Cronache italiane: prima puntata
Irene Drea - 22-02-2014
La traduzione russa di "maggioritario" è "bolscevico". L'Italia di questi ultimi anni è riuscita a compiere un vero miracolo: ha costruito un bolscevismo senza rivoluzione o, si potrebbe dire, un bolscevismo reazionario. Ecco, per sommi capi, le tappe più significative di questa violenta torsione della forma di governo. In casa nostra.


PRIMA PUNTATA


Maggio - Giugno 2011 - Il Governo Berlusconi regge. Dopo la rottura con Fini, conta su una maggioranza risicata, ma ha appena messo a segno un colpo notevole: nel 2010, per la prima volta dopo decenni, in Italia il deficit di bilancio - 2% in meno - è stato di gran lunga inferiore alla media europea. Dello "spread" non si parla; solo una sparuta pattuglia di tecnici sa che significhi, ma non c'è motivo di allarme: è fermo a quota 150.

Giugno - Luglio 2011 - A meno di non saper leggere nella sfera di cristallo, nessuno è in grado di prevedere un'imminente crisi di governo. Inspiegabilmente, però, in un incontro segreto, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano mette sull'avviso Mario Monti: si tenga pronto, presto potrebbe convocarlo per affidargli il Governo del Paese. Monti parla con De Benedetti, che gli consiglia di accettare. Negli stessi giorni in cui Napolitano incontra Monti, misteriosi speculatori cominciano a vendere massicce quantità di titoli di Stato italiani. Benché la situazione economica del Paese non sia peggiorata e non ci siano ragioni per farlo, in sette mesi si va a ritmo forsennato: 220 miliardi di euro. Dalla sera alla mattina, giornali e televisioni diventano superesperti di "spread", ma non raccontano al Paese in fibrillazione quello che oggi si sa: in testa agli "speculatori" c'erano Germania e Francia.

Luglio - Agosto 2011 - Dopo che Napolitano ha ottenuto la disponibilità di Monti, la BCE invia all'Italia una strana lettera dai toni molto duri, firmata Trichet e Draghi, due banchieri, che, di per sè, non hanno titoli per dialogare alla pari col governo di un Paese membro dell'Unione Europea. Si tratta, in sostanza, di un vero e proprio programma, accompagnato da un aut aut: o l'Italia accetta di applicarlo alla lettera, o la BCE non difenderà il nostro Paese dall'ingiustificata aggressione della speculazione. Non era mai accaduto prima nella storia dell'Unione.

Settembre - Ottobre 2011 - Lo "spread sale vertiginosamente, finisce fuori controllo e gli "esperti", spuntati come funghi, ci spiegano che non c'è da stupirsi: i mercati sono ombrosi e chiedono affidabilità. Il problema, quindi, è lo "scandaloso Berlusconi", che, intanto, sotto i colpi della speculazione, rischia di rimetterci le aziende.

Novembre 2011 - Lo "spread" tiene banco e il terrorismo dei media incalza: "Falliremo, Berlusconi ci costa miliardi al giorno!". Berlusconi decide di mettersi da parte e Napolitano, che ha pronta la ricetta sin da luglio, in un battibaleno fa il suo lavoro: niente voto, la stabilità prima di tutto! Monti, che aveva già la valigia in mano, giunge a Roma, è nominato Senatore a vita per meriti ignoti e diventa Presidente del Consiglio.

16 novembre 2011 - Inizia il suo cammino il 61° governo della Repubblica, il secondo della XVI legislatura. La maggioranza che sostiene Monti è più che "bulgara": al Senato 281 voti favorevoli e 25 contrari, alla Camera 556 contro 61. Monti si muove in un clima di paura alimentato dalla stampa che conta. E' un ritornello ossessivo: "Occorre garantire la governabilità o lo 'spread' affosserà il Paese". Nella campagna di stampa si distingue La Repubblica di Carlo De Benedetti, che sin da luglio conosceva le intenzioni di Napolitano. In realtà, dopo quello di Monti, ci saranno altri due governi in meno di un anno, ma non sentiremo più parlare di "spread" e di mercati "ombrosi". Il Parlamento, intanto, è messo in mora: a Monti non si fa opposizione, è il "salvatore della patria". Di fatto, è stata precostituita una maggioranza anomala che non sarebbe uscita dalle urne; una maggioranza sottomessa al professore, in grado di manomettere la Costituzione e di evitare anche la noia del referendum. Il Paese è ormai affidato a Monti e il programma è quello della BCE.

20 aprile 2012 - Entra in vigore, voluta da un governo tecnico che non ha vincoli di rappresentanza o problemi di consenso, la legge Costituzionale n. 1 che piega il Paese al diktat di Trichet e Draghi: prevede, infatti, la "regola aurea" del pareggio di bilancio e cancella così ogni possibilità di finanziare il welfare. La forma di Stato, prevista dalla Costituzione, che pone al primo posto la sovranità popolare, è stata sciolta nell'acido di una dimensione sovranazionale - quella dell'Unione Europea - che non ha uno Statuto approvato da un voto popolare ed è emanazione diretta del pensiero e del mercato neoliberista. Da questo momento, un Parlamento liberamente eletto in regolari elezioni democratiche dovrà fare i conti con il macigno posto sulla sua strada.

Giugno 2012 - Il settimanale Panorama riferisce che agli atti di un'inchiesta della Procura della Repubblica di Palermo ci sono alcune telefonate registrate su bobine della Direzione Investigativa Antimafia, in cui si sente la voce del Presidente della Repubblica. Sotto controllo non era naturalmente il telefono del Quirinale, ma quello di un indagato per falsa testimonianza. L'inchiesta si occupa di un accordo criminale tra settori delle Istituzioni e mafia. Le telefonate risalgono all'inverno 2011. L'indagato ha parlato sia con il consigliere giuridico del Quirinale sia col Presidente della Repubblica; ha chiesto aiuti istituzionali per essere "coperto" in un'indagine che evidentemente teme. E' una vera bomba, ma i mercati, in genere preoccupati anche per un raffreddore delle Istituzioni, non si curano della cosa e non c'è giornale che accenni a rischi per lo "spread".

16 luglio 2012 - Coup de théâtre‎: Il Presidente della Repubblica decide di rivolgersi alla Corte Costituzione, per trascinarvi in giudizio la Procura della Repubblica di Palermo. La notizia non ha precedenti: sebbene le telefonate non siano state mai trascritte e il giudice istruttore abbia smentito che avessero rilievo penale, Napolitano solleva un conflitto d'attribuzione di poteri tra lui e i giudici di Palermo. Il Pubblico Ministero subisce di lì a poco un provvedimento disciplinare. La tesi di Napolitano è semplice: il Capo dello Stato non può essere intercettato neanche per caso, nemmeno se la polizia controlla un gangster e scopre che il criminale sta parlando con lui. I mercati, che pochi mesi prima crollavano un giorno sì e uno pure per gli scandali erotici di Berlusconi, se ne stanno tranquilli. I rapporti politica-mafia non li allarmano e lo "spread" è immobile, come se qualcuno l'avesse ingessato.

4 dicembre 2012 - La Corte Costituzionale ha dato ragione al Capo dello Stato che aveva sollevato conflitto di attribuzione sul caso delle intercettazioni. "Non spettava alla Procura valutare la rilevanza delle intercettazioni" e "omettere di chiederne al giudice l'immediata distruzione con modalità idonee ad assicurare la segretezza del loro contenuto". In altre parole, i magistrati che indagano sulla trattativa Stato-mafia, avute tra le mani intercettazioni in cui fortuitamente era coinvolto Napolitano (l'indagato, per la cronaca, sarà poi accusato di aver nascosto ai giudici la verità sui rapporti mafia politica) dovevano ordinarne la distruzione. Ottenuta "giustizia" e vinta la - discutibile - "questione di principio", Napolitano non sente il bisogno di far sapere agli italiani che cosa si sia detto con l'imputato. Le conversazioni saranno distrutte e la gente dovrà credere per fede alla totale innocenza del Presidente. I mercati dormono, lo "spread" ha preso un potentissimo sedativo.

6 dicembre 2012 - Il Partito di Berlusconi lascia la maggioranza. Nessuna garanzia di governabilità. Tutto vacilla, ma i titoli di Stato vanno a gonfie vele.

8 dicembre 2012 - Mario Monti informa Napolitano di non godere più della fiducia del Parlamento. Il Presidente della Repubblica annuncia che Monti rimetterà il mandato dopo l'approvazione della legge di stabilità, per evitare il caos. Le cose, però, non andranno così.

21 dicembre 2012 - Il Governo Monti - dimissionario - mette ai voti una legge che non è quella di stabilità, come annunciato da Napolitano, ma un provvedimento gravissimo, destinato a segnare a fondo il futuro del Paese: il "Fiscal Compact". Si procede con interventi contingentati - dieci minuti di parola per gruppo parlamentare (un bavaglio?) - perché il tempo è scaduto: per il 22 è previsto il voto sulla legge di stabilità, poi il governo dovrà andarsene. E' l'ultimo giorno utile. Anche questo non era mai accaduto prima nella storia della Repubblica. E' un nuovo strappo alla Costituzione. Il testo del provvedimento è inserito, infatti, nell'articolo 81 dello Statuto, che ne esce sostanzialmente modificato. Monti vincola così i suoi successori a un indebitamento reale annuo che non superi lo 0,5% del Pil. Ogni scostamento dovrà prevedere contestuali manovre correttive. Costretti dalla spada di Damocle di pesanti sanzioni europee, i Governi dovranno ridurre il debito pubblico di un ventesimo l'anno per farlo scendere al di sotto del 60% del Pil. Il Fiscal Compact umilia il Paese e addossa ai ceti subalterni i costi di una crisi di cui non sono responsabili. In Grecia si è arrivati alla decurtazione degli stipendi e delle pensioni. La missione di Monti è compiuta.

22 dicembre 2012 - Dopo le dimissioni del Governo, Napolitano scioglie anticipatamente le Camere, ma Monti rimarrà in carica fino al 28 aprile 2013. Dell'instabilità non s'interessa nessuno, lo "spread" è in perfetta salute. Con la "cura Monti" sono aumentati i suicidi, ma questa notizia lascia i mercati - che non sono stupidi e sanno di aver ottenuto quel che volevano - del tutto indifferenti, occupati come sono a far festa.

24-25 febbraio 2013 - Si va a votare per le elezioni politiche. Il sistema elettorale vigente è per definizione porcellum: non produce deputati eletti, ma "nominati". Nonostante il fortissimo e illegittimo premio di maggioranza, nasce un Parlamento ingovernabile, ma i soliti mercati hanno altro a cui pensare: stanno divorando i resti greci. Vince una coalizione guidata dal Partito Democratico. Il Partito di Vendola conquista numerosi seggi e numerosissimi ne regala all'alleato democratico, ma subito dopo il voto, com'era prevedibile, ognuno va per la sua strada. Alla Camera, se si contano i voti, il primo partito risulta il Movimento 5 Stelle, ma il PD ha molti deputati in più. Come la nostra legalità repubblicana prevede.

22 marzo 2013 - Napolitano affida a Pier Luigi Bersani l'incarico di "verificare l'esistenza di un sostegno parlamentare certo" per formare un esecutivo nel minor tempo possibile. La situazione in cui opera Napolitano è identica a quella verificatasi nel 2006, ma l'incarico offerto a Bersani non è lo stesso che ebbe Prodi. Il fondatore dell'Ulivo, infatti, sondò le forze politiche, stabilì convergenze, elaborò un programma e poi chiese la fiducia. Da Bersani Napolitano pretende invece ora una prova anticipata; deve mostrare "di avere i numeri certi" per ottenere la fiducia. Il Presidente, quindi, decide che a un caso uguale, vada applicato un trattamento diverso. Gianni Ferrara, illustre giurista, annotò: è "il massimo di contorsione di un principio giuspolitico cardine della civiltà contemporanea". La contraddizione era nei fatti. Bersani era chiamato a garantire in anticipo ciò che può essere certo solo dopo che è accaduto. Chi può giurare di un comportamento che non è il suo? La fiducia si ottiene in aula su un programma. Ma era proprio il programma ciò che pareva interessare a Napolitano. Che c'entra il Presidente della Repubblica col programma del Presidente del Consiglio incaricato?

30 marzo 2013 - Con una decisione nuovamente priva di precedenti, il Presidente della Repubblica, che è alla fine del suo mandato, istituisce due gruppi di lavoro incaricati di trovare una convergenza tra forze politiche che sono state aspramente ostili tra loro prima e durante la campagna elettorale. In disaccordo su tutto - riforme istituzionali e misure per far fronte alla crisi economica - ora dovrebbero mettersi d'accordo in una sede che non è il Parlamento. Delle Commissioni, per giunta, nessuno è vicino al Movimento 5 Stelle, che pure è la prima forza alla Camera per numero di elettori. Si direbbe che il Presidente uscente voglia indicare una via politica che unisca i due poli sconfitti dalle urne e tenga nell'angolo il partito di Grillo. Un "governo di larghe intese", insomma. Ma il Governo non dovrebbe farlo Bersani?

... continua ...

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