25 aprile. Una nuova epurazione
Giuseppe Aragno - 25-04-2011
Ne avrò già scritto, ma non sarà male tornarci, in occasione di un 25 aprile che nasce malato di suggestioni autoritarie, mentre tornano in mente Matteotti, Amedola, Rosselli, Gramsci e Gobetti e mai come oggi senti le amare ragioni di Arfè, che intuì la minaccia incombente e, non a torto, ammonì: "fortunato quel paese che quando ha avuto bisogno di eroi li ha trovati, ha scritto Brecht. Io aggiungo: sciagurato il paese che non sa rimanerne degno".
"Scuola e Resistenza", numero unico del "Comitato di Liberazione Nazionale della Scuola", uscì quando la sorte del fascismo era ora ormai segnata e l'impegno morale era soprattutto quello d'una vittoria che non fosse vendetta. Nella copia che ho qui davanti, tra le mie mille carte, la data non si legge, ma è certo: il giornale fu stampato alla macchia fra giugno e luglio del 1945. Quattro facciate fitte di articoli che grondano sangue e passione civile: il ricordo commosso di docenti caduti lottando contro la barbarie fascista, la questione ormai attuale della "epurazione dei libri di testo fascistizzati", l'invito a sfidare il regime morente, "macabro fantasma" che si sforza di delinquere per credersi e affermarsi vivo -"Non giurate! [...] Insegnanti! Opponete un incrollabile rifiuto" - il sogno di "un'Italia risorta" in cui la scuola "sarà il fondamento, l'elemento innovatore" e il docente "rivestirà una missione augusta: perché l'educazione forma l'uomo vero ed eleva il popolo; essa è l'unica condizione di libertà e di eguaglianza e di progresso".
Quell'Italia risorta è oggi sotto processo. Basta guardarsi attorno: la scuola pubblica è ferita a morte e, in quanto al resto, è paradossale, ma l'epurazione che non fece il comunista Togliatti, è diventata l'ossessione d'una destra che ha smarrito se stessa e quel senso dello Stato di cui menava vanto. Passa sotto silenzio, ma è per certi aspetti sconvolgente, l'iniziativa dell'onorevole "Gabriella Carlucci che chiede una commissione parlamentare d'inchiesta per verificare l'imparzialità dei libri di testo scolastici", senza porsi il problema dell'imparzialità di un intervento parlamentare in tema di libertà d'insegnamento e ricerca.
Storici improvvisati versano lacrime strumentali sul "sangue dei vinti", leader d'una presunta sinistra recitano il "mea culpa" non si sa bene per quali colpe, la Costituzione nata dalla Resistenza è calpestata ed è passata una riforma del sistema formativo, per la quale davvero si potrebbero usare le parole che scrivevano nel 1945 gli insegnanti in armi, pronti alla battaglia decisiva contro la dittatura: "L'istruzione è la vera liberatrice dello spirito umano, che eleva e libera l'uomo e lo rende conscio dei doveri, dei diritti, delle sue fondamentali rivendicazioni; ma il fascismo temeva il popolo; voleva il gregge, la massa, la folla, da sfruttare, da gettare al macello. Allora comprò letterati e falsi profeti, per traviare l'opinione, tarpare le ali al libero ricreatore insegnamento" e, per "dirigere la costituzione sociale fascista unicamente sulla potenza del denaro, offerse un mezzo sicuro all'oppressore. L'insegnante fu asservito e domato colla miseria, l'insegnamento fu come la classe dominante imponeva e la gioventù crebbe informata a principi falsi, a ideologie assurde e funeste come si voleva. L'attuale catastrofe è l'ineluttabile risultato".
Gli articoli sono tutti anonimi - era in gioco la vita - ma il nome dei caduti conduce talvolta al Sud, a quei professori meridionali coinvolti nella Resistenza e caduti per mano nazifascista. Oggi un meridionale avrebbe fatto fatica a partecipare: prima che ai tunisini, il suo "fora d'ì balle" Bossi l'ha dedicato a loro, chiudendogli l'accesso alle scuole del delirio "padano".
Un solo "pezzo", l'ultimo, un "Appello", reca in calce una firma: Luisa, maestra e partigiana, si rivolge alle compagne di lavoro per incitarle alla lotta: "Uniamoci, ribelliamoci, seguiamo l'esempio delle colleghe più ardite, aiutiamole nella loro e nostra lotta, altrimenti saremo indegne di partecipare alla vita della futura scuola dell'Italia libera".
Non sapremo mai chi fosse Luisa, ma ci giurerei: tornerebbe a scriverlo oggi questo suo coraggioso appello e cambierebbe solo poche parole. "Per difendere - scriverebbe - per difendere il futuro dell'Italia libera". E occorrerebbe ascoltarla, questa coraggiosa e dimenticata insegnante. Tutto, in questi giorni bui, tutto, dalla riforma Gelmini al progetto di legge Carlucci, al razzismo leghista, tutto sembra chiamare davvero alla resistenza. E mentre cresce l'ingiustizia sociale e i nostri giovani non hanno futuro, ti pare di ascoltare la voce di antichi maestri, senti Giovanni Bovio, filosofo e principe del foro che, in tribunale, difendendo i primi militanti operai dalla furia repressiva dei sedicenti liberali, nel pieno dell'offensiva crispina contro i diritti del lavoro, così implorava governanti e giudici borghesi: "Vi chiediamo che rimuoviate gli ostacoli che fanno il lavoro impossibile o sterile per noi. Vogliamo la pace e la giustizia sociale: non rispondeteci coi fucili nelle mani e con aspre sentenze. I chierici ci fecero dubitare di Dio; i signori feudali ci fecero dubitare di noi stessi, se uomini fossimo o animali; la borghesia ci fa dubitare della patria da che ci ha fatti stranieri sulle terre nostre. Per carità di voi stessi e per quel pudore che è l'ultimo custode delle società umane, non ci fate dubitare della giustizia. Noi fummo nati al lavoro. Che ci resterebbe? Temiamo di domandarlo a noi stessi. Non fate noi delinquenti e voi giudici! E dopo queste voci, magistrati, arriva la vostra parola.
E' tanto che si aspetta. Troppo. Basta guardarsi attorno ed è subito chiaro: non c'è più molto tempo.

"il Manifesto", 26 aprile 2011
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