Siamo persone o topi?
Claudia Fanti - 20-02-2012
Non appassiona per nulla tutto questo vociare di valutazione di sistema.
Cade male, molto male. Sì, perché la scuola spesso è più avanti. Ci si è già accorti da tempo che la valutazione per fungere da stimolo al miglioramento deve farsi il più possibile discreta. Deve camminare in punta di piedi come una ballerina. Da tempo immemorabile abbiamo capito che rifarsi a modelli stranieri non ha senso.
Vorrei farvi immaginare "addirittura" una scuola che non dà voti, che non assegna punteggi, che non scrive bravo o bravissimo su quaderni o elaborati.
Seguitemi, per una volta, nell'osservazione di un bambino che entra in prima classe e con le sue maestre e i compagni lavora per tutta la durata della scuola elementare, libero da un giudizio esterno a lui sconosciuto.
Si applicherà unicamente nell'arte dell'imparare, la sua concentrazione sarà tutta volta all'oggetto dell'apprendimento in sé per sé. Sarà aperto al mondo circostante, porrà domande senza timore, si guarderà intorno curioso come lo è per natura e in una scuola così si dedicherà come soggetto all'oggetto per manipolarlo, analizzarlo, per affrontarlo con le arti che gli sono proprie: la seduzione, l'allontanamento, l'avvicinamento...a volte lo temerà se lo sentirà difficile, a volte lo elaborerà a modo suo, oppure alla moda di chi è stato più veloce nel coglierne le caratteristiche.
Potrà capitare che sia lui a consigliare a un altro la modalità con cui ha imparato, oppure riceverà suggerimenti dai compagni e dalla maestra. Non farà altro che lavorare su ciò che le discipline gli proporranno con la mediazione dell'insegnante o degli strumenti che questi gli metterà a disposizione.
Non si stancherà inutilmente nel misurarsi con verifiche a punteggio. Anzi, le sue energie saranno convogliate unicamente verso i saperi e spesso brucerà le tappe volute dai programmi ministeriali senza i lacci e i laccioli imposti inoltre da una rigida e segmentata programmazione delle discipline fatta per standard da raggiungere in una determinata classe ed età.
Capiterà che indaghi a fondo su qualche informazione in modo spontaneo spinto dall'unica motivazione della meraviglia che gli darà la soddisfazione di conoscere qualcosa di sconosciuto.
Succederà che gli altri, per imitazione, indaghino ulteriormente. Sarà bellissimo vederli relazionare a voce alta e ferma le loro scoperte. La scuola diventerà gioia che annulla la fatica che pure ci sarà sempre e comunque, ma non sarà mai fine a se stessa.
Ciò non toglie che il ruolo dell'insegnante non sarà ugualmente fondamentale. Anzi, sarà proprio la sua preparazione a coordinare, a indirizzare, a stimolare, a fare da specchio. Ma sarà, il suo, un insegnamento volto a passare il testimone in modo socratico. Leggerezza e profondità dovranno coniugarsi, armonizzarsi.
La scuola, in generale, senza accorgersene il più delle volte, castra alcune tipologie caratteriologiche ancor più che intellettive. Non considera le persone e le loro sfaccettature. Preferisce chi si conforma, chi risponde in un unico modo ai quesiti. I docenti della scuola pubblica dovrebbero invece riappropriarsi della loro peculiarità e cioè quella di insegnare ricordando che la scuola è il luogo preposto a insegnamento/apprendimento. La mania di spostare le energie nella direzione dell'organizzazione del sistema ha bruciato le sinapsi di più di una bella professionalità docente. Essi dovrebbero sentirsi sicuri del fatto che hanno in mano la possibilità di scegliere come insegnare e valutare. Essi hanno alle spalle secoli di pedagogia dalla quale attingere a piene mani per rielaborarla, aggiustarla, usarla per andare oltre a loro piacimento, se il piacimento sarà quello di dare a tutti i ragazzi una chance.
Esistono tipologie di scuole private che già adottano "sistemi senza voti" e lo fanno basandosi sulle più svariate radici pedagogiche. Qualche benpensante dirà la solita frase che mi sento ripetere spesso: "scuola sessantottina dello spontaneismo", oppure "scuola buonista, che disastro!" oppure "e il ruolo dell'insegnante quale sarebbe?" e amenità di questo tipo.
So soltanto che così non è! Anzi, nella scuola senza voti si studia di più, si suda, si maneggiano più strumenti, soprattutto si ragiona senza tregua, senza interruzione, non c'è pausa, mai. Si apprende punto e basta, ma lo si fa nel modo più alto e forte, perché è il modo dell'artigiano orgoglioso di esserlo. E' quello per cui non si guadagna nient'altro se non la soddisfazione di vedere i propri prodotti finiti e il loro valore quando ce l'hanno. E se non ne hanno, si ricomincia. Questa è la scuola dell'empatia tra soggetti e soggetti, fra soggetti e oggetti. E' la scuola che ci vuole per preparare alle sfide dello studio per tutta la vita. Quella che aiuta a diventare forti e sicuri dinanzi agli insuccessi e alle difficoltà che presenta l'oggetto in sé, quella che dice a un bambino o a una bambina "stai tranquillo/a" che se indagherai sulle possibili soluzioni, ne troverai una adatta a te e alla situazione che devi affrontare; guardati intorno ma non perderti a causa degli altrui giudizi. Ascolta, approfondisci, stai attento/a a non perdere la bussola. Tu ce la puoi fare e se hai bisogno di aiuto, non temere di copiare da qualcuno per poi superarlo e superarti con le tue idee.
La scuola delle prove oggettive e dei quiz è invece quella delle verifiche continue, della codificazione, dell'apprendimento lineare e sequenziale, è quella che costringe dentro modelli precostituiti, che fa spendere energie per aderire il più possibile al modello. Lo è anche quando si finge che non lo sia per il semplice fatto che essa è legata, volente o nolente, all'ansia del risultato, del confronto dei punteggi su pochi segmenti di saperi. E su quei segmenti, volenti o nolenti, tende a specializzare...ovviamente spesso con risultati deludenti pure nella compilazione e completamento di modulistica predisposta ad hoc dagli adulti. E' la scuola di Skinner, quella dei topi in laboratorio, quella del rinforzo.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Francesco Di Lorenzo    - 23-02-2012
Bravissima! La scuola dei topi di laboratorio non può e non deve interessarci mai.

 Pier Luigi Lunerti    - 26-02-2012
Cara Claudia, negli ultimi anni c’è stata una continua pressione affinché entrasse nella Scuola Pubblica la logica "meritocratica". Il ritorno al voto numerico in tutti gli ordini di scuola è stato l’ultimo effetto. La logica della competizione ha sfondato. Si fa strada il pensiero che nella vita c'è chi vince e c'è chi perde..... Penso che fino a quando un bambino, un adolescente, un giovane sente di avere una possibilità, una speranza di farcela, resterà in gioco e cercherà di migliorarsi. Quando capirà che il gioco è truccato e che non ce la farà mai a vincere, rinuncerà e cercherà altre strade (e sappiamo quanto possono essere distruttive!). Davvero, come docenti e come cittadini, possiamo credere che basterà costruire delle classifiche, perché tutto migliori, come per magia? Chi lo ha fatto da sempre, come il sistema scolastico statunitense ed inglese, si sta rendendo conto di quali sacche di emarginazione e di diseguaglianza abbia prodotto, a fronte di pochi "arrivati". La scuola pubblica deve essere un ospedale che cura i sani e premia i più bravi oppure un'opportunità di crescita per tutti, nel rispetto delle diversità e dei cammini personali? Grazie ancora per il bellissimo articolo che condivido.

 Claudia Fanti    - 26-02-2012
Proprio così! Grazie Francesco, anche per ciò che scrivi in Fuoriregistro.

 Claudia Fanti    - 27-02-2012
Caro Pierluigi, grazie per le tue sacrosante parole.
Certo una cosa l'ho capita lavorando nella scuola: bisogna avere una pazienza infinita! Ma non con i bambini, bensì con gli adulti, soprattutto con quelli "blasonati", quelli in alto, vicini alle accademie. Quante incrostazioni ideologiche e irrigidimenti! E' come se si fosse persa la discrezione della ragione, l'amore per la riflessione lenta e per la meditazione sulla realtà in cui si vive, la volontà di "vedere" strade alternative a un "potere che si finge conoscenza".
La nostra pazienza dentro le cose ora è più che mai necessaria per arginare le mode della misurazione, per far fronte, nel piccolo, a una serie innumerevole di scelte controragione che oltretutto limitano la libertà di pensiero e azione nel mare delle possibilità. C'è un continuo richiamarsi a modelli, non mi importa che essi siano di destra o di sinistra, che siano stati luminosi o meno luminosi. I modelli impediscono di crearne, ricercarne altri, di lavorare per trovare strade inesplorate.