Rispetto
Claudia Fanti - 11-02-2012
Francamente non capisco dove condurrà il sistema di valutazione che si va profilando all'orizzonte prossimo.
Mi si consenta il dubitare del successo pratico su vasta scala dell'iniziativa. Mi interesso di altro, di ciò che riguarda il rispetto dei modi di apprendere di bambine e bambini.
Noi abbiamo una scuola tagliata, umiliata da continue recriminatorie di varia tipologia. Sorvolo perché credo non ne valga la pena e poi ritengo che i docenti ne abbiano abbastanza di meditare sui tentativi che ogni ministero mette in atto per monitorare il loro lavoro e la riuscita della loro scuola. Ci sono scuole che vengono magnificate sulle pagine dei maggiori quotidiani per la loro capacità di attirare l'utenza con soluzioni d'impatto mediatico e credo stia bene a tutti leggerne le mirabilia. Eppure ce ne sono tante che fanno i conti con difficoltà pratiche ed economiche.
Non sta qui il punto. Il punto sta invece sul come fare a dare il massimo in ogni condizione realisticamente. La scuola elementare, in particolare, dovrebbe essere tenuta in considerazione per ciò che ha subito negli ultimi anni: tempo pieno destrutturato, moduli eliminati insieme con il progetto alto che li aveva fatti crescere in competenza didattica e metodologica nei vari ambiti disciplinari, introduzione del maestro unico (di fatto più che unico, semplicemente responsabile di una classe, ma attorniato da numerosi insegnanti privati delle compresenze del tempo pieno, a tappare i buchi dell'orario eccedente le 24 ore fino alle 30-32 ore!).
La lettura spassionata, ma anche appassionata, del contesto scolastico (e della società che lo attornia) in cui si opera dovrebbe essere molto più attenta e ponderata sia per i decisori politici-tecnici sia, e soprattutto, per chi opera in prima fila proprio per non cedere allo sconforto e per produrre soluzioni possibili.
Lo studio delle teorie pedagogiche, dei testi di filosofi dell'educazione e della modernità è sicuramente la base da cui partire per operare delle scelte di valore, ma poi le scelte vanno rese operative e per queste bisogna essere disposti a battersi senza badare a spese e senza continuare a destrutturare quello che con fatica era stato costruito.
Se credo che bambine e bambini vivano in un contesto che non tiene in considerazione il loro estremo bisogno di esserci con il corpo e con la mente, devo partire da loro. Devo iniziare con il fornire loro gli strumenti per far fronte al futuro, non a quello pensato dalla finanza.
Ci si deve assumere la responsabilità di non accelerarne il percorso cognitivo ricorrendo a scorciatoie di alcun tipo (vedi per esempio la questione dell'anticipo o la tendenza all'addestramento), si deve dar loro il tempo dei giochi, dell'esperienza diretta nelle relazioni e nel contatto con l'ambiente naturale; agli insegnanti si devono offrire risorse, si deve lasciare loro il tempo di educare, di prendersi cura, di formare e istruire per una vita in cui la stima in se stessi dei bambini e delle bambine sia la base per produrre pensiero e azione. Una vita nella quale, la voglia di conoscere del soggetto abbia un peso determinante così come la predisposizione a pensarsi come un essere che partecipa ai destini dell'umanità tutta, qualunque ruolo abbia nel mondo. Un universo-mondo complesso le cui sfide ogni attimo si svelano a chiunque lo sappia osservare e studiare...un insieme di sfide: ecologiche economiche, teologiche, filosofiche, antropologiche, scientifiche, tecnologiche...
Le bambine e i bambini entrano in classe la mattina per dialogare sugli argomenti più disparati. Per giocare con le cose in modo protetto ma anche inquieto di pericoli da superare con la propria intelligenza e l'acume. Essi portano con sé la loro infanzia curiosa e assetata, l'entusiasmo per un pezzetto di corteccia caduta da un vecchio tronco, per un sassolino trovato in bagno, per un pezzetto di vetro limato dalle intemperie...per un brano di musica classica, per l'hip hop... per confrontarsi coi pari che sempre meno frequentano al di fuori dell'aula. Essi sono proiettati con la gestualità, con gli sguardi, con la parola verso i pari. Hanno un estremo bisogno di collaborare, di raccontarsi, di misurarsi con se stessi, non certo con un voto o un giudizio sul loro operato, sotto una guida sapiente e non invadente che lasci loro il tempo di organizzare i saperi.
Se le mani non rispondono subito ai comandi, se le gambe non sono scattanti, se la mamma ha paura che si facciano male e non li manda in gita, se nessuno li rimprovera mai o se, al contrario, vengono rimproverati per un nonnulla, se sono soggetti a un tipo di educazione che non fa loro distinguere fra comportamenti adeguati e inadeguati, se mangiano con le mani o picchiano per difendersi, se se la fanno addosso, ecc. noi che facciamo?
Puniamo? Non puniamo? Fermiamo il mondo e ci adombriamo?
Penso che si possa scegliere di esserci con tutta la nostra forza pedagogica e onestà intellettuale proprio adottando la via della ragione. Per cui vorrei che si creassero le condizioni affinché ogni docente possa adottare una metodica che porti a un ritorno di ciò che un tempo veniva chiamato un procedere per prove ed errori su ogni versante dell'insegnamento/apprendimento e delle relazioni. Una lenta costruzione-educazione alla ragione, nella quale gli alunni possano costantemente divenire maestri di se stessi.
Su tutto i bambini pongono domande. E il problema non è rispondere a tutte, accumulare quantità di informazioni le une scollegate dalle altre, bensì lasciare che il dispiegarsi delle ipotesi, delle argomentazioni, delle idee che fluiscono, a un certo punto, trovi le risposte in un dipinto, in un libro, per mezzo di internet, in un erbario antico...ovunque.
E tutto ciò, nella scuola di base, è assolutamente essenziale avvenga con serenità, senza ansie da misurazione, senza che i docenti vivano dentro di sé il conflitto tra il dover essere per i loro alunni e il dover essere per l'istituzione e ciò che essa pretende in termini di far mostra di sé, di produzione di rendicontazioni dotte, utile più a chi dirige che non all'azione in situazione.
Temo però che l'ansia da prestazione dei ministri che si susseguono implacabili supererà l'esigenza di fermare il tempo per una sana riflessione pedagogica e preferirà le mirabolanti mirabilia delle RIFORME e VALUTAZIONI di sistema! Mai nessuno che sollevi il problema vero della scuola, dall' infanzia all'università, e cioè puntare sulla ricerca scientifica e sulle modalità di insegnamento/apprendimento con uno studio continuo e costante, un confronto serio fra tutti gli ordini di scuola organizzato e pagato dal Ministero, nel quale si affrontino in itinere e sempre i nodi dell'insegnare nella "Modernità liquida".

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 Pier Luigi Lunerti    - 12-02-2012
Voglio dare un piccolo contributo pratico a quanto è stato detto così bene da te.
Se la scuola è il luogo dove si imparare ad apprendere, a pensare con la propria testa, a essere responsabili. Dove si prova diventare uomini liberi e non sudditi. Dove s’impara con il cervello ma anche con le mani, con i sensi e con il cuore. Dove si apprende insieme e non “da soli”. Dove è importante “perdere tempo” perché una classe indistinta diventi un “gruppo- comunità”, Per migliorare (bando a vacui e inutili nuovi sistemi di valutazione), bisognerebbe provare a fare da due cose “facili facili”: La prima, ridurre il numero massimo degli alunni per classe. Con classi di 26-30 allievi è praticamente impossibile la gestione della didattica quotidiana. Una classe ideale va dai 12 ai 16 studenti. In queste condizioni, potrebbero crearsi le opportunità per sperimentare la funzione del “prendersi cura”: per esempio il più grande che aiuta il più piccolo o il più competente che aiuta il più insicuro. Non sarebbe questo il vero modo per “verificare gli apprendimenti”, per mettere alla prova le competenze e le padronanze, in campo sociale e cognitivo? La seconda, rivedere il tempo degli insegnanti e la loro giusta retribuzione. L’opinione pubblica è convinta che maestri e professori lavorino 22 o 18 ore a settimana. Preparare i materiali per le lezioni, correggere i compiti, aggiornarsi, documentare il lavoro didattico, redigere dei progetti, mantenere i contatti è un tempo-lavoro totalmente ignorato. Allora aumentiamo pure l’orario settimanale dove poter svolgere, magari a Scuola, anche le attività nascoste ma va da sé che la retribuzione degli insegnanti dovrebbe essere aumentata e adeguata ai tanto decantati standards europei. Ma tutto ciò come si concilia con la “civiltà” dell’homo economicus e la sua corsa folle nell’era dei tagli e delle riduzioni di spesa?

 Claudia Fanti    - 12-02-2012
Grazie! Non c'è da aggiungere nulla a quanto hai detto. Parole vere e, soprattutto, non pensate a tavolino (non se ne può più di dichiarazioni ed elucubrazioni.), bensì "vissute".