa come di ogni forma di terrorismo politico è mettere le mani sulla pulsantiera a distanza dei nostri stati affettivi, dei nostri riflessi condizionati, dettando l'agenda delle nostre reazioni, perfino delle priorità gerarchiche dei nostri valori e principi di convivenza civile.
Il Califfato sa che vincerà politicamente e culturalmente quando ogni nostra reazione si strutturerà finalmente in ideologia, in logica di schieramento difensivo, se constaterà che ha avuto successo anche stavolta nell'obiettivo strategico che è dei falchi di ogni epoca: produrre un numero indefinito di "altri falchi" sul fronte opposto. Perché solo la presenza di "nemici" disposti a giocare al loro stesso gioco (che in genere è la guerra) rende possibile l'indefinita durata di quel gioco e, con essa, la piena e duratura legittimazione dello status politico dei contendenti.
Una parte politica e demografica della colta e vecchia Europa agita scenari da "guerra fra civiltà" e sta quindi cadendo in questa facile trappola, in cui anche studentelli undicenni provocati dai coetanei sanno talvolta decidere di non cadere: la trappola della reazione impulsiva e dell'incornata a testa bassa. In questo momento, almeno in alcuni Paesi e per alcuni gruppi politici, è l'amigdala delle reazioni di paura (connessa con l'ira) a dettare legge, ben più della "saggia" corteccia prefrontale, quella che sa discriminare e ponderare, valutare e decidere con cognizione di causa, tenendo conto dei messaggi che inviano le emozioni, ma non facendosene al contempo soggiogare.
Fra le reazioni e considerazioni che si sono sentite in questi giorni, poche appaiono allora più potenti ed autentiche delle tanto e giustamente citate parole di Antoine Leiris, il giovane giornalista francese al quale gli attentatori hanno ucciso la moglie nella notte del "venerdì nero" di Parigi, al teatro "Bataclan":
"Vendredi soir vous avez volé la vie d'un être d'exception, l'amour de ma vie, la mère de mon fils mais vous n'aurez pas ma haine"
"Venerdì sera avete ammazzato una persona d'eccezione, l'amore della mia vita, la madre di mio figlio, ma non avrete il mio odio"... "L'ho vista stamattina, finalmente... Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di dodici anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere dove voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno e per tutta la vita questo petit garcon vi farà l'affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio".
Queste parole sono o possono diventare, per certi aspetti e pur nella loro concentrazione espressiva, il corrispettivo di una pagina della "Capanna dello zio Tom" o del "Diario di Anna Frank", le parole bandiera in cui una intera comunità può riconoscersi e ritrovare il senso di quanto sta vivendo. Le parole di Leiris possono essere dirompenti non "nonostante", ma "proprio" per la comunicazione docile, onesta e autentica che le anima, perché parlano a ciascun uomo (e non solo ai terroristi) in modo pulito, senza immettere ulteriore rumore comunicativo ed emotivo al rumore già presente, senza cedere alla tentazione della violenza di rimando, della reazione simmetrica dell'odio agito che fronteggia (e nello stesso tempo, inevitabilmente, "legittima" e alimenta) l'odio subito. E' la forza controcorrente di chi opera per ribaltare la potente inerzia di una dolorosa e duratura spirale. E quindi quell'unico tipo di risposta che non darà mai ulteriore forza al male a cui pur si contrappone.

Blog di Giovanni Morello
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