La Buona scuola per chi? Valutazione e merito
Gruppi di studio docenti di Roma - 05-12-2014
Il secondo capitolo del documento governativo, intitolato Le nuove opportunità per tutti i docenti:
formazione e carriera nella buona scuola, prevede l'introduzione di un nuovo criterio di progressione della carriera degli insegnati, non più basato sull'anzianità di servizio, come fin'ora è
stato, ma sulla valutazione delle attività svolte da ogni docente.
Prima di analizzare il nuovo sistema, ci sembra doverosa una premessa che faccia brevemente il punto sul panorama in cui tale proposta si inserisce. Il contratto della scuola, insieme a quello di tutti gli impiegati pubblici, è scaduto ormai dal 2009 e, come comunicato dalla ministra Madia un mese fa, il Governo non ha nessuna intensione di rinnovarlo. Questa vergognosa vacanza contrattuale ha determinato non soltanto l'impossibilità da parte dei lavoratori della scuola di avere miglioramenti retributivi, ma persino di recuperare l'inflazione; situazione alleggerita in modo del tutto parziale dal «bonus degli 80 euro». Più in generale bisogna ricordare come gli insegnanti italiani siano fra i meno retribuiti fra i Paesi che presentano dati economici fondamentali assimilabili a quelli dell'Italia. I vari ministri dell'istruzione all'inizio del proprio mandato non hanno mancato di lamentare questa situazione e lo stesso Renzi, sia prima che dopo aver ricevuto l'incarico di primo ministro, ha ripetutamente manifestato la volontà di dare centralità alla scuola anche attraverso un miglioramento delle retribuzioni dei docenti.
Vediamo quindi cosa propone il governo.

• A partire da settembre 2015 verranno aboliti gli scatti di anzianità. La posizione stipendiale maturata da ogni docente diverrà la base su cui verranno messe in atto le nuove regole.
• Ogni tre anni i due terzi dei docenti di ogni scuola (o rete di scuole), il 66%, riceveranno uno scatto di progressione di 60 euro netti mensili, chiamato scatto di competenza, mentre il restante 33% non avrà nulla.
• Gli insegnanti ai quali attribuire l'aumento saranno selezionati da un Nucleo di Valutazione interno alla scuola, sulla composizione del quale si sa soltanto che prevederà la presenza di un esterno, forse un ispettore ministeriale o un esperto Invalsi.
• La valutazione sarà basata sui crediti che ogni docente avrà accumulato nel triennio. Tali crediti saranno di tre tipologie: crediti didattici, ottenibili in base alla qualità dell'insegnamento in classe, crediti formativi, ottenibili tramite i corsi di aggiornamento, crediti professionali, ottenibili ricoprendo ruoli quali quella del coordinatore di classe o le funzioni strumentali, o attraverso le attività progettuali.
• Infine si deve rammentare che la cifra di 60 euro è stimata per un insegnante delle superiori, il che significa che gli insegnanti delle scuole di grado inferiore prenderanno meno. Inoltre il documento ipotizza di istituire tre «fasce differenziate all'interno del 66%» (p. 54); quindi soltanto una parte degli insegnanti (sembra di capire che si tratterà del 33% del 66%!) prenderà questa cifra e gli altri avranno miglioramenti retributivi minori.
Ora l'analisi. Partiamo da una domanda che in molti si sono fatti dopo aver letto la proposta del Governo: perché per forza il 66%? Assumiamo per un momento l'ottica meritocratica di chi ha scritto il documento (che detto tra parentesi è la tipica ottica del padrone, secondo la quale un dipendente è spinto a migliorare ciò che fa soltanto se lo si prende alla gola, spremendolo come un limone, e lo si minaccia continuamente sul piano salariale), non sarebbe stato meglio stabilire una meta? Per esempio dare lo scatto stipendiale a tutti coloro che raggiungeranno un certo numero di crediti? Se tutti gli insegnanti di una scuola raggiungeranno l'obiettivo, avremmo un miglioramento complessivo dell'offerta formativa. Nel modo proposto si può giungere a due paradossi: una scuola in cui tutti gli insegnanti sono bravi e solo il 66% viene premiato; una scuola invece in cui tutti sono mediocri eppure un 66% riceve lo scatto di merito.
Ma il quadro è solo apparentemente paradossale. Ad una più attenta analisi appare evidente che affinché qualcuno possa avere qualcosa, una parte dei docenti non deve avere nulla. Infatti in più punti il documento si vanta del fatto che l'operazione verrà fatta senza determinare oneri aggiuntivi da parte della Stato (per es. a p. 57). La realtà appare quindi evidente: il Governo non vuole investire nuove risorse sulla categoria degli insegnanti, la retribuzione media rimarrà sempre tra le più basse dei Paesi economicamente più avanzati. Individuiamo quindi la prima funzione del sistema meritocratico, una funzione meramente economica: nascondere questa realtà e dare ad essa una patina ideologica che non la faccia percepire a chi la subisce. Investire poco e probabilmente in prospettiva sempre meno, ma creare un sistema secondo il quale le briciole messe sul piatto siano a disposizione apparentemente di tutti. In questo modo si ottengono due risultati: le briciole non vengono più avvertite come tali e i membri della categoria sviluppano una conflittualità interna piuttosto che contro il datore di lavoro (chi mi fa vivere male sarà il collega che si è preso gli scatti di competenza al posto mio e non il Governo che non investe nella scuola).

Ma vediamo ora il modo in cui i crediti possono essere acquisiti. In primo luogo partiamo da ciò che più è chiaro: i formativi e i professionali. Per acquisire i crediti formativi si dovranno frequentare corsi di aggiornamento, che, stando a quello che dice il documento, diverranno obbligatori. Nelle pagine dedicate alla formazione il testo del Governo, se pur in modo spesso soltanto evocativo e confuso, presenta alcuni spunti interessanti, asserendo di voler evitare un approccio formale e nozionistico, e di voler incentivare la condivisione di quelle pratiche didattiche
che nascono dall'esperienza viva dei docenti. Tuttavia anche in questo caso non possiamo esimerci
dal sospettare che dietro l'obbligo di aggiornamento si annidino gli interessi delle università pubbliche e private. Tale sospetto è fondato sull'esperienza di quanto avvenuto nelle Graduatorie ad Esaurimento dei docenti precari nel momento in cui la ministra Moratti ha riconosciuto la possibilità di ottenere punti acquisendo titoli. Questa iniziativa ha dato vita ad un mercimonio di corsi di aggiornamento offerti da enti formativi accreditati presso il Miur, corsi, nella maggior parte dei casi, di bassissima qualità. Lo stesso indegno mercato dei titoli si estenderà anche ai docenti di ruolo in cerca di crediti formativi per avere lo scatto di competenza? In questo caso per le università private, ma anche per quelle pubbliche in agonia per i continui tagli al budget, si aprirebbero vaste praterie in cui razzolare. La possibilità a nostro avviso è concreta.
Anche per il sistema di acquisizione dei crediti professionali è ipotizzabile una funzione economica
di obliterazione e camuffamento dei tagli di spesa. Come si è accennato sopra, questi crediti saranno ottenuti ricoprendo cariche quali le funzioni strumentali o il coordinamento delle classi, oppure attivando progetti. Ora, è noto a chiunque lavora nella scuola il fatto che i fondi destinati a tali attività siano andati diminuendo in modo vergognoso negli ultimi anni, al punto da rendere letteralmente ridicola la somma percepita a fronte dell'onere di lavoro che queste funzioni prevedono. Anche in questo caso il sistema meritocratico profila una soluzione che permette di consolidare questo stato di cose: coloro che ricoprono tali incarichi continueranno a ricevere poco o niente in termini di retribuzione aggiuntiva, ma avranno in cambio i crediti professionali: ti diamo i crediti! vuoi pure i soldi? Stringi i denti e vedrai che rientri nel 66% di meritevoli e avrai il tuo scatto di competenza.
Molta meno chiarezza si incontra a proposito dei crediti didattici, le modalità per ottenere i quali restano assolutamente oscure. Su di essi il testo afferma in modo del tutto generico che serviranno a misurare la capacità di migliorare la prassi di insegnamento da parte di un singolo docente e la capacità di innovare (p. 52). Come quantificare in termini di crediti tali capacità? Il documento tace.
Chiunque abbia un minimo di esperienza in campo di politiche scolastiche degli ultimi anni non può a questo punto non notare una pesante assenza nel testo governativo: l'Invalsi. In un testo che non fa altro che parlare di merito e di valutazione non si nomina mai (se non una volta, di sfuggita e su altro argomento, a p. 100) l'Invalsi. A nostro avviso, non si tratta certamente di una svista: chi ha scritto il documento conosce benissimo le polemiche suscitate dai test Invalsi e sa che gli insegnanti da tempo si oppongono all'idea che ai risultati di queste prove sia legata la valutazione dell'efficacia della propria didattica. Cosciente di ciò il Governo ha preferito mantenersi sul vago, onde evitare polemiche nella fase di propaganda che si è aperta con la presentazione del documento La buona scuola. Possiamo immaginare che i test Invalsi non avranno alcun ruolo nella valutazione dei docenti e nell'attribuzione dei crediti didattici? L'esperienza ci porta ad escludere questa ipotesi.

Lasciando ora da parte questi aspetti tecnici, riteniamo che la principale motivazione che ci deve indurre a respingere con forza la proposta del Governo, prenda le mosse da una domanda che ogni singolo docente deve farsi nel momento in cui si trova ad esprimere un giudizio sul documento La buona scuola: quale impatto avrà questo nuovo sistema sulla vita quotidiana degli istituti? Possiamo prevedere che tale impatto minerà profondamente la stabilità già precaria di queste comunità e soprattutto riteniamo che la concorrenza tra insegnanti che si produrrà con l'introduzione dei criteri meritocratici colpirà alle fondamenta la collegialità e la democraticità della gestione degli istituti scolastici. Il nuovo sistema conferisce infatti grandi poteri al Nucleo di Valutazione interno, che deve «vagliare» il pacchetto di crediti di ogni docente (p. 52) allo scopo di individuare il 66% di meritevoli; il Nucleo, come accennato sopra, sarà composto da alcuni insegnanti della scuola, da un esperto esterno e, ci si può scommettere, dal dirigente scolastico. Ora si immagini quali fenomeni di servilismo un tale sistema possa stimolare; quale accentramento complessivo dei poteri di gestione nelle mani di un nucleo ristretto di insegnanti vicini al dirigente possa prodursi. Creando una rigida gerarchia e concentrando il potere in pochi individui si ottiene un sistema meno democratico e di fatto autoritario.
Sotto questo punto di vista la proposta del Governo presenta inquietanti somiglianze con il sistema che regolava la carriera degli insegnanti nella scuola superiore nel periodo precedente all'approvazione dei Decreti Delegati del 1974. Tale ordinamento prevedeva che alla fine di ogni
anno scolastico i singoli docenti venissero valutati dal preside della scuola presso cui prestavano
servizio con una «nota di qualifica», che contemplava cinque livelli di giudizio: ottimo, valente, buono, sufficiente ed insufficiente. Un «insufficiente» poteva impedire l'avanzamento di carriera dell'insegnante, mentre un «ottimo» ripetuto per tre anni ne determinava un'accelerazione.
L'affinità appare evidente. Come per altri casi (primo fra tutti quello relativo all'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori), da questo punto di vista, quindi, il Governo Renzi, al di sotto del linguaggio propagandistico tutto volto a tacciare di conservatorismo coloro che si oppongono all'avanzata del
nuovo, mostra nei fatti un intento di restaurazione del passato e si rivela come un governo progressista nel linguaggio, ma reazionario nella sostanza.

Continua in: La didattica

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