Dal Web alla storia globale e alla condizione post-coloniale in Italia
Gennaro Tedesco - 08-04-2013
Brevissime Divagazioni


Dalla ricerca elettronica, per quanto certamente parziale, frammentaria e non esaustiva, condotta sulle fonti del Web in italiano e in inglese, relative alla Storia mondiale, alla Storia globale, alla nuova Storia globale e agli Studi post-coloniali e subalterni, emergono alcune indicazioni ed ulteriori ipotesi di lavoro che potrebbero e dovrebbero estendere, confermando o smentendo, quanto da noi faticosamente posto in essere più che in luce.
Innanzitutto i temi e i problemi di Storia mondiale e degli Studi post-coloniali e subalterni sono molto più presenti in ambito italiano nel Web di quanto non lo siano nell'editoria scolastica e soprattutto nella Scuola reale e militante, appena un po' di più nelle nostre Università che solo negli ultimissimi anni e con estremo ritardo e con grandi difficoltà rispetto al mondo anglo-americano stanno prendendo atto della Rivoluzione storiografica, economica e antropologica in corso da decenni sulle due sponde settentrionali dell'Atlantico, ma anche su quelle dell'Oceano Indiano e Pacifico.
Purtroppo questo ritardo culturale e educativo del Bel Paese non è un caso. Esso comincia dai primissimi anni Ottanta del secolo scorso per approfondirsi ulteriormente e progressivamente nel corso del lungo sonno produttivo e creativo di una Nazione irrimediabilmente introiettata nella assurda e claustrofobica ricerca di monocratiche fondamenta e monolitiche radici , mai esistete e tanto meno possedute, appartenenti all'Eldorado celeste della mitologia e non certamente al Mondo terrestre della Storia.
Il "fondamentalismo" e il "radicalismo" di una parte delle nostre istituzioni culturali e formative dalla Scuola all'Università e a tanta parte della Stampa, dell'Editoria e dei Media è la reazione, la risposta "reazionaria" alla sfida posta dalla globalizzazione cavalcata dai Giganti emergenti dell'Asia, l'Elefante Indiano e il Dragone Cinese, nel bene e nel male, scardinatrice di secoli, anzi millenni di predominio non solo economico, ma anche culturale e formativo e conseguentemente e coerentemente ideologico dell'Occidente colonialista.
Mentre dagli Anni Ottanta in poi nel mondo anglo-americano, ma anche in quello asiatico e latino-americano si prendeva atto dei processi disgregativi di una "Modernità" eurocentrica e occidentale in "polvere" e sempre più in crisi, anzi in rapida e ineluttabile dissoluzione, contribuendo, dall'interno di questo processo emergenziale in atto, al suo riconoscimento, ricognizione e descrizione critica in ambito storico, politico, economico, sociale e antropologico, oltre che educativo, nel nostro Paese il dibattito culturale ed educativo, oltre che storico e politico, continuava a muoversi, anzi ad atrofizzarsi, entro i rigidi e parametrati confini di un superstite, persistente e attardato italocentrismo neanche tanto consapevole della non sempre sua acclarata e "perfetta" aderenza ad un Occidente più ideologico, letterario e immaginario che reale.
Certamente c'erano e ci sono tutti i presupposti conoscitivi e critici per tentare di spiegare l'arretratezza dei nostri processi evolutivi (o involutivi?) rispetto alla drammatica realtà di una globalizzazione, perché di questo si tratta quando parliamo di una Modernità in polvere, che non solo non ci vedeva e non ci vede protagonisti o almeno copratagonisti, ma che ci costringe negli anfratti più bui e miserevoli di una contemporaneità in accelerazione costante rispetto agli anni "gloriosi" della Ricostruzione post-bellica.
E' proprio la storia, anzi la cronaca degli avvenimenti più recenti che ci può consentire un primo approccio esplicativo al problema. Il tragico declino industriale del nostro Paese proprio dagli Anni Ottanta in poi del secolo scorso è sotto i nostri occhi e sotto le lenti acuminate di una parte della nostra Stampa, almeno di quella, risicatissima, che ancora ha visioni e approcci cosmopolitici oltre che comparativi.
La mancanza, anzi la sistematica distruzione di una rete estesa, solida e robusta delle pochissime nostrane Multinazionali impediva e impedisce al Bel Paese l'assalto al cielo del mercato mondiale in rapida e costante espansione soprattutto in Oriente, penalizzandoci non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello politico, culturale e educativo. La loro assenza nel nostro tessuto sociale e istituzionale non ha consentito la formazione di un ceto manageriale cosmopolitico e "illuminato", forgiato dalle dure e aspre battaglie sui mercati globali. Le conseguenze di questa mancata e tradita apertura al mondo si avvertono anche nel ceto politico, e non solo politico, dirigente e in tanta parte della popolazione, non solo in quella meno acculturata. Non avendo accumulato e "capitalizzato" una lunga, dolorosa e complessa tradizione di accentuata e persistente competitività nei tumultuosi e volatili mercati mondiali come altri nostri partner europei o americani, raramente si riesce a concepire l'idea della necessità permanente di guardare al di là del proprio ristretto e angusto cortile di casa. Non si accetta l'idea di rischio "sistemico" consustanziale a qualsiasi società capitalistica giunta alla sua maturità capitalistica e imperialistica. Non a caso, caso più unico che raro, nel contesto mondiale della finanza globalizzata, il Bel Paese detiene il certo non invidiabile primato dell'investimento immobiliare. Anche da ciò si deduce e si evidenzia non solo la mancata metabolizzazione della inevitabile rischiosità dell'investimento capitalistico in una società globalizzata e imperialistica, ma anche la conseguente limitatezza e meschinità dei quadri sociali e ideologici di riferimento diffusi in gran parte di un'opinione pubblica nazionale non acculturata e non educata al confronto anche spigoloso e qualche volta brutale con la realtà del mondo globalizzato.
La stazza continentale di Giganti dell'Asia come la Cina con le sue imprese multinazionali con milioni di operai e impiegati annienta sul nascere ogni tentativo della nostra industria di confrontarsi con essi sui mercati mondiali. Ma non è solo una crisi di internazionalizzazione dei mercati concretamente intesi, è soprattutto una crisi di mondializzazione e globalizazione finanziaria, organizzativa che apre, amplia e trascina con se conseguenti e invitali problematiche culturali e educative che ancora oggi in molta parte della nostra classe dirigente e dell'opinione pubblica nazionale non sembrano ancora del tutto comprese nella loro cogente consequenzialità. Tutto ciò che da questo mondo "estraneo", "straniero", "alieno" e "incomprensibile" proviene e impatta clamorosamente e dolorosamente sulle abitudini consolidate e sulle consuetudini usurate dalla decrepita asfissia di un provincialismo, anzi di un paesanismo sonnolento e sonnambulo, viene visto, ma soprattutto vissuto come ostile e pericoloso.


Lo splendido e impossibile isolazionismo o neoisolazionismo provinciale e paesano della nostra élite dirigente, ma anche di gran parte della nostra obsoleta opinione pubblica, trova facilmente un sostenitore e un amplificatore potente e prepotente in una industria editoriale e "culturale", ma anche e soprattutto mediatica quasi tutta dedita all'esclusiva descrizione e esaltazione di contesti e tradizioni nazionali nel migliore dei casi. Nel peggiore, e non è raro, anzi tutt'altro, dei casi, a tali artificiali fabbriche del consenso non interessa nemmeno l'ambito nazionale che spesso e volentieri viene disprezzato a favore dell'incredibile e pur vera esaltazione del Campanile, del Borgo medioevale e del suo "Territorio", magico termime che dovrebbe spazzar via quello di "Nazione", per non parlare di quello di "Mondo" che neanche esiste nell'orizzonte concettuale di costoro, per divenire l'unica Realtà ontologica.
A tutto ciò si aggiunga, a parte qualche encomiabile e lodevole eccezione, una Scuola e una Università, demotivate e devastate da politiche finanziarie restrittive e poco lungimiranti, che, come nel periodo fascista e in gran parte di quello liberale, nei loro programmi, nei loro curricoli e nei loro corsi continuano a insistere e persistere intorno ad ambiti storici, culturali e educativi che non solo non tengono conto delle esigenze di allievi globalizzati e di adolescenti e giovani immigrati dall'"Altro Mondo", ma nemmeno si preoccupano di aprirsi a istanze cosmopolitiche e mondializzanti. Certo non sempre per loro colpa, ma spesso per "colpa" di una dimensione psicosociale territorializzata, istituzionalizzata, "corporata", incorporata e "ancorata" a una struttura economica parcellizzata, destrutturata e,più che diffusa, reclusa in angusti e ristretti microterrirtori molto spesso non comunicanti.
Le nostre industrie, le nostre banche non solo soffrono di nanismo dimensionale e istituzionale, ma anche di carente capitalizzazione e di quasi assoluta mancanza di autonoma e innovativa capacità di ricerca scientifica e tecnologica. Anche quel tanto di presenza dello Stato nella ricerca sta rapidamente venendo meno, aggravando una situazione già endemicamente fragile.
Come si risponde a questo drammatico scenario economico e finanziario? Non tentando di ricomporre i cocci di una industria in lento e inesorabile disfacimento, cioè operando fusioni e accorpamenti di tutte quelle imprese che, una volta ricompattate in grosse Concentrazioni, potrebbero ancora sperare di giocare un ruolo rilevante nell'agone mondiale, ma suonando la gran cassa e il trombone della piccola e media industria e dell'ampliamento e "rinnovamento" del lavoro autonomo che non potranno mai aspirare seriamente a confrontarsi con i Colossi asiatici con qualche possibilità di affermazione.
Tutta questa opera di ristrutturazione ( o destrutturazione) industriale, recentemente sostenuta anche da politiche "distrettualistiche" miranti a creare zone territotrializzate e protette di piccole e medie imprese liberamente associate, che assomigliano più a velati ripiegamenti in enclave superfortificate da ultimo"Baluardo" contro un nemico non solo numericamente superiore, che a iniziative propulsive e proiettive volte al futuro, contribuisce in modo diretto e indiretto a consolidare e a diffondere un "meccanismo" ideologico abbastanza coerente e preciso nelle sue architravi portanti. Non è più possibile o, comunque, è sempre più difficile confrontarsi adeguatamente e alla pari col "Resto" del Mondo ? Be', allora l'unica soluzione a portata di mano è quella di concentrarci nella "coltivazione" dei nostri campi conclusi e reclusi. Un ritorno alle fondamenta, anzi alle radici ancestrali, alla Madre Terra non solo in senso metaforico, ma anche in senso concreto. Dilagano programmi e progetti economici tesi a rivitalizzare la nostra morente agricoltura. Si badi bene che non si vuol sottovalutare il contributo dell'agricoltura, della montagna, della pesca, dei mari, dell'artigianato tradizionale, del turismo e dell'agro-alimentare. Ma anche qui oltre alle enunciazioni ci vogliono investimenti, ricerca scientifica, ammodernamenti, aggiornamenti tecnologici, riqualificazioni territoriali e riorientamenti infrastrutturali e politici oltre che culturali e educativi, insomma un nuova programmazione economica e politica di vastissime dimensioni e proporzioni che non sono certamente all'ordine del giorno nelle agende della nostra confusa e intimorita classe dirigente, dedita esclusivamente al tentativo di riproposizione di obsolete e logore mitologie e litografie vetero-nazionalistiche e vetero-autarchiche. Non saranno né la riscoperta né la rivalorizzazione di borghi e castelli medioevali, né economie "distrettualizzate" a poterci tirare fuori dalle secche e dal pantano in cui siamo finiti. Esse, al contrario, potranno solo contribuire e a rinchiuderci, pieni di rabbia e di invidia e di razzismo, in un angolo asfittico e claustrofobico del pianeta mentre la globalizzazione vincente degli Altri, Cina, India, Brasile, Indonesia decolla incontenibile senza e contro un Bel Paese finalmente "rifeudalizzato".


Ma la "criticita" tutta ed esclusivamente italica, anzi italocentrica, nei confronti di un mondo economico, politico, culturale e educativo che sembra non solo poter fare a meno del Bel Paese, ma addirittura ritrovarlo, il Bel Paese, ostile, ostacolo e impedimento a una globalizzazione (post-moderna ?) ci fa nascere un terribile sospetto. Non è che, forse, tutta questa arretratezza, questa visione attardata e questo approccio obsoleto e livoroso al mondo contemporaneo non sia molto più profonda di quanto siamo disposti ad ammettere ? Che non sia solo frutto di un mancato o carente "aggancio" alla globalizzazione e alla mondializzazione in corso , per quanto lo stesso processo di globalizzazione non sia certo cominciato da poco ?

Forse gli ultimi avvenimenti in Libia ci possono aprire degli spiragli di luce sull'assenza significativa di un dibattito di qualche importanza e di una qualche rilevante paretecipazione nazionale in relazione ai temi e ai dilaceranti problemi posti nella Comunità scientifica internazionale dall'emergenza della Storia globale e degli Studi post-coloniali e subalterni. In Libia la nostra classe dirigente si gioca gli ultimi residui e risibili scampoli di un post-colonialismo e neocolonialismo straccione. Dal fascismo in poi nel Bel Paese si è creduto di far fronte a nostre ataviche carenze nella politica estera, ricorrendo a un mediocre e debole imperialismo militaristico, sostituto successivamente alla caduta del fascismo, con un miscuglio insignificante e deleterio di politiche fragili e estemporanee basate su protezionismi economici e politici e su inconcludenti e pericolosi rapporti personalistici. Approcci, questi, alla politica estera e mondiale, del tutto in linea con una politica interna fondamentalmente protezionistica e nazionalistica sia in economia che nella cultura e nell'educazione. Mentre ad esempio, Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia e Olanda, con grandi e contraddittorie tradizioni coloniali, intraprendevano un percorso di politica estera e globale antiprotezionistico e liberistico, discendente e derivante dalla loro possente eredità di traffici marittimi concorrenziali e competitivi, con una riaffermazione anche culturale, linguistica ed educativa su scala planetaria, il Bel Paese si incamminava sulla via di uno sviluppo capitalistico fondato essenzialmente sulla costruzione di una rete stradale e autostradale tutta concepita, introiettata e indirizzata a una evoluzione ( o involuzione ?) territoriale, continentale, strettamente legata al progetto politico di una economia "monoculturale" incentrata sull'industria automobilistica, siderurgica e cementifera.
La stessa "rinascita" culturale e politica del nostro Paese, in particolare col neo-realismo letterario e cinematografico, pur inaugurando un indubbio periodo di notevole e insuperabile effervescenza e originalità artistica e creativa mai più ritrovata e superata negli anni a venire dalla neonata Repubblica, evidenziava un legame particolarmente stretto e coerente con le scelte di politica economica e estera poste poco prima in luce , tutte rivolte ad esaltare e illuminare le potenzialità di un approccio endogeno, peninsulare, territoriale e continentale al nostro complessivo sviluppo, a cominciare da quello economico. Dalla fine del secondo conflitto mondiale rarissimamente non solo la nostra narrativa e il nostro cinema, ma anche la nostra stessa storiografia soprattutto non hanno fatto i conti con la storia globale e con la condizione postcoloniale, non producendo romanzi d'avventura, di viaggio o di vita coloniale, film di spessore cosmopolitico( a parte quella eterogenea congerie di film di serie b genericamente e malamente etichettati come "storici") o saggi storici di apertura mondiale anche perché la nostra storia nazionale non ha mai veramente posseduto un passato coloniale tale da consentire a una debolissima e divisa Borghesia senza Rivoluzione di poterlo costruire e inventare sia in prospettiva ideologica e politica che letteraria.
Le recenti tempeste di sabbia dei deserti delle ombre libiche sono il prezzo salatissimo che paghiamo e pagheremo per aver dimenticato, o peggio ancora, ignorato il lascito strategico della tradizione veneziana.
La grande Lezione e la splendida eredità della Serenissima sono state messe a tacere a favore di una posizione longobardica, franca e latina che privilegia la terraferma e i territori interni della Penisola e il suo "appendicalismo" continentale, la sua dipendenza e il suo radicamento nel cuore del Sacro Romano Impero.
L'apertura orientale greca, magno-greca, bizantina e poi veneziana, basata sui traffici marittimi orientali e sulla cultura dell'ibridazione, è stata del tutto soppiantata da un monismo e monolitismo ermetico e identitaristico del tutto privo di un pur qualsiasi riferimento non solo alla nostra tradizione di interscambio economico e culturale con l'Oriente, ma anche alla nostra centralità e radicamento geografico e strategico in un bacino del Mediterraneo che non a caso da "Altri", ma non da noi, viene configurato e ridefinito "Allargato". E non solo la crisi libica, ma anche quella libanese, irachena e afgana avrebbe dovuto contribuire a farci aprire da tempo gli occhi e la mente su questa eclatante realtà.
Inoltre non a caso solo da poco i nostri storici hanno cominciato ad accendere i riflettori sulla civiltà bizantina in Italia, tra l'altro quei pochi sinceramente interessati ad essa rimanendo molto distanti da un qualsivoglia tentativo di approfondimento delle influenze bizantine sui nostri percorsi strategici e di politica estera. Come non meno avvolti nel buio rimangono i tentativi greci, magno-greci e bizantini di un'eventuale costituzione e formazione di un Regno greco del Sud e delle sue eventuali oscillazioni orientali.
Che poi nel DNA storico del Bel Paese ci sia anche l'evidente tendenza al suicidio politico lo sta a dimostrare non solo un tardivo, contrastato e eurocentrico Risorgimento la cui acuta e persistente contraddittorietà è dimostrata da rigurgiti separatisti, neoceltici, neolongobardistici e neoterritorialistici, ma anche e soprattutto tutta la storia precedente della Serenissima che imbarcatasi nell'unica possibile politica estera e cioè quella dell'Oltremare orientale e della cogente necessità dell'unificazione politica della nostra Penisola, non riuscirà nell'intento unitario proprio grazie alle spinte vetero-separatiste e antinazionali promosse e sostenute dall'abbraccio mortale di" Patrioti italici" e "Alleati"continentali.


Un contributo non secondario all'introduzione , radicamento e consolidamento della Storia globale e degli Studi post-coloniali e subalterni avrebbe potuto trarre vantaggio dalla nostra millenaria Diaspora migratoria, ma neanche di essa e della sua lunga e possente tradizione non si è approfittato a dimostrazione ancora una volta che il nostro Paese ha deciso di non fare i conti col proprio passato storico e con la sua propria originalità nel contesto mondiale. Non solo. Si è temuto e si teme di riannodare certi fili sottili e impalpabili e pur consistenti con il passato incombente e ingombrante della nostra Storia nazionale nel confronto con un presente sempre più cosmopolitico, dominato da crescenti e tumultuose ondate migratorie che, destabilizzando non solo la nostra insensibilità, di fronte a una "Nazione" destoricizzata e smemorata (fintamente o realmente?) stanno a ricordarci quando anche noi eravamo albanesi, tunisini, marocchini, libici, egiziani ..... Ma, ovviamente, come dice il proverbio, non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire o peggior cieco di chi non vuol vedere neanche di fronte a catastrofi epocali come l'assalto alla Fortezza Europa da parte dei disperati dell'Africa.
La nostra intensa storia di emigrazione americana, canadese, australiana, brasiliana, argentina, venezuelana .... viene negata da un popolo e da una Nazione, da poco e malamente divenuta "benestante", alla ricerca di un posto alla mensa di Signori aristocratici che storcono il naso e non sanno cosa farsene del nostro pedigree da colonialismo straccione.
L'esperienza storica dei nostri Migranti trasnsoceanici è divenuta forza politica ed economica al di là degli Oceani, ha creato un proprio mercato delle merci che connette le terre meridionali della Penisola con Stati Uniti, Canada e Australia. Ma se parlate con un qualunque politico o cittadino "benestante" del bel Paese, vi accorgereste che entrambi non sanno nulla di questa realtà che attraversa e domina i confini nazionali. Non sa che si è formata una Comunità cosmopolitica transoceanica che, in virtù dell'immane sofferenza patita nel corso di precipitose e dolorose Migrazioni, non approverebbe e non approva non solo la nostra colossale e dolosa perdita della nostra storia migratoria, ma anche la nostra barbarica e disumana reazione nei confronti di un prossimo Altro nel quale non smette di riconoscersi malgrado tutto.

A conclusione di questa necessariamente breve, parziale e incompleta ricognizione sui motivi di una debolissima e carente, se non assente, assunzione delle problematiche poste dalla Storia globale e dagli Studi postcoloniali e subalterni in Italia , va poi aggiunta nella Scuola e nell'Università la forte persistenza di una concezione e pratica della Storia come orto concluso e recluso di Specialisti, bravi, belli e impossibili, ma rinchiusi in una inossidabile Torre d'avorio non solo refrattaria all'essenza interdisciplinare e transdisciplinare della storia, del mondo attuale e dei suoi insoluti e gravi problemi globali, ma anche ai nuovi codici e ai nuovi linguaggi non lineari e olistici dei nostri adolescenti e giovani e soprattutto alle drammatiche esigenze di una generazione studentesca sempre più ibrida, malgrado i risibili e improponibili baluardi razzisti proposti e imposti da una propaganda e una pubblicità demente e alla lunga perdente, non solo dal punto di vista antropologico, ammesso e non concesso che in antropologia, ma anche in storia, esistano o siano mai esistite popolazioni non ibride.

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