Andrea, la persona, e la scuola civile del futuro
Severo Laleo - 23-11-2012
Un ragazzo di 15 anni, Andrea, liceale, si toglie la vita, forse (solo sua è la verità) perché non riesce a sostenere il peso grave di insulti volgari, continui e aggressivi, da parte dei suoi coetanei, perché non riesce ad arginare la corrente di una derisione avvolgente, stringente in un angolo buio, anche da parte dei suoi compagni (è difficile scrivere, qui, questa parola: "compagni") di scuola.

"Schiacciato dalla calunnia - ripete ora dal dolore affranto il suo nonno -
era troppo sensibile, non ha resistito". Voglio bene ad Andrea.

Ho letto nei giornali elementi della personalità di Andrea, spesso anticipati/seguiti da aggettivi di comprensione, e quasi giustificazione, ma elementi, appunto; di questo non credo sia lecito scrivere, perché la persona Andrea non è in quegli elementi, (da una lettera aperta di insegnanti, amici, compagni di classe e genitori esce un profilo più ampio e complesso), Andrea è al di là di ogni elemento, è un'unica, nel senso di irripetibile, sintesi di libertà e volontà (la "sua" libertà, la "sua" volontà) degna, sul piano etico e giuridico, sempre e comunque, di un rispetto infinito, e libera, per norma civile, da ogni invadenza violenta degli altri.

Senza altra possibilità di giudizio sociale.

E' scritto anche nell'art. 1 (Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza) di quella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che a scuola non si ha tempo di studiare, di analizzare, di interiorizzare (tanto non è "materia" e non dà "voti"), e che ogni anno, il 10 dicembre, andrebbe, non solo celebrata (c'è sempre un compito in classe, il 10), ma in profondità meditata.

E per più giorni. Il filosofo Mounier, sempre a proposito di dignità della persona, ha lasciato scritto con grande lungimiranza: "Ogni persona ha un significato tale da non poter essere sostituita nel posto che essa occupa nell'universo delle persone. Tale è la maestosa grandezza della persona che le conferisce la dignità di un universo; e tuttavia la sua piccolezza, in quanto ogni persona è equivalente in questa dignità, e le persone sono più numerose delle stelle".

Guai a toccare il "significato" di una persona.

La persona può essere, ed è, solo il "luogo" dell'amicizia e dell'amore degli altri. Ma non è ancora così, spesso per responsabilità, soprattutto, del mondo degli adulti.

Andrea non ha potuto godere delle prerogative e dei diritti dell'essere persona, sia, forse, per personale fragilità, sia, certamente, per carenza culturale, sul piano etico e giuridico, di una comunità. Nel caso di Andrea questa comunità è il mondo extrafamiliare, la scuola innanzitutto. Non il "suo" liceo, non i "suoi" compagni, non i "suoi" insegnati, ma la scuola nel suo essere scuola. Esisteranno anche le responsabilità di qualche colpevole compagno inconsapevole, ma non è questa ora la domanda.

La domanda è un'altra: può la scuola avere un ruolo quando si tratta di tutelare la persona quale "luogo" di amicizia e amore? Senza dubbio.

Ma la scuola, la nostra scuola, nel suo essere scuola, nel suo insieme,(e non parliamo qui del liceo di Andrea) è ancora la scuola degli oggetti di apprendimento e non della persona in apprendimento; è ancora la scuola del trinomio lezione.interrogazione.voto, e non dell'ascolto della persona studente;

è ancora la scuola della relazione cattedra/banco - so, esistono eccezioni lodevolissime, numerose e diffuse, ma individuali e non strutturali - e non delle relazioni tra persone, con tutto il proprio essere, tra pari;

è ancora una scuola tendente a dividere per scandagliare e privilegiare il merito (senza un'idea "personale" di merito), e non a costruire comunità;

è ancora una scuola inadatta a incidere nelle relazioni tra "compagni", magari con attività metodologicamente programmate per questo fine, perché è ancora, in estrema sintesi, la scuola del malessere e non del benessere. E vivendo purtroppo la scuola senza altre professionalità adeguate, oltre l'insegnare, ad esempio esperti di psicologia, senza competenze di altra "umanità" con il fine di "produrre" cultura, senza finanziamenti adeguati per ampliare l'offerta formativa nel campo dell'educazione alla civiltà, senza strutture adeguate, oltre i contenitori aule, continuerà ad essere un luogo della separatezza, quasi un mondo a sé, un "carcere", rinunciando a dare quel di più, in termini di abito comportamentale, utile per non subire i condizionamenti di una diffusa,
generalizzata abitudine a seguire i consigli per gli acquisti nel consumo e nel divertimento.

Forse solo una scuola civile, a misura di persona, saprà garantire una tutela più forte alla dignità della persona.

O no?

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