Riscatto impossibile
Emanuela Cerutti - 30-08-2011
La notizia è fresca e nota: gli anni di laurea non serviranno più per "anticipare" la pensione, e chi ha già versato i contributi può solo sperare di non vederseli riassorbiti, rimandati o spalmati sul pane quotidiano in mancanza di altro companatico.
Non so se questa proposta sarà confermata e nemmeno voglio addentrarmi nel dibattito sulla sua convenienza, per cui qualcuno ci perde più di qualcun altro e la legge di Murphy trionfa.
Vorrei invece cogliere un nesso tra questa idea e altre emerse negli ultimi anni, per capire, sostanzialmente, quale è il modello di cittadino desiderato e perseguito da parte dei suoi cosiddetti e apparenti rappresentanti.

Ne cito alcune.

"... il Ministro Gelmini si è dichiarato "favorevole ad ogni iniziativa che permetta un rapido inserimento dei giovani nel mondo del lavoro". Ed ha aggiunto che «secondo una condivisa linea governativa, il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca è favorevole ad ogni iniziativa, anche legislativa, che favorisca la transizione tra scuola e lavoro, consentendo così ai giovani di disporre delle competenze necessarie per trovare un'occupazione»".
In Notizie dalla scuola

"Il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini ha presentato a Roma il nuovo piano degli Istituti Tecnici Superiori (Its) che dal prossimo anno scolastico avvieranno innovativi percorsi formativi post-diploma in alternativa ai tradizionali corsi di laurea universitari. Si tratta di "scuole speciali di tecnologia" che formeranno professionisti in aree tecnologiche strategiche per lo sviluppo del Paese. In tutt'Italia sono stati individuati già 58 Istituti Tecnici Superiori che avranno un percorso formativo di circa due anni: 4 semestri per 1.800/2.000 ore".
In Tecnica della scuola

"Il ministro precisa quindi che l'idea dell'abolizione del valore legale del titolo di studio non è stata accantonata. «È stato ribadito - afferma Gelmini - anche nel piano per l'occupabilità giovanile elaborato con il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, insieme con altre misure per contrastare la disoccupazione dei giovani come il rilancio dell'istruzione tecnico-professionale e dei contratti di apprendistato»"
In Corriere.it


Ora, che l'Italia sia una Repubblica fondata sul lavoro è dettato costituzionale. Ovvio che il cittadino debba essere, se ben leggo, ben inserito nel mercato, ben professionalmente preparato, ben disposto ai contratti di apprendistato che gli garantiranno, espressione di grande ottimismo, occupabilità.
E però.
La Costituzione fa anche cenno alla cultura, il cui sviluppo la Repubblica dovrebbe promuovere assieme alla ricerca. E la stessa Costituzione, con un semplice duepiùduequattro, non trascura di ricordare che l'arte e la scienza sono libere.
Libere è una parola che non a caso richiama il diritto di cercare strade, di acquisire autonomamente strumenti, di imparare a diventare cittadini ben coscienti, ben attivi, ben capaci di autodeterminarsi.

Ecco il nesso: l'autodeterminazione.

Se a dirigere il gioco è un lavoro trasformato in sudditanza a regole altre e rubato a desideri disprezzati, la formazione si chiama addestramento, lo studio diventa un optional e gli anni spesi a costruire il proprio percorso umano appaiono un'inutile perdita di tempo, risparmiata e non considerata degna di riconoscimento, nonostante richiami meritocratici che assumono un particolare tono beffardo.
E il cittadino? Beh, lui diventa una macchina ben eteroprogrammata, ben utile, possibilmente ben inserita nel meccanismo globale, il quale, pur di non accettare la sua sconfitta, inventa e finge a 360° che soluzioni senza reali cambiamenti di rotta siano sufficienti.

Non lo saranno e, soprattutto, non aiuteranno il villaggio a ritrovare la sua capacità di un riscatto vero e profondo. La sola che può restituire a un popolo, qualunque popolo, una dignità.

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