Il Circolo
Naila - 13-12-2002
Che cosa può significare restare sospesi tra incertezze, dubbi e presentimenti per una notte intera? Che cosa significa osservare un cielo stellato per ore ed ore, lasciando che l’oscurità ti avvolga fin quasi a farti scomparire? Naila non era più se stessa, su questo Mizar aveva ragione. Ma poteva forse, ora, ribellarsi contro un dolore che si stava rivelando cento, mille volte più grande di lei? Chi era Naila per potere tanto? E chi era Mizar per cambiarle nuovamente la vita? Naila gli permetteva ogni volta di prenderla per mano e condurla verso una strada che lei, sola, non avrebbe percorso. Ma se, per una volta, fosse stata quella la sua strada? Se per una volta Mizar si stesse sbagliando?
Ognuna di queste domande piombava nella testa di Naila portando con sé un taglio profondo che le incideva il cuore, disordinando le ultime poche convinzioni che le erano rimaste. Non vi era più ombra di coraggio in lei, se ne stava affacciata alla finestra, sopra un cielo che amava e desiderava più d’ogni altra cosa al mondo, senza che un solo movimento, o un solo suono, risvegliasse quel nulla, quell’insopportabile vuoto che la tormentava senza darle tregua.
L’avrebbero contattata entro breve. Solitamente alle prime luci del mattino era già fuori casa, già pronta ad immergersi nuovamente nel viscido torpore che regnava in ogni angolo di quel posto.
Le arrivò il messaggio, uscì sulla strada e si avviò verso il punto prestabilito. Ogni volta vi era qualcuno di diverso ad aspettarla, ogni volta la salutavano in modo differente, ogni volta cambiava la loro meta. Tuttavia il suo stato d’animo era sempre lo stesso: sentiva sempre la medesima frattura interiore che le congelava ragionamenti ed iniziative. Si lasciava, così, trasportare dagli eventi, ignara di cosa le sarebbe capitato quel giorno, senza accorgersi di quanta tristezza l’avvolgeva.
Le tornò all’improvviso in mente la domanda di Mizar: “Naila, che cos’è il Circolo?”.
“Il Circolo è ovunque, Mizar. Il Circolo non si può né vedere né sentire e nessuno conosce la strada per arrivarci. Ma quando sei al Circolo te ne rendi conto, non un secondo prima, non un secondo dopo… quando arrivi a destinazione e ti fermi, sai di esserci arrivato”.
Era così. Il Circolo un giorno era una stanza, un giorno un parco, il giorno dopo un’intera città. Esso era fatto di persone che si portavano dentro le pene dei propri démoni, le cui ombre si riflettevano sul colore dei loro occhi. Chiunque, infatti, facesse parte del Circolo aveva gli occhi di un colore indescrivibile. Chiunque ne facesse parte aveva uno sguardo che diffondeva tristezza.
Ma Naila aveva dei bellissimi occhi neri, grandi, così profondi che nemmeno l’infelicità di un simile posto sarebbe mai riuscita a riempirli.
Qualcosa di lei attirava la gente del Circolo: nessuno lo avrebbe mai ammesso, ma tutti sapevano che Occhi Belli era l’unica fra loro ad avere ancora dei sogni.
Qualcuno la spinse dentro un palazzo che poteva essere nella periferia di una qualsiasi parte del mondo.
Un’orda di fumo, voci e musica le riempirono le orecchie e il naso, dandole un senso di nausea più forte del solito. La stanza era grande, piena di gente che sembrava essere tutta uguale: qualcuno stava stravaccato su delle poltrone rosse malandate, qualcun altro rideva appoggiato al muro, qualcuno sembrava svenuto per terra e tutti tenevano in mano una birra, una sigaretta, o chissà cos’altro.
La stessa persona che l’aveva portata fin lì le prese un braccio e la trascinò dalla parte opposta di quell’insopportabile baraonda. La fece sedere su uno sgabello vicino ad un piccolo tavolo di legno scuro. Sapeva già cos’avrebbe dovuto fare. Davanti a lei vi era un’immensa quantità di fogli disposti disordinatamente, su ognuno dei quali vi erano liste di persone, di commissioni, appunti confusi scritti a mano.
Improvvisamente le si materializzò nella mente l’immagine di un uomo e, come un flash, rimase lì non più di un secondo, poi si dissolse. Naila restò immobile, senza che un battito di ciglia interrompesse la sua staticità. Sembrava pietrificata, gli occhi sbarrati ed un’espressione d’orrore in volto. Poi cominciò a tremare, le mancava il respiro e continuava a guardarsi nervosamente intorno, controllando che nessuno la stesse osservando. Aveva visto il suo nemico, esattamente come uno spettro, l’aveva visto su quei fogli, nell’aria di quel posto maledetto, riflesso nei suoi stessi occhi. Il suo solo ricordo le aveva fatto scattare dentro un meccanismo di rifiuto che ormai stava diventando una malattia. Naila non aveva più la forza per combattere un così grande ostacolo.
Tutto era cominciato tanto tempo prima, ma non poteva ricordare quando. La sua cognizione del tempo variava a seconda delle circostanze: quando sentiva un grande dolore, esso sembrava restare con lei per l’eternità. Quando, invece, provava gioia, tentava in tutti i modi di assaporarla in ogni sua parte, poiché sapeva che presto sarebbe scomparsa.
Per quanto, però, si sforzasse di ricordare, non riusciva a trovare il momento che aveva segnato il principio d’ogni cosa.
Forse era accaduto quando lei e Mizar non erano più stati in grado di amarsi in quel modo sottile e nascosto che non si erano mai saputi spiegare. Era come se la sua vita si fosse spenta, perdendo quel calore che ne aveva sempre alimentato la forza.
Con Mizar, Naila non era se stessa. Era migliore, completa, grande.
Con Mizar, infatti, Naila era Alcor.
Mizar e Alcor erano due stelle legate da forze gravitazionali impossibili da rompere.
Erano due stelle che giravano l’una attorno all’altra, senza poterne assolutamente fare a meno.
Erano sempre loro, Mizar e Alcor, e qualsiasi cosa accadesse, all’uno o all’altra, erano pronti a sorreggersi, a motivarsi ed a condividere ogni emozione.
Mizar aveva fatto per Alcor ciò che nessun altro sarebbe mai stato capace di fare: le aveva dato la forza di superare un dolore che da anni la tormentava, portando con sé sensi di colpa che la soffocavano.
“Oh, Mizar, è successo qualcosa di cui nessuno potrà mai spiegarmi il motivo.
È morta la mia certezza, la mia pura concezione del mondo”.
Naila aveva visto il male, aveva sentito il dolore.
Avrebbe voluto chiedere aiuto ma non poteva farlo: tutto intorno a lei si sgretolava troppo velocemente. Era terrorizzata. L’espressione del suo viso non era più la stessa, la luce dei suoi occhi si era affievolita.
Naila, bambina sognatrice cresciuta troppo in fretta. Aveva saltato dei passaggi, si era sbilanciata ed aveva perso l’equilibrio.
Il suo istinto ancora non era formato, era una radice sradicata che non aveva ancora imparato a rigenerarsi, non sapeva trovare l’acqua in un terreno diverso dal suo.



Tremava, la piccola Naila, perché, per la prima volta, conosceva se stessa.
Nella sua totale incoscienza, seguiva gli istinti senza capire.
Odiava qualcosa di cui non conosceva nome né sembianze.
Così cominciò ad odiare se stessa. Odiava la sua incapacità di aiutare chi, come lei, soffriva.
Prima di conoscere Mizar, Naila si sentiva colpevole di un reato che, anche se non avrebbe mai potuto commettere, non era riuscita ad evitare.
“Non ho paura di piangere, Mizar.
Ho una ferita, dentro, che brucia. E l’unica cosa a cui posso appoggiarmi sei tu”.
Era stato così dolce, lui, la sua stella luminosa, nell’accoglierla dentro di sé e nel tenerla dove si sarebbe potuta sentire più al sicuro: accanto a lui.
E insieme crescevano. E insieme imparavano.
Poi, però, Naila smise di essere Alcor, la purezza, completa ed orgogliosa d’essere l’esatta metà di Mizar.



Alcor occupava l’angolo chiaro e lucente del cuore di Naila e l’affiancava ovunque, in ogni momento della sua vita, poiché, in ogni momento, lei pensava a Mizar e a lui Alcor sarebbe stata eternamente legata.
Poi, per un attimo, in un freddo giorno d’autunno, quasi inverno, Naila si dimenticò di Alcor ed ogni cosa degenerò lentamente, lasciando che l’incoscienza e la confusione prevalessero sulle sue azioni.
Si affidò a persone che erano totalmente diverse da lei e, nonostante si sentisse estranea in mezzo a loro, sentiva di non poterne fare a meno.
Loro le insegnarono il disonore, la lacerazione di ogni valore, lo squallore della vita.
Ed in tutto questo lei imparò a vivere.


continua...

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