Le pillole della maestra
Claudia Fanti - 30-11-2012
Maurizio Tiriticco nel suo simpatico ed efficace articolo "Il concorso della follia" scrive: "Per concludere, pensare di selezionare del personale docente proponndo prove solo di logica, per di più selettive, è riduttivo e scorretto!"

Figuriamoci un sapere in pillole veloce e di pronto utilizzo per l'apprendimento e la valutazione diretto alle bambine e ai bambini!
Meno tempo, più fotocopie, più crocette per stare dentro il tempo imposto dalle riduzioni di organico e dal "maestro unico": questo è il futuro?!

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Eccoci alle solite, ma il non senso del senso di coloro i quali dissertano di scuola fuori dalle aule, proprio di tutti quelli che stanno anche soltanto a un centimetro all'esterno, è per molti insegnanti ormai una certezza.

E' una certezza che fa male, rende insensibili a qualsiasi voce di cosiddetto rinnovamento che piova dall'alto senza tenere conto delle reali condizioni dell'infanzia e della preadolescenza.

Ci sono molteplici motivi a determinare tale insensibilità, ma primo fra tutti per chi ha a cuore l'insegnamento/apprendimento è proprio la questione della politica pedagogica in cui si crede fermamente nell'azione quotidiana dentro le classi affollate di bambini e bambine di diverso colore e provenienza culturale, i quali portano con sé, oltre alle problematiche insite alla loro condizione di "stranieri", anche l'angoscia, l'ansia, la preoccupazione delle rispettive famiglie cariche della fatica del vivere nella società in cui avevano creduto di trovare rifugio lavorativo ed economico per progettare una parvenza di futuro.

A questa schiera innocente si è aggiunta quella dei compagni e delle compagne italiani le cui famiglie hanno perso, spesso in un sol colpo, una vita serena a causa del posto di lavoro di mamme e papà divenuto precario o addirittura scomparso, oppure il potere d'acquisto del loro esiguo stipendio.

Tutti portano in classe, nel loro studio, nelle interrogazioni, nelle produzioni, nei racconti, perfino nel gioco, il segno di un presente faticoso e ansiogeno. Sono in aumento costante la disortografia, la discalculia, il balbettio espressivo, l'incertezza lessicale nell'orale, la tendenza al pianto, proprio negli stessi che l'anno prima avevano superato baldanzosi numerose difficoltà insieme coi compagni e con le/gli insegnanti. Spesso i padri sono costretti ad allontanarsi per lunghi periodi alla ricerca di in lavoro, a fermarsi in città lontane: le madri cercano di compensare coccolando; a volte si difendono psicologicamente chiudendo la porta di casa alla vita di relazione. Gli insegnanti percepiscono nei colloqui, nei rapporti stretti che li legano alle famiglie, un dolore, una vergogna, un'ansia e un'angoscia crescenti, sia per la situazione sia per il futuro dei figli e per la paura che la scuola del domani non abbia la paziente accoglienza dell'attesa. Mi spiego meglio: il vivere bersagliati da messaggi mediatici che inneggiano al merito, all'efficienza, alla flessibilità, ai contratti a termine unitamente a quelli che continuamente diffondono l'idea di un sistema a rischio, insicuro, non rispettoso dei diritti costituzionali...ha prodotto guasti immensi sui più fragili fra i giovani genitori e sui loro figli.

Le/gli insegnanti sono in prima linea su questo fronte. Tra essi ce ne sono tanti che non demordono affiancando e sostenendo, con una pedagogia che coniuga la paziente attesa degli apprendimenti con un insegnamento rigoroso e insieme comprensivo del disagio di ognuno.

Infatti è ora più che mai assolutamente da evitare la pretesa di seguire un programma predeterminato se la classe presenta numerosi casi di ribellione in qualsiasi modo essa sia espressa, dalla più aggressiva, violenta, alla forma della sottomissone, silenziosa e timorosa. La fragilità dei nosti bambini è proverbiale. Non esiste insegnante che non se ne renda conto. Il problema correlato a tale consapevolezza a volte si ingigantisce se proprio l'insegnante entra anch'essa/o in ansia per il timore di non far raggiungere i cosiddetti traguardi ora divenuti prescrittivi. E' un timore che si legge negli sguardi più che nelle parole che si scambiano nelle riunioni estenuanti di qualsivoglia programmazione o progetto: le parole delle/gli insegnanti spesso si fermano al rispetto formale degli ordini del giorno stilati dai dirigenti e dagli staff che li attorniano. Tante sono le incombenze legate alla forma delle parole dei documenti che pretendono un lettura e una rielaborazione, poche quelle che permettono di condividere gli stati di realtà didattica, metodologica, pedagogica dentro le classi.

La pedagogia si ferma là dove iniziano i curricoli, le scalette di obiettivi più o meno specifici, soprattutto di Italiano e Matematica, che ormai sono diventate le uniche materie di un possibile insegnamento/apprendimento approfondito, vista la caduta libera che le riforme hanno causato nei sistemi organizzativi sposando quelli più retrivi (vedi maestro unico, stravolgimento del vero tempo pieno e dei moduli paritari, eliminazione delle compresenze in favore delle supplenze, ritorno al voto, certificazione delle competenze all'uscita della scuola elementare, test Invalsi, diminuzione del sostegno, aumento illegale degli alunni in classi con presenza di alunni disabili e stranieri di prima generazione...)

All'esterno di un'aula non si sa per esempio quanto tempo occorre oggi per comunicare in modo efficace, in modo da essere compresi e comprendere, per far rievocare, per aiutare le interrelazioni fra pari, per rendere autonomi nell'organizzazione del proprio lavoro, del materiale, per insegnare a studiare, a portare a termine i compiti e gli impegni, per giocare, condividere le regole e le istruzioni.

I tagli e le cosiddette riforme hanno indotto la scuola a restringere il campo del sapere sempre più, costretto dentro spazi (edilizia) e tempi (riduzione dell'offerta di organizzazioni orarie diversificate per l'esiguità degli organici ridotti all'osso a causa della riforma Gelmini.)

E le ingenue, inconsapevoli schiere dimenticate totalmente da chi fa politica scolastica sono quelle che noi conduciamo ogni istante a scalare lentamente (ma vorremmo anche inesorabilmente) la salita degli apprendimenti, mano nella mano, richiamando, un giorno sì e l'altro pure, alla presa di controllo sulla mente e sul corpo che insegniamo essere preziosi e inviolabili, liberi e consapevoli...E' un'attività continua, costante, dolce e salata, che non ascolta nessuna sirena esterna, bensì osserva soltanto il volto di ogni bambino/a e le sue reazioni anch'esse dolci e salate.

Che gli insegnanti debbano costantemente aggiornarsi e formarsi sulle proprie discipline di insegnamento è fuor di dubbio, e nella stragrande maggioranza lo fanno, eppure la priorità ora va data alla formazione sulla gestione delle differenze e dei conflitti: è di primaria importanza per non ritrovarsi dinanzi ad abbandoni e disperazione a volte camuffata da spavalderia, arroganza, malinconica dolcezza, ritrosia all'apparire...

E la ritrosia è quella che mi spaventa maggiormente. Il chiudersi, l'approccio svagato, deconcentrato, i groppi che vedo scendere lungo le gole di alcuni che non riescono a esprimersi...A volte mi pare di essere una delicata idrovora di parole da valorizzare, costruire insieme, lasciare poi nelle loro mani, nelle loro penne, affinché possano piegarle, accarezzarle, sfiorarle, sottometterle alle loro intenzioni comunicative per poi portarmele come fossero oro. E' un lavoro lentissimo, coinvolgente, faticosissimo, che non vuole e non deve perdere per strada nessuno e con esso, nell'uso, nella lettura a voce alta di ognuna/o, nella voglia di auto correggersi, si costruiscono l'argomentare, il descrivere, il narrare...e si usa la sintassi, la si usa e la si apprende, ma lentamente...

Spero che nessuno ci tolga la possibilità del far giocare e sperimentare percorsi linguistici in modo meditato e profondo, che nessuno si permetta di sbatterci in faccia ulteriori umiliazioni tramite riforme insensate, tagli di anni e di risorse ulteriori. Spero ancora, nonostante ormai la fiducia sia sotto le scarpe, che qualcuno totalmente diverso da tutti quelli che si sono seduti al ministero della pubblica istruzione improvvisamente appaia sulla scena e che con un colpo magistrale venga incontro alle schiere di bambine e bambini con una nuova dichiarazione dei diritti dell'infanzia che comprenda qualche articolo mai scritto e cioè: "tenere conto dei tempi di apprendimento di ognuna/o nel rispetto del loro bisogno di sogno e gioco, limitando al massimo l'intervento giudicante tramite voti e scalette", "stimolare in ogni modo l'autostima di bambine e bambini, affinché ognuna/o possa essere libero di esprimersi per mezzo di apprendimenti sicuri e fiduciosi".

Dopo anni e anni di lavoro in mezzo all'infanzia, con le immagini negli occhi delle violenze di ogni tipo che essi subiscono nel mondo, mi sono giurata che non mi fiderò mai e mai più (qualche volta l'ho fatto ed è stato un fallimento!) dei venditori di fumo, degli annunci, delle promesse, di programmi altisonanti, di dichiarazioni d'amore verso l'infanzia e il rinnovamento. Negli ultimi vent'anni soltanto peggioramento di dotazioni, di risorse, sprezzo dimostrato in mille modi nei confronti del nostro immane lavoro.

interventi dello stesso autore  discussione chiusa  condividi pdf

 Carla Giulia    - 30-11-2012
Concordo cara Claudia Fanti, concordo! Ho imparato a non fidarmi, l'esperienza me lo ha insegnato.


 Pier Luigi Lunerti    - 02-12-2012
Cara Claudia anch’io sono d’accordo con quello che scrivi. Sui venditori di fumo, sui grandi annunci, sulle promesse di programmi altisonanti, sulle dichiarazioni d'amore verso l'infanzia e il rinnovamento, anch’io ripeto nunca más. Scrive Tom Hodgkinson “In una società basata sul fare, sull’efficientismo, sul mercato globale e sulla velocità, la maniera per essere veri rivoluzionari è “oziare” e rallentare, far da sé e produrre localmente, perder tempo. Perdere tempo è un vero peccato capitale in un sistema sociale incentrato sul profitto ad ogni costo, è legato invece a una società basata sui ritmi ciclici, a uno stile unito alla natura, al lavoro che l’uomo svolge per produrre il suo sostentamento. L’idea del “perdere tempo”, dell’attendere pazientemente che un ciclo si compia, è caratteristica del lavoro contadino, della terra e della campagna. A ben pensare nel lavoro dei campi non esistono pause che non siano feconde, il tempo perso in realtà è un tempo biologicamente necessario, che si riempie spesso di attività di preparazione a eventi ciclici come sono i raccolti o le semine. Mentre la velocità è legata a tempi lineari, a una produzione industriale centrata sull’usa e getta, a un modello di società che consuma e che non si preoccupa di far rientrare entro cicli naturali beni, energie, materie prime e persone.”

 Claudia Fanti    - 02-12-2012
Grazie cara Carla Giulia, un abbraccio e facciamoci forza a vicenda. Ti leggo sempre condividendo ciò che scrivi.

Grazie anche a te Pier Luigi. La tua citazione è sacrosanta e azzeccatissima. Non avresti potuto trovare di meglio per esprimere ciò in cui credo anch'io da sempre. Purtroppo ho l'impressione che siamo in pochi a pensarla in questo modo, ma non importa. Attendendo e rispettando i tempi della vita si ottengono magnifici risultati di cui molti non sanno godere. Peccato per loro. Un abbraccio.