Errore di prospettiva
Piero Di Marco - 10-11-2002
Credo che tutti noi - io per primo - leggiamo ben volentieri una gran quantità e varietà di articoli, libri e saggi, perché è sempre utile conoscere le opinioni che girano.
Ma l'articolo di Giovanni Cominelli apparso su "Il Riformista" del 7 novembre, che così si presenta:""Diseducazione. Ecco chi difende lo Status quo. Il partito trasversale dell'istruzione.Troppi bidelli e troppo Gentile. Nel consenso generale, gli occupati aumentano e i ministri riformatori cadono", anche se scritto da una persona colta e sempre garbata, mi sembra assai modesto e segnato dall'intento pressoché esclusivo per il quale sembra stato scritto - ossia quello di mettere in piedi la solita polemica contro i sindacati, la sinistra, etc etc.
A fronte, infatti, di una dichiarata - dallo stesso Cominelli - dimensione epocale della crisi scolastica, e a fronte di una caratura storica dei problemi socio-culturali della scuola italiana in particolare, tutto sembra precipitare nell'imbuto della perfidia sindacale e dei malvezzi ministeriali - con la sottintesa identificazione "ministero=stato=
statalismo=sinistra", e più in generale "prima repubblica=sinistra.

Il classico schema usato e abusato dai radicali, e
sapientemente adottato dai berlusconiani.
Uno schema nel quale, ovviamente, c'è spazio per molte verità, per molte critiche perfettamente giustificate alla sinistra e al sindacato, che
andrebbero benissimo allorché l'argomento fosse appunto "la sinistra" o "il sindacalismo".
Ma la storia italiana non è fatta solo di sinistra e di sindacalismo, e in ogni caso sembra davvero curioso che ogni argomento sia sistematicamente ridotto a questi due fattori, facendo di fatto scomparire come soggetti agenti e responsabili i due terzi degli elettori, dei partiti, delle forze politiche, dei fenomeni e dei retaggi culturali, delle categorie sociali, degli operatori economici, insomma della popolazione italiana presente e passata.

Dice Cominelli:

"Restano da chiarire le motivazioni della drammatica lentezza riformistica europea e, in particolare, italiana. Da noi hanno sicuramente un peso importante le forze controriformiste, individuabili nei sindacati della scuola e le loro forze politiche di riferimento ... Sulla base di questi dati, appare chiaro che ai sindacati non interessa la qualità della scuola, bensì la quantità dell'occupazione e, quindi, delle
tessere. ...Altra forza della controriforma è l'apparato amministrativo ministeriale, centrale e periferico. Da anni opera in sinergia con il sindacato, alle spalle dei ministri di turno. ... La terza motivazione della lentezza
riformistica italiana è da individuare in Giovanni Gentile, morto ma non sepolto, soprattutto dalla sinistra. Che è rimasta licealista e perciò classista, nonostante la sventolata retorica sulla scuola di massa"


Che Gentile sia da addebitare alla sinistra, così come le sue sopravvivenze, appare francamente stravagante.
Il licealismo sarebbe da discutere, per capire se e quanto appartenga alla categoria dei valori nefasti, e in che senso, etc: ma è quasi surreale che la sinistra sia l'unica forza citata in relazione ad esso.
Ovviamente, non si tratta di ribellarsi a questa forma di paranoia intellettuale (o di strumentalità polemica) in nome di un campanilismo di partito fine a se stesso - "perché sempre noi, mentre lasci in pace gli
altri cattivoni?" - ma si tratta invece di un limite gravissimo dell'analisi e della lettura dell'argomento: così raccontato, non significa assolutamente
nulla in termini politici e neppure in quelli culturali.

Una tale semplificazione, oltre tutto, mi sembra essere in palese contraddizione con ciò che tanti di noi abbiamo vissuto, e che appartiene ormai alla storia di questo dopoguerra. Una storia, per altro, che in molti suoi aspetti viene addebitata negativamente proprio alla sinistra, da parte dei medesimi settori politici e culturali che collimano con le posizioni di
Cominelli: parlo del '68, della sua ribellione contro il nozionismo e le sopravvivenze autoritarie, il classismo, ma parlo anche di altre idee, altre
posizioni di "rinnovamento democratico" che circolavano comunemente negli ambienti e tra la gente di sinistra, negli anni '50, '60 e '70 - idee e
posizioni forse giuste o forse sbagliate, forse efficienti e forse no, ma sicuramente assai poco riconducibili a un punto di vista licealista o classista, specialmente poi in questo modo perentorio ed esclusivo che ci
propone Cominelli.

"In Italia, nella disputa del secondo dopoguerra
tra il comunista Concetto Marchesi, filo-Gentile, e il comunista milanese Antonio Banfi, filo-Dewey prevalse il primo, con l'appoggio di Togliatti. "


Classicamente, in accordo con le abitudini radicali, le referenze di Cominelli sono molto puntate sulle vicende di palazzo e di segreteria.
Io ricordo - ero piccolo piccolo, ma il problema rimase nell'aria per molto tempo - che il classicismo e quello che veniva considerato il "rispetto" della classe dirigente comunista e socialista di allora verso una certa aulicità scolastica erano un elemento di legittimazione democratica, quasi a significare una tendenza alla continuità civile, in accordo con un generale "legalismo" al quale tutti i comunisti si piccavano di ispirarsi.
C'è da mettere nel conto, soprattutto, il fatto che sembra interessare assai poco Cominelli: che - a fronte di Banfi e di Marchesi e delle loro dialettiche - la scuola italiana veniva intanto conformata e governata dai democristiani, e dalle posizioni confessionali che si esprimevano come potentissima lobby e nella gestione diretta dei tanti istituti "privati".

La scuola di Gentile era insomma "la" scuola italiana, che corrispondeva per un'infinita serie di radici alla cultura italiana nel suo insieme.
E' dunque abbastanza comprensibile che la sinistra fosse orientata, da un lato, a contestare molti aspetti di questa realtà culturale e sociale, mentre dall'altro si sentisse chiamata ad allargare l'area sociale di
partecipazione alla scuola, quale essa era e per ciò che significava in se stessa.

Ripeto però che tutto questo è altamente interessante nel quadro di un excursus storico-politico sulla sinistra, ma è stravagante che sia presentato come argomento principe di tutta la storia della scuola italiana.

"In conclusione, esiste un blocco sociale corporativo molto esteso, a base sindacale, ma appoggiato da una potente e trasversale rappresentanza politica, che considera le riforme come una minaccia. Ma ancora più resistente è il blocco mentale e culturale di gran parte della politica,
della cultura, dell'accademia, del giornalismo, che si è formato sulla cultura pedagogica e formativa degli anni Venti del secolo scorso. Questo blocco ha impedito e rallenta il passaggio dalla scuola di élite alla scuola di massa e di qualità individuale."


Si dovrebbe dedurre che la risposta alla domanda di cui al titolo - "chi difende lo status quo" - potrebbe essere formulata con una parola, anzi due:
quasi tutti.
Si potrebbe essere anche d'accordo con Cominelli, ma - come sempre quando un fenomeno riguarda quasi tutti - ci si dovrebbe chiedere allora il perché. Si
dovrebbe insomma fare un discorso sulla cultura e sui comportamenti di una nazione, di un corpo politico o elettorale.
Ma succede che - come sempre fanno i radicali - le analisi e le riletture storiche sono anonime nei loro termini generali, mentre diventano puntualissime e dettagliate non appena c'è la pur vaga opportunità di tirare in ballo "la sinistra" e i sindacati ... ragione per cui, un ipotetico lettore all'oscuro di tutto sarebbe portato a pensare che i "tutti", che "le forze" e "le rappresentanze", l'accademia, il giornalismo, e "la politica" si identificano con la sinistra, o che in questo paese si sia vissuti sotto una ferrea dittatura della sinistra, o che la sinistra fosse titolare dell'unico partito strutturato ed operativo, mentre il 60-70% della
popolazione italiana viveva sparsa nelle caverne, ignara e senza alcun potere, divisa e disorganizzata ...

Ma due parole le merita anche la vexata qaestio del sindacalismo.
Io sono sempre stato un critico feroce delle malefatte di un certo sindacalismo, e di certe potenti manifestazioni corporative di cui il sindacato si è fatto strumento.
Questa degenerazione del sindacalismo fa parte di una degenerazione dell'intero sistema-Italia, nel quale ciascuno si è ritagliato un centro di potere, una sommetta di privilegi, una legittimazione dei propri interessi.
Ma il sindacalismo non è riducibile a queste degenerazioni - questo è necessario ricordarlo con molta forza, e con un'ostinata volontà di
distinguere.
Tutti i vari soggetti di un certo rilievo, in Italia, hanno operato in un quadro di corporativismo e di difesa lucrativa dei propri interessi: le aziende, i sindacati, le clientele politiche, gli ordini professionali, le realtà locali, i carrozzoni paralleli, etc.
Per alcuni di questi fenomeni la critica è simile a quella che si fa al sindacalismo, ma solo per il sindacalismo si mette in discussione non solo
la degenerazione specifica di certi atti, ma tutta intera la sua funzione socio-economica e la sua stessa legittimità: nessuno ha niente da obiettare contro le aziende in quanto tali e neppure contro il fondamento egoistico che guida la loro gestione; il localismo talvolta gretto viene esaltato come suprema forma di democrazia territoriale, e comunque nessuno si sogna di chiedere l'abolizione dei comuni e delle circoscrizioni; per gli ordini professionali e i carrozzoni il discorso è un po' speciale, dato che l'impostazione liberista li aborrisce ... ma descrivendoli sostanzialmente come l'habitat elettivo del germe sindacale (carrozzoni) o come una deformazione sindacaleggiante (ordini professionali).
Gran parte di queste "visioni positive" o critiche appena descritte sono condivisibili, non è questo il punto.
Il punto è invece che solo al sindacalismo viene riservato il destino di essere contestato in toto, come soggetto in se stesso, del quale le vere o presunte degenerazioni sono soltanto una vergognosa aggravante, ma in fondo niente di più che la dimostrazione della sua natura intimamente illiberale.

Infine, un'altra annotazione sostanziale, che riguarda la scuola di massa.
Mi risulta assolutamente nuovo che l'attuale scuola sia d'élite, per cui il problema strategico sia quello di trasformarla in una scuola di massa.
E mi risulta anche piuttosto oscuro come questo concetto - ammesso per assurdo che sia vero - si lega al liberismo di tipo americano, e ai suoi vari corollari di sistema, il quale presenta una selettività sociale e di censo molto più accentuata di quanto non sia in Italia. Un liberismo americano che viene spesso indicato dalla cultura radicale come un modello, e che anche nell'articolo presente trova una fugace ma espressiva citazione.
Il problema semmai sembra essere - in Italia e in Europa - quello di trasformare la scuola di massa in una scuola di qualità, ferme restando tutte le contrapposizioni su che cosa s'intenda per "qualità".

Se su alcune critiche specifiche o su alcuni giudizi si può tranquillamente essere d'accordo con Cominelli, non si può non riconoscere che che l'intento, il tono e gli argomenti sono esclusivamente e strettamente politici, e mirati ad una ben precisa e ristretta visuale
polemica.
Niente di male e niente di illecito, l'importante è saperlo e non fare confusione tra cose assai diverse tra loro.
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