Occupazione, ovvero l'interruzione-dissociazione del
Marcella Raiola - 22-11-2014
"Interruzione di pubblico servizio". Così viene definita l'occupazione delle scuole. La restrizione della fruibilità di uno spazio "pubblico", aperto a tutti, è la colpa che primariamente viene imputata agli studenti, una defezione, cioè, dal dovere di incarnare, rappresentare e difendere quel che è comune e a disposizione di tutti. E' interessante notare come questo sia, di questi tempi, il solo caso in cui il termine "pubblico" venga sublimato, riaccreditato, riabilitato, risacralizzato; lo stesso termine, però, quando diventa parola d'ordine di una rivendicazione categoriale o popolare, quando diventa richiamo accorato al dettame della Costituzione o richiamo risentito a Beni Comuni (tra cui la stessa istruzione) che la predazione dei privati ci scippa quotidianamente, viene immancabilmente e sdegnosamente associato al lassismo dei "nullafacenti", identificato con l'alibi dei "falliti" oppure addirittura proscritto come contrassegno lessicale di un conservatorismo deleterio e inibitorio per le "magnifiche sorti e progressive" del nostro saccheggiato e saccheggiando paese.

Tante cose chi ha visto tante occupazioni potrebbe dire, sulla speciosità e strumentalità di alcune di esse, sul loro valore di surrogato di una reazione sociale alla corruzione e all'erosione dei diritti che drammaticamente manca, sulla disperata dignità di chi conferisce ad esse un valore politico, iniziatico, sulla sua valenza "carnevalesca" di rovesciamento dei ruoli in un mondo in cui non si cresce più, in cui tutti siamo condannati a restare perennemente giovani, defraudando i giovani della loro giovinezza, un mondo in cui non ci sono più parricidi da effettuare perché ogni valore è trasversalmente e contestualmente alla mano, sul mercato, pronto ad essere indossato da chiunque o addossato a chiunque altro...
Anche io ho visto parecchie occupazioni e sempre mi sono chiesta perché alle accuse di "ritualità" delle stesse segua quasi sempre la ritualità degli sgomberi forzati, come quello del Liceo Vico, che sono la sostanza e la fenomenologia della nostra sconfitta, perché quel che accade tra educatori e ragazzi è cosa loro, non può essere regolato da forze estranee, da codici diversi da quello che la deontologia, la quotidiana dimestichezza, la fatica del crescere insieme hanno scritto, pena la perdita di fiducia e di credibilità dell'istituzione.

Mi sono chiesta perché, nonostante la "trasgressione" sia ormai diventata una sorta di nuovo conformismo e sia stata sdoganata per tutti e tutte, la necessità di "espugnare" la scuola resti urgente, impellente, che cosa ciò significhi in termini di mancato aggiornamento degli stili comunicativi, dei modi di trasmissione e costruzione dei saperi, ovvero in termini di risposta ad istanze politiche e paideutiche che anno per anno restano inevase.
Mi sono chiesta perché la legalità debba essere un valore solo per ragazzi e ragazze che vivono in uno Stato dove ogni cosa, a partire dal governo, illegittimo e privo di mandato popolare, è illegale, e mi sono chiesta perché la giustizia e la legalità non possano accordarsi, perché ci siamo rassegnati e insegniamo a sacrificare la prima sull'altare della seconda, in ossequio a chissà quale eroica coerenza o in attesa di chissà quale eroe liberatore...

Domande complicate, molto complicate, cui comunque non si deve sfuggire, cui bisogna cercare di rispondere, anche con una manifestazione, un impegno di lotta, una presa di posizione o, appunto, un'occupazione, perché siamo studenti e siamo docenti, cioè gente deputata a creare e mettere in circolazione delle idee, che altro non sono se non risposte articolate (e temporanee) a domande complicate (ed eterne).
L'occupazione mi riguarda, coinvolge e chiama in causa. Mi riguarda come lavoratrice ed educatrice; mi coinvolge come docente in lotta per la preservazione della Scuola pubblica e della sua funzione; mi chiama in causa come "intellettuale" e come cittadina che valuta le politiche scolastiche e che, in questo momento, paventa la destrutturazione di tutele e diritti fondamentali per le persone e per le persone che lavorano. Un po' mi imbarazza, anche, perché crea spaccature, tra studenti e tra docenti, che non hanno mai tutto intero il torto e mai tutta intera la ragione. Ma ora c'è un contesto, un contesto di grave allarme democratico, per chi lo riesce a percepire come tale, e quindi credo che gli studenti facciano più che bene a percepirsi e costituirsi, quando vogliono e sanno farlo, e come anche noi dovremmo aiutarli a fare, come soggetto politico e reattivo.
Di meriti, sia pure per la classica eterogenesi dei fini, le occupazioni contro la "Buona Scuola" (ex Legge Aprea) di Renzi ne hanno già due: far riscoprire l'importanza della parola "pubblico" ai fans della privatizzazione, dell'eccellenza efficientistica e della selezione darwiniana e segnalare alla "società civile" che la Scuola pubblica può decidere di interrompere il "servizio" per dimostrare che non è "servizio", appunto, ma una casa comune, un cenobio laico in cui, se qualcosa non va, ci si ferma e si discute dei presupposti teorici e delle pratiche da seguire, un luogo in cui non si forma solo la professionalità, ma si forgia e tempra la personalità.
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