Vertice Onu di Addis Abeba: un gigantesco buco nell'acqua
Tancredi Tarantino - 24-07-2015
Da Re:Common

Era uno dei nodi cruciali della dichiarazione finale di Addis Abeba, dove si è chiusa [...] la terza Conferenza delle Nazioni Unite sul Finanziamento allo Sviluppo. Nodo che alla fine è stato in qualche modo sbrogliato, con il risultato che l'elusione e l'evasione fiscale non sono una priorità dell'agenda internazionale dello sviluppo.

Non è stata ovviamente un'intesa unanime, ma importava poco che i paesi africani o latinoamericani chiedessero più trasparenza e cooperazione. La questione fiscale doveva rimanere appannaggio di un gruppetto di paesi. E così è stato.

Strano che in una fase in cui il nord del mondo si dice preoccupato per la mancanza di fondi da destinare allo sviluppo, si rinunci a discutere di misure in grado di fermare il continuo flusso di denaro che da sud viaggia verso nord sotto forma di tasse eluse o addirittura evase.

Il gioco si ripete da anni. Multinazionali europee, cinesi, nordamericane fanno affari estraendo risorse e profitti dai paesi del Sud, anche tramite strumenti di finanziamento legati agli aiuti (come accade in Italia il fondo rotativo per lo sviluppo), ma al momento di pagare le tasse riescono, grazie ai paradisi fiscali, a deviare un flusso finanziario da Sud verso Nord che da solo supera enormemente la somma degli aiuti allo sviluppo e degli investimenti diretti esteri.

Si tratta di una vera e propria fuga di capitali sotto forma di flussi illeciti che, secondo un rapporto pubblicato nel 2014 da Global Financial Integrity1, nel 2012 ha raggiunto i 991miliardi di dollari. Una valanga di soldi in fuga, che va a pesare negativamente sui bilanci pubblici dei paesi poveri e che, da un lato, aumenta il loro debito estero, e dall'altro smantella la capacità dei governi locali di assicurare la fornitura di beni e servizi. Servizi che vengono così privatizzati, (e spesso lasciati di competenza degli aiuti), aprendo enormi opportunità e nuovi mercati per le nostre imprese.

Eppure ad Addis Abeba una proposta sul tavolo c'era e mirava ad avere una nuova agenzia intergovernativa all'interno delle Nazioni Unite, in grado di regolare le politiche fiscali internazionali. Uno spazio in cui tutti i membri Onu avessero voce in capitolo.

Nella capitale etiope si è invece deciso di puntare sullo status quo. Un gruppo di appena 34 paesi, membri dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e del G20, decide le politiche di cooperazione internazionale in materia fiscale, e a tutti gli altri viene lasciato il contentino di un Comitato di esperti Onu con poteri praticamente nulli.

Non un problema di risorse, quindi, ma di volontà politica e di interessi in gioco. Interessi ancora una volta privati, come dimostra la breve permanenza in Etiopia del nostro presidente del Consiglio.

Arrivato alla Conferenza con un giorno di ritardo - "ero impegnato a salvare l'Europa", ha dichiarato - nel suo intervento Renzi ha puntato tutto sulle partnership pubblico-private e sulle grandi infrastrutture per garantire sviluppo e migliori condizioni di vita in Africa.

Poi ha salutato tutti ed è volato 400 km più a sud, nella valle dell'Omo. C'era da visitare la diga Gibe 3, il mega progetto infrastrutturale a cui dal 2006 lavora l'italianissima Salini-Impregilo. E nell'Omo si sa, le condizioni di vita sono proprio migliorate dal 2006 ad oggi.

"Sono venuto qui oggi per dire che l'Italia è orgogliosa di essere uno dei leader mondiali per le infrastrutture. E a Salini Impregilo voglio dire grazie per come portate alto il tricolore". Certamente si saranno uniti al coro dei ringraziamenti anche gli abitanti della Valle dell'Omo, che con la costruzione di non una ma tre dighe sullo stesso fiume, hanno subito un attacco senza precedenti al loro territorio e al loro stile di vita, senza ricavarne nemmeno una presa elettrica a cui attaccare i cellulari.
Questo è il prezzo da pagare sulla via impervia dello sviluppo.

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