La carezza nervosa
Giuseppe Aragno - 31-10-2002
La carezza nervosa di mia madre non mi tenne tranquillo a lungo. Presto si fece inquieta, inciampò sempre più spesso nei miei capelli intricati, ebbe ritmi convulsi, annunciò la tempesta imminente, con l’aria che si fa elettrica, il cielo cenere e piombo e gli uccelli tristi che non hanno né ali né canto. Divenne in ultimo richiesta d’aiuto.
Disperata e inconsulta.
Assorbii la tensione devastante per un’eternità, ne avvertii lo spasimo col cuore in gola, fermo nell'attesa, come gli uccelli impauriti senza canto né volo. Diventare uomo volle dire anche questo: attraversare il mio tempo con la furia disperata di un fuggiasco impaurito, distrutto dalla fatica di cercare scampo senza una bussola con cui orientarmi, senza strumenti per leggere le mappe. Conobbi l’ansia, – inseparabile compagna di viaggio nel futuro ch’è ormai passato ed in quello che sarà, mi sembrò di tradire, imparai a piangere senza farmi scoprire.
L’uragano, lungamente sospeso sulla mia testa atterrita, si scatenò in una gelida notte d’inverno. Tornato per la cena, mio padre aprì e rinchiuse la porta. Vidi il cappello entrare ed uscire: il pianto di mia sorella toccava a mia madre. Guardai con raccapriccio i suoi occhi ormai più bianchi che azzurri. Nell’aria non c’era più spazio per l’elettricità.
Mangiammo senza parlare, accompagnati dal pianto inesorabile di mia sorella; la carezza si cristallizzò sui miei capelli, poi il silenzio della notte zittì per incanto la culla, e venne il sonno. Pesante, riparatore, breve.
Dalla strada un rumore di ruote, un canto triste, un lampione mosso dal vento.
Il cappello di lana alla rovescia, la sciarpa come un nodo scorsoio, il cappotto sbottonato sui pantaloncini corti ed il freddo tagliente che s’infilava tra i panni senza trovare alcuna resistenza non furono per strada il mio solo tormento. Il sonno interrotto m’intorpidiva e una paura senza nome mi gelava più del freddo, mentre mia madre sembrava volare e mi trascinava senza pietà per il mio braccio. Gli ultimi metri li ho ancora negli occhi: il fantasma della cattedrale in Via Duomo, bianco di marmi nello slargo buio, l’incrocio tra via Donnaregina e via Anticaglia, dove entrammo sorvegliati dall’occhio nero dell’arco romano – il teatro che ospitò la follia di Nerone - incassato tra i palazzi fatiscenti degli antichi cardini, mia madre oltre l’arco, un portoncino socchiuso superato d’un balzo, alle scale salite in un lampo.
Di dove avesse tratto la chiave che aprì la misteriosa porta dopo aver letto il cognome non saprò mai. Ci furono movimenti convulsi, parole taglienti, mio padre mi sembrò un demonio e l’amante – così pensai, a sette anni: l’amante - disgustosa, sporca nella sua bianca nudità. Un urlo senza fine spense d’un tratto le mie luci. Mia madre era piombata al suolo come fulminata. Null’altro. Per quanto mi sforzi, null’altro.
la rividi molti giorni dopo. I capelli biondi s’erano fatti bianchi. Gli occhi azzurri erano ingialliti. C’era mio padre, uguale a sempre: nessun imbarazzo, nulla da spiegarmi o da dire, una carezza affettuosa e distratta. Un suo fratello - fascista nonostante la storia della famiglia - mi spiegò che un signore mi avrebbe fatto delle domande e mi disse come dovevo rispondere. Una cosa soprattutto: mio padre quella notte non c’era e mia madre non stava bene da molto tempo. I bambini devono aiutare i genitori ed io ero il primo figlio.
Era un uomo grosso, biondo, con i capelli ondulati tirati indietro verso la nuca, gli occhi rotondi e inespressivi: come la stragrande maggioranza degli uomini della sua generazione, non si vergognava di tradire. Rendere pubblico il tradimento, confessarlo, questo sì, questo era vergognoso. Tradire e tacere. Era la regola. Quando ci penso, mi pare evidente: Pasolini si sbagliava. Non eravamo figli di borghesi contro figli di proletari nel ’68. Eravamo giovani di tutti i ceti. Se un errore facemmo fu quello di fermarci. Il mondo, che venne, comunque, non fu più lo stesso e migliorò. Nonostante avessero tentato d’impedircelo con ogni mezzo.
Nessuno mi interrogò, mia madre ritirò la denuncia, io non dimenticai.
Passarono anni senza storia: dopo quella notte, mio padre diventò sistematicamente violento, mia madre si piegò. I capelli ripresero il loro colore naturale, anche se si spensero nei toni lucenti. Gli occhi recuperarono l’azzurro. Mi accorsi di crescere quando scoprii di avere un modello ideale; uno strano modello, privo ancora di connotati positivi e con una grande, chiara certezza negativa: l’uomo che sarei diventato aveva il permesso di essere come voleva, fare ciò che credeva. Non poteva però somigliare a mio padre. Non era poco, ora lo so: l’impegno che prendevo con me stesso era pesante, drastico il giudizio che ne era alla base. Drastiche perciò, estreme e durissime, sarebbero così diventate col tempo le mie scelte, alti i muri che avrei levato a difesa, strette le vie di fuga, impervi i valichi, accidentati i percorsi. Mi accingevo ad indossare – e non potevo saperlo – un cilicio doloroso, mi preparavo a punirmi per ogni cedimento.
Era l’inizio d’un sogno pericoloso.
Alla fine della strada un equilibrio precario, un’intransigenza inapplicabile, i sensi di colpa, l’alcol e la volontà disperata d’uscirne. Ma a dieci anni che sai di tutto questo?
A dieci anni sogni: sei il cavaliere senza macchia e senza paura. Paura invece ne avrai e non la mostrerai, e macchie compariranno e le cancellerai. Negherai. Affonderai e risalire diventerà difficile, ti sembrerà impossibile. Mio padre era un uomo. Io sognai di essere un Dio.
Un incubo. Ed in fondo al percorso il rischio d’una pericolosa frattura della personalità. Non avevo un’idea definita dei miei rapporti con le donne – non avevo in verità un’idea definita delle donne - ma ero lacerato da due estremi. Se pensavo a mia madre mi scioglievo di tenerezza ed ero pronto a morire per difenderne una. Sentivo una rabbia profonda, un disgusto senza fine e giuravo a me stesso che mai ne avrei voluta una con me, quando pensavo alla donna di via dell’Anticaglia. Questa contrapposizione, soffocata dal tempo, sepolta in non so quale meandro della mia coscienza, riemerge tuttora ed è l’origine di fedeltà disonorevoli, abbandoni ingiustificati e ritorni uguali a fughe.
Avevo dieci anni, ed era autunno, quando varcai la soglia della scuola media, superato l’esame d’ammissione, e portai la mia penna stranamente tagliente là dove i figli dei lavoratori di solito non giungevano. Mio padre lavorava in una salumeria. Mia madre aveva vinto la sua battaglia per la qualità dei miei studi, evitandomi l’avviamento professionale, ed io superai la naturale timidezza e sconfissi al primo appello il sorriso ironico dei compagni di classe, vestiti della migliore qualità presente nei negozi di un paese in ripresa. L’insegnante d’italiano, grigia, severa, estranea ai circuiti della moda ed attentissima alla posizione delle sue gambe dietro una cattedra totalmente esposta, lesse di seguito trenta cognomi, rilesse il mio, cercandomi con lo sguardo miope, e ripeté solenne la domanda: - sei parente dei proprietari del caffè Aragno?
In prima elementare ero rimasto a bocca aperta. Stavolta mi venne senza pensarci: - sì, sono il nipote.
E raccontai pacato tutto ciò che sapevo.
Mio nonno mi procurò così – senza saperlo – l’onore di un invito ad occupare un banco in prima fila, una disposizione alla comprensione che durò per tre anni e mi consentì di finire senza danni le medie inferiori – erano tempi in cui l’insegnante di lettere aveva un potere incontrastato - nonostante la mia evidente povertà di mezzi economici, gli sconsigliati eccessi di sincerità, una crescente attitudine alla contestazione, in una scuola che fondava la docimologia applicata sulla “condotta” e considerava ogni figlio di lavoratore un potenziale e pericoloso comunista.
D’altro canto, io amavo i comunisti, e si vedeva. Li amavo perché il prete della parrocchia – che invece non amavo - li odiava con tutto il cuore. Dovrei spiegare perché non amavo il prete, ma la storia è lunga. Dirò solo che il prete amava le vecchiette che in chiesa occupavano senza scampo la prima fila ed io le disprezzavo perché erano bugiarde e pettegole. Naturalmente le vecchiette non mi amavano perché odiavano mia madre, ch’era stata attrice e si ribellava al marito. Ma anche qui le differenze erano profonde: io amavo mia madre, non stimavo il marito e l’accusavo di non essersi mai ribellata davvero.
La faccenda dei comunisti ebbe quell’anno un risvolto tragico e rischiò di compromettere seriamente la mia situazione a scuola; i carri armati dell’Unione Sovietica invasero l’eretica Ungheria e Budapest si difese. Tutti in coro sostennero che si trattava d’una intollerabile vergogna e finii col convincermene anch’io, quando seppi che tra i ribelli c’era Puskas - così mi pare che si scriva il suo nome - un calciatore bravissimo e un colonnello valoroso che non poteva essere un nemico del popolo. Quando vidi che nessuno muoveva un dito stetti male e mi sembrò incredibile. Gli ungheresi. Nella simpatia che provai c’entravano certamente “I ragazzi della via Pal”, che avevo letto undici volte, superando le dieci riletture di “Cuore” e le nove di “Tom Sawier”. Ma c’era di più: nella vita ho sempre sentito un profondissimo trasporto per i grandi sconfitti ed i poveri sventurati. Ettore mi ha fatto piangere, Spartaco mi ha affascinato, Vercingetorige ha oscurato Cesare, Napoleone mi è parso grande solo tra Waterloo e Sant’Elena, i contadini di Bronte mi hanno commosso molto più di Garibaldi, Crispi mi ha spinto a sinistra ben più di Marx, Anna Kulisciof è stata il modello del mio femminismo quando l’ho pensata anarchica e mi si è fatta ingiustamente piccola vicino a Turati. Ho riconosciuto la storia dell’evoluzione nei personaggi minori, la scienza del compromesso e le regole dell’involuzione nelle figure maggiori. Pregiudizi, lo ammetto. Ma chi non ne ha?
A risolvere il mio problema col comunismo pensarono in quei mesi acerbi della mia storia di militante mio padre ed il prete del Pio Monte della Misericordia, la parrocchia in piperno nero di via dei Tribunali in cui maturò il mio distacco definitivo e irrimediabile dalla Chiesa. Furono le prediche contro i comunisti ad allontanarmi dai poveri ungheresi. Insospettito dalle dubbie qualità di un simile avvocato e messo ancor più in allarme dai giudizi negativi sui sovietici espressi da mio padre – avvocato, se possibile, più sospetto del prete – giunsi infine ad una incrollabile certezza: i comunisti italiani – ne avevo conosciuti alcuni per caso nel quartiere e n’ero rimasto incantato - non potevano mentire. In quanto ai giornali non mi fidavo: L’insegnante d’italiano, parlando di “Aragno” aveva fatto cenno al Mussolini direttore dell’Avanti e tanto era bastato a determinare il crollo delle loro azioni nella borsa valori del mio nascente sistema etico.
A parte le dovute eccezioni, i giornalisti non si sono dati gran che da fare per meritare poi maggiore considerazione.
Agli ungheresi dovevo delle scuse. Lo scoprii anni dopo e feci quanto potevo per rimediare. Anche oggi, però, benché Stalin non mi sembri diverso da Hitler, mi rifiuto di seguire la strada dei pentiti politici e buttare a mare l’acqua sporca e il bambino. Non amo papa Woitila, ma mi colpì la sua tardiva ammissione di fronte alla furia iconoclasta del capitalismo vittorioso: c’è un’anima di verità nel comunismo. Così disse Woitila.
L’ha capito un papa, l’hanno dimenticato i comunisti.

continua

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