Didattica della Storia a rischio
Gennaro Tedesco - 15-01-2013
A chi scrive sembra evidente lo stretto rapporto tra assenza di un progetto politico nazionale di ampia e profonda apertura culturale e sociale, fobie xenofobe e chiusura totale e, per certi aspetti, violenta nei confronti di ogni riforma e innovazione educativa, che si pu˛ riscontrare in gran parte dei media, dei giornali e dell'opinione pubblica nazionale, del resto pi¨ cripticamente latente nella stessa ComunitÓ Europea. Questa involuzione degenerativa Ŕ particolarmente evidente nel caso della Didattica della Storia. Essa negli ultimi anni nelle aule scolastiche e universitarie ha perduto ogni sua autonomia, ogni possibilitÓ e capacitÓ di mediazione didattica schiacciata tra Pedagogia e Storia. In parte notevole, a questa situazione deplorevole e deleteria hanno contribuito gli stessi docenti che, spinti e tramortiti da un estenuante, ripetitivo e ossessivo formalismo riformistico-ministeriale della Scuola, si sono adeguati a un altrettanto pneumatico formalismo programmatorio e curricolare. La Pedagogia e la Storia hanno ripreso il sopravvento sulla capacitÓ e sulla necessitÓ di "Mediazione Didattica" della Storia per parecchi motivi. Innanzitutto nelle Scuole di Specializzazione universitarie nostrane si Ŕ continuata imperterrita la tradizione dello specialismo separatistico tra discipline. La Pedagogia e la Storia, ognuna per la loro strada, senza alcuna possibilitÓ di sporcarsi le mani con la polvere impastata a sudore dei cantieri artigiani a cielo aperto, faticosamente e pericolosamente aperti e con enorme sacrificio costruiti e custoditi dai mastri-docenti nelle loro aule-botteghe-laboratori. La Grande Pedagogia teorica e la Grande Storia mononarrativa hanno ghettizzato per non dire cancellato gli aspetti didattici, laboratoriali e di praticantato in classe. Il Disciplinarismo universitario ha finalmente estromesso una delle ragioni essenziali della Didattica della Storia, la sua necessaria profonditÓ interdisciplinare e la sua ineludibile modernitÓ interconnettiva. Siamo ricaduti e sprofondati di nuovo nell'Abisso senza fondo dello specialismo disciplinare della obsoleta lezione frontale autoreferenziale e autoriflessiva, una specie di delirio epistemologico fondamentalistico e isolazionistico. Tutto il patrimonio didattico sperimentale e laboratoriale, interdisciplinare e multimediale, progressivamente innervato e consolidato dall'introduzione delle nuove tecnologie e di Internet che hanno cominciato a scardinare gradualmente e prepotentemente la trasmissivitÓ dell'insegnamento lineare a favore dell'apprendimento interattivo non lineare e olistico, costruito, provato, riprovato e guadagnato sul campo da docenti generosi e appassionati, non solo non Ŕ stato accettato e metabolizzato, ma ormai Ŕ andato perduto, lasciando la Scuola italiana e i giovani docenti delle ultime leve privi di riferimenti e di conoscenze professionali oltre che culturali nei confronti dell'unica stagione veramente innovativa, non astratta, ma concreta e antiaccademica della nostra non brillante tradizione sperimentale.
Le nostre Scuole di Specializzazione universitarie non hanno colto o non hanno saputo o voluto cogliere l'occasione per riflettere adeguatamente su un elemento determinante del processo epistemologico e professionale del docente: il rapporto tra la formazione docente e l'ambito disciplinare. Nessun contatto nÚ ricercato e tanto meno programmato e richiesto con i docenti sul campo, in classe e con tutti quegli Enti di Ricerca, che pur non essendo particolarmente incisivi nel corpo vivo e nella carne delle istituzioni scolastiche nazionali, comunque rappresentavano uno dei pochissimi e concreti cunei di sperimentazione e innovazione educativa a contatto diretto e permanente con le Scuole.
Ma in un mondo sempre pi¨ globalizzato e interconnesso nulla ormai succede a caso.
L'isolazionismo epistemologico e il fondamentalismo disciplinare vanno di pari passo, con il ritorno di fiamma e con la riproposizione di una pseudo-didattica della Storia neo-identitaria, anzi si intrecciano, si interconnettono, si interattivano e si influenzano a vicenda in un complesso, contorto e inesausto gioco dove la causa e l'effetto, se esistono, non si intravedono chiaramente .
Il neo-identitarismo della lezione frontale si estrinseca in un rovesciamento, riversamento di un nozionismo nazionalistico monolitico ("il ritorno alle radici", ovvero "radicalismo", "il ritorno alle fondamenta della Nazione", "fondamentalismo") che, nella migliore delle ipotesi, si imbatte nella storia della Fortezza Europa e dimentica, se mai l'ha conosciuto, il palcoscenico della storia mondiale e globalizzata. Questo processo di rinazionalizzazione della storia, al contrario di quello che si pensa e si crede, non Ŕ un frutto spontaneo e "naturale" cresciuto in qualche Selva residuale agli estremi confini di una ingenua e ignara Europa, ma una "reazione", una risposta inadeguata e perdente alla sfida della globalizzazione che avanza spietata e incontenibile sulle zampe del Dragone Cinese e dell'Elefante Indiano .
La Storia del mondo che avanza come un rullo compressore che fa piazza pulita dei localismi e dei risibili distrettualismi storico-didattici di recente, non a caso, tornati di moda, che ricordano tanto gli altrettanto risibili nanismi industrial-distrettualistici del Bel Paese, nella sua profonditÓ interdisciplinare e modernitÓ interconnettiva e nella sua intrattenibile apertura cosmopolitica, non solo non Ŕ gradita, accettata e capita dall'identitarismo storico-didattico imperversante e dilagante, ma, soprattutto, Ŕ vista come il nemico pubblico numero uno da battere. PerchÚ essa non scardina solo epistemologie, metodologie e discipline, ma anche gli orti conclusi e reclusi del proprio specializzato e necessariamente e obbiettivamente limitato ruolo professionale: una Rivoluzione ormai non solo annunciata, ma anche prossima, che non estromette solo le vecchie idee e le pratiche stantie, ma anche gli uomini e le donne che ne sono i portatori e i difensori, consapevoli o inconsapevoli che siano.

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