Occupazioni studentesche: i vendicatori
Francesco Mele - 13-02-2012
LA PEDAGOGIA DELLA RITORSIONE E I SUOI GLADIATORI (HE-MAN E LA BIONDA SHE-RA)

Contea di Mutina , 12/02/2012

Una nuova genia di educatori si aggira per le lande della Contea di Mutina, li chiamano ormai "i vendicatori" e fondano il loro credo pedagogico su un disinvolto utilizzo della cosiddetta "didattica coattiva" che vede la ritorsione (una volta in volgare la chiamavamo vendetta) come strumento privilegiato per educare le giovani generazioni.
Questa innovativa filosofia pedagogica che sta prendendo piede in alcune delle nostre scuole, vede tra le illuminate figure di riferimento una coppia di presidi/gladiatori della nostra Contea, di cui andare decisamente orgogliosi, che ripescano direttamente dalla cultura dell'Impero i fondamenti della loro visione dell'educazione: tutti i mezzi sono buoni per piegare la volontà e la resistenza di giovani riottosi e ribelli che si permettono di volgere il loro sguardo fuori dal tranquillo percorso pensato per loro dalla scuola, dai libri di testo, dai loro docenti illuminati. Un guardare e ricercare altrove che può rivelarsi molto pericoloso per il futuro dell'intera società civile.
L'aspetto innovativo della pedagogia della ritorsione sta nel rigetto di ogni inutile orpello di carattere democratico che si ponga come ostacolo al raggiungimento dell'obiettivo. La sanzione deve colpire come una sferzata e lasciare il segno, in modo che anche solo il ricordo della trasgressione faccia sentire il dolore e funga da deterrente preventivo contro ogni futura tentazione. Ma cerchiamo di analizzare i passi fondamentali di una tale corrente pedagogica.

ISOLARE I RIBELLI
Innanzitutto occorre il più possibile fargli mancare l'humus fecondo delle relazioni con i pari; questo è uno dei passaggi fondamentali di questa pedagogia, ogni mezzo è buono per raggiungere l'obiettivo, basta solo non cadere nella trappola di vuote parole come verità, democrazia, confronto, dialogo, informazione ... i ribelli vanno additati come responsabili di ogni ricaduta negativa che colpirà coloro che oseranno prestare loro ascolto, dovrà essere chiaro a tutti l'effetto perturbante della loro azione sulla quiete pedagogica necessaria per il raggiungimento dell'obiettivo primario della scuola, che è quello di formare bravi professionisti, capaci di eseguire i compiti assegnati dai Superiori con solerzia, dedizione, sacrificio, flessibilità, poche pretese, senza fossilizzarsi con inutili riferimenti a valori ormai inflazionati come dignità, diritti, stabilità del lavoro, senso critico, pensiero divergente e amenità simili, che corrompono i costumi e fanno perdere competitività al paese.
Isolare i ribelli vuol dire anche usare la tecnica della decimazione, che comporta la scelta di capri espiatori la cui punizione possa rappresentare monito perenne per tutti gli altri che dovessero farsi prendere dalla tentazione di trasgredire. Il motto "colpirne uno per educarne cento" rappresenta non solo una strategia vincente ma anche una parola d'ordine imprescindibile per la pedagogia della ritorsione.
L'azione di isolamento va condotta allo stesso tempo nei confronti dei professionisti dell'educazione che devono comprendere che la loro azione repressiva è fondamentale per il successo del progetto; piegare le coscienze non è impresa da poco e occorre un'azione concentrica e convergente sull'obiettivo. I docenti vanno addestrati all'obbedienza e all'ossequio, con la stessa tecnica utilizzata per i giovani ribelli: isolamento dei riottosi, repressione, utilizzo del monito preventivo, con una spolveratina di cultura del sospetto e incentivazione alla delazione. I docenti poi devono sviluppare, come del resto si fa con i pari, il convincimento che gli studenti ribelli sono la principale causa dei mali della scuola e in particolare dei loro stessi insuccessi nel raggiungimento degli obiettivi; tra l'altro un capro espiatorio così generato risolve buona parte dei problemi di frustrazione a cui gli educatori sono da sempre soggetti: collocare fuori da sé il problema, la responsabilità, è la medicina migliore per il benessere del docente e tiene lontano quello che in gergo psichiatrico viene definito "burn out" e che vede i docenti come la categoria professionale più colpita.

ESASPERARE GLI ANIMI
Per poter poi colpire a fondo occorre portare all'estremo le azioni dei ribelli, provocarli; una cosa che in questi anni è stata a lungo sperimentata con successo è quella di parlare con lingua biforcuta, in pubblico dichiararsi pronti al dialogo e disponibili ad ogni possibile soluzione di compromesso, in modo da ingraziarsi l'opinione pubblica, ma nei fatti negare ogni spazio e imporre una sola via d'uscita, una strettoia inaccettabile che abbia l'unico scopo di inasprire le reazioni dei giovani ribelli, che faccia leva sulla loro esuberanza, ingenuità, imprudenza e focosità giovanili e anzi inasprisca la loro reazione per colpirli poi con la durezza che meritano e col consenso del mondo adulto solidale e dei giovani dabbene. Del resto si tratta di una tecnica che ha autorevoli e illustri precursori, ricordiamo tutti il poco onorevole Kossiga, che era ministro degli interni nel '77, il quale bello bello, in tarda età, ha ammesso simili strategie nei confronti dei ribelli di allora, messe in atto con perversa lucidità (vedi note in fondo).

LA DELAZIONE
Costruire prove false contro i ribelli da colpire è la soluzione migliore ma, come si sa, è un'arte non alla portata di tutti oppure può succedere che non si riesca a coprire tutte le necessità. Per questo motivo occorre compensare con altre soluzioni alternative o, per lo meno, compensative. A tale scopo si è rilevata sempre di grande efficacia la delazione. Certo occorre individuare la persona giusta e blandirla o minacciarla, a seconda delle necessità, per indurla a confessare, nomi e responsabilità dei singoli. Se poi si riesce addirittura ad infiltrare tra i ribelli il volenteroso o coatto malcapitato, la cosa diventa ancora più efficace. Non è necessario limitarsi ad infiltrare solo adulti che si fingono amici, vanno bene anche minorenni, basta solo convincerli che è per il bene del paese e che si meriteranno la gratitudine sempiterna del sistema. Anzi la certezza è che con i minorenni la cosa è decisamente più semplice e in fondo, se anche poi si pentono, hanno tutta una vita per elaborare il senso di colpa. Con l'adulto da infiltrare la cosa è più delicata perché in questo caso non bastano due caramelle, occorrono promesse e remunerazioni ben più consistenti e conviene comunque ricorrere a personaggi che abbiano già nel profondo delle loro anime tale predisposizione all'inganno e alla dissimulazione.
Occorre però fare molta attenzione a difendere l'identità dei delatori e/o degli infiltrati, e per questo bisogna assolutamente evitare di rendere evidenti e palesi le prove in proprio possesso. Bisogna assolutamente fare leva sulla propria autorevolezza, per convincere tutti che le prove ci sono e che sono inconfutabili. Di solito è sufficiente, visto il clima di acquiescenza che normalmente regna nelle nostre scuole, in cui è largamente diffusa tra gli educatori la convinzione per cui "se lo dice il preside allora è vero"; se però dovesse succedere di incontrare qualche resistenza di qualche sciocco/a idealista, allora si può sempre ricorrere all'ostracismo o al mobbing o al bossing o, al peggio, a vere e proprie sanzioni.

IL PROCESSO
Nella pedagogia della ritorsione è buona regola far capire bene a chi trasgredisce da che parte sta il potere, chi ha ben saldo nelle sue mani il bastone del comando. Non c'è niente di più disarmante del mostrare che il potere fa quel che vuole e non c'è nulla da fare. Allora una buona regola è non rispettare le regole e colpire i trasgressori al di fuori di ogni normativa prevista. Le norme, le regole, le procedure sono inutili perdite di tempo, anzi il trasgredirle con spocchia e strafottenza ha un effetto frustrante insostituibile sui ribelli per cui lo scoramento che viene a prodursi è il sicuro deterrente per ogni futura occasione di trasgressione.
Il processo per la decisione della peggiore sanzione possibile, deve essere del tutto sommario e limitarsi solo ad avallare le decisioni del capo senza grandi perdite di tempo in discussioni o inutili audizioni degli accusati perché ovviamente più che imputati essi sono sicuramente colpevoli.
Altro aspetto importante da curare è la segretezza dell'udienza, nulla deve trapelare perché la mancanza di informazioni desta maggiore sconcerto e l'effetto di impatto delle decisioni è assicurato.

LE SANZIONI
Per la pedagogia della ritorsione non c'è niente di peggio del buonismo decadente con cui gli educatori mollaccioni pretendono di trattare le violazioni disciplinari dei ribelli.
Frasi come "le sanzioni sono sempre temporanee, proporzionate alla infrazione disciplinare e ispirate al principio di gradualità nonché, per quanto possibile, al principio della riparazione del danno" non fanno altro che ridurre l'impatto che la sanzione deve avere, del segno che deve lasciare, dell'effetto di deterrenza che da essa ci si aspetta. Ecco allora che una delle caratteristiche che la sanzione deve avere è quella di durare a lungo, meglio se indelebile, proprio per questo è opportuno, appena se ne presenti l'opportunità, accompagnare le sanzioni disciplinari con denunce, meglio se penali e meglio ancora con capi d'accusa che impongano la procedibilità e impediscano al giudice la facile scappatoia dell'archiviazione. Per la scelta dei capi di imputazione un classico possono essere i danneggiamenti, i quali vanno opportunamente gonfiati perché abbiano il giusto peso sia a livello mediatico sia a livello penale. Altro aspetto da curare durante gli episodi in cui i ribelli mostrano le loro vere facce, è quello della violenza, occorre provocarli in modo che reagiscano con la violenza fisica e meglio è se un adulto rimane ferito "basterebbe una ferita lieve, ma meglio sarebbe se fosse grave" sempre citando il poco onorevole Kossiga; la cosa più semplice è riuscire a farsi cacciare con la forza e infilare con mossa lesta la mano sullo stipite mentre i ribelli violenti chiudono la porta, l'effetto è assicurato senza grave danno. Se poi non si riesce ad avere la violenza ci si accontenti dei piccoli furtarelli, tanto c'è sempre un gobbione che si lascia prendere all'amo della tentazione e qualcosa sparisce sempre. Infine, a proposito di sanzioni, nella pedagogia della ritorsione l'esempio è fondamentale, non quello degli educatori ovviamente, ma quello dei rappresentanti degli studenti: se costoro si permettono di assumere comportamenti ribelli occorre punirli senza pietà e raddoppiando le pene, perché non si può consentire che il loro esempio possa traviare altri giovani e deviarli dalla via dell'ubbidienza e della remissività.

CANE NON MANGIA CANE
Uno dei capisaldi della pedagogia della ritorsione è la solidarietà tra detentori del potere, che rimanda direttamente al famoso motto canino. Questo è un passaggio delicato perché la minima esitazione in questa fase può far crollare tutto lo sforzo pedagogico messo in opera così faticosamente. Ci riferiamo alla fastidiosa prassi delle cosiddette impugnazioni, che purtroppo non possono essere evitate ma che fortunatamente si poggiano su meccanismi e organi facilmente controllabili, che garantiscono esiti altrettanto facilmente addomesticabili. Se proprio il clima di ostracismo generale non riesce ad evitare il vergognoso ricorso all'impugnazione, occorrerà fare in modo che la vergogna abbia la risposta che merita, il nulla. Infatti obiettivo della risposta all'impugnazione non è garantire giustizia e terzietà al ricorrente ma salvare il buon nome dell'istituzione che non può perdere la faccia ed essere smentita nella sua azione benemerita. E' importante, direi anzi fondamentale, il ruolo delle alte gerarchie, che devono blandire i ricorrenti per far capire loro che si tratta di una strada senza sbocco, che la sanzione è ampiamente meritata e che è solo questo il bene dei giovani inquieti e ribelli. Ecco allora che l'alto senso di solidarietà tra adulti, educatori, dirigenti di vario livello, è la base fondamentale per il successo della pedagogia della ritorsione. Ogni mezzo deve essere utilizzato per garantire tale spontanea solidarietà, pena il crollo del castello di accuse e con esso dell'intero sistema.

EPILOGO
L'epilogo di questa, che è una storia di pura fantasia, devo ancora inventarlo e vi farò sapere se riusciranno i nostri vendicatori ad avere ragione dei ribelli e a normalizzare il dissenso. Dico solo che proprio perché si tratta di una storia di fantasia ogni riferimento alla realtà è puramente casuale e se taluno si sarà riconosciuto in qualcuno dei suoi passaggi è solo per colpa della sua fervida immaginazione o per l'infiammabilità della paglia.



NOTE: PILLOLE DI SAGGEZZA ANTICA
Stralcio dall'intervista rilasciata da Francesco Cossiga al giornalista del "Corriere della Sera" Aldo Cazzullo e pubblicata dal quotidiano milanese il 25 gennaio 2007.
Non ha nulla da rimproverarsi?

Ho uno scrupolo. Io ho stroncato definitivamente l'autonomia: mandando i blindati a travolgere i cancelli dell'università di Roma e rioccuparla dopo la cacciata di Lama; poi inviando a Bologna, dopo la morte di Lorusso, i blindati dei carabinieri con le mitragliatrici, accolti dagli applausi dei comunisti bolognesi. Tollerammo ancora il convegno di settembre; poi demmo l'ultima spazzolata, e l'autonomia finì. Ma la chiusura di quello sfogatoio spostò molti verso le Brigate rosse e Prima Linea.
Sta dicendo che se potesse tornare indietro non manderebbe più i blindati all'università di Roma o a Bologna?
Mi farei più furbo. Incanalando la violenza verso la piazza, l'avremmo controllata meglio, e alla lunga domata. Riconquistando la piazza, si spinsero le teste calde verso la violenza armata.

24 Ottobre 2008, in merito alle proteste studentesche sulla riforma Gelmini
«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno. In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perchè pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito... Lasciarli fare. Ritirare le forze di Polizia dalle strade e dalle Università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di Polizia e Carabinieri. Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì... questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l'incendio.»

Dalla lettera aperta alle forze dell'ordine dell'8 novembre 2008; citato in "I consigli di Cossiga", la Repubblica, 08/11/08
«Un'efficace politica dell'ordine pubblico deve basarsi su un vasto consenso popolare, e il consenso si forma sulla paura, non verso le forze di polizia, ma verso i manifestanti [...] L'ideale sarebbe che di queste manifestazioni fosse vittima un passante, meglio un vecchio, una donna o un bambino, rimanendo ferito da qualche colpo di arma da fuoco sparato dai dimostranti: basterebbe una ferita lieve, ma meglio sarebbe se fosse grave, ma senza pericolo per la vita.
Io aspetterei ancora un po' e solo dopo che la situazione si aggravasse e colonne di studenti con militanti dei centri sociali, al canto di Bella Ciao, devastassero strade, negozi, infrastrutture pubbliche e aggredissero forze di polizia in tenuta ordinaria e non antisommossa e ferissero qualcuno di loro, anche uccidendolo, farei intervenire massicciamente e pesantemente le forze dell'ordine contro i manifestanti.»

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