Se la cultura di un Paese non riconosce i suoi maestri...grazie don Enrico Chiavacci
Severo Laleo - 26-08-2013
Nel vecchio scaffale bianco avorio, inizio novecento, mastodontico, dove per forza hai da collocare i libri in doppia fila, ogni volta devi scegliere, e con buona motivazione, quali libri avere in vista.
E senza un disegno preciso ti capita di vedere in bella mostra avvicendarsi romanzi, saggi di politica, guide per viaggi, fascicoli di fogli di appunti, e qualche titolo tra i classici, anche questi secondo una rotazione casuale.
Eppure in questa girandola di libri, hai dei punti di riferimento sicuri, stabili, sicché, quando attraversi la stanza, il tuo sguardo individua subito i colori delle copertine inamovibili. E ti par di essere padrone del tuo pensiero.
Il mio colore è un verde non brillante, direi umile, ma fermo, di semplice brossura. Edizioni Cittadella. Assisi. Tre volumi in quattro tomi, con un titolo di altri tempi, temi di continua attualità, in serrate argomentazioni.
E' un trattato di Teologia Morale. L'autore è Enrico Chiavacci,
professore emerito di teologia morale nella Facoltà Teologica dell'Italia Centrale (Firenze). Una vita di studi e di impegno sui temi della pace e sui diritti dell'uomo. Ora non più tra noi.
Ma la cultura del nostro Paese tace, perché è povera ed è gridata.
E non sa riconoscere i suoi maestri.
Eppure se le riflessioni di don Chiavacci avessero avuto una più larga
e generale diffusione, soprattutto tra i giovani, forse i comportamenti di arroganza facilona e arrivista, anche di gran parte della classe politica, sarebbero stati, all'origine, isolati e scongiurati.
Perché un popolo educato, e quindi attento, ai diritti delle persone
non avrebbe mai sopportato Bossi ministro e premier Berlusconi.
Ma la cultura in questo nostro Paese è altro.
O no?

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