A Venezia... un gennaio nero shocking, ovvero: ROGODILIBRI
Carmilla - 18-01-2011
Impossibile non diffondere, con tutto il nostro sdegno e la nostra convinta e ferma denuncia. Un grazie alla Redazione di Carmilla per il tutto tondo con cui racconta la vicenda veneta, permettendoci, al di là di quanto accaduto, riflessioni che toccano corde profonde: quelle delle responsabilità che ognuno di noi ha, nei fatti, di fronte ai fatti stessi.
Fuoriregistro



Riassunto delle puntate precedenti, che, per nostra scelta, non sono andate in onda su Carmilla. Volevamo entrare nella vicenda in medias res, ed è proprio dove ci troviamo ora, dopo 48 ore convulse, orribili, spassose. Due giorni di iniziative, proposte, discussioni e primi risultati.
Partiamo dalla sintesi fatta da Giap l'altroieri:

«[...] L'assessore alla cultura della provincia di Venezia, l'ex-missino-oggi-berlusconiano Speranzon, ha accolto il suggerimento di un suo collega di partito [...] e intimerà alle biblioteche del veneziano di:
1) rimuovere dagli scaffali i libri di tutti gli autori che nel 2004 firmarono un appello dove si chiedeva la scarcerazione di Cesare Battisti [promosso da noi di Carmilla e tuttora presente su questo sito, N.d.R.];
2) rinunciare a organizzare iniziative con tali scrittori (vanno dichiarati "persone sgradite", dice).
Il bibliotecario che non accetterà il diktat "se ne assumerà la responsabilità".
Si allude forse al congelamento di fondi, al mancato patrocinio delle iniziative, al mobbing, a campagne stampa ostili?
La proposta ha avuto il plauso del COISP, un sindacato di polizia. Così il bibliotecario ci pensa due volte, prima di mettersi contro l'ente locale e le forze dell'ordine.
Una cricca di "sinceri democratici" si sta già muovendo per estendere la cosa a tutto il Veneto, ed è probabile che l'iniziativa venga emulata oltre i confini regionali [...]»


Una "trovata", certo. Ma una trovata molto grave, e non solo in astratta linea di principio. Grave nel concreto, per il precedente che stabilirebbe, e per le ripercussioni su un territorio e un contesto culturale già provato da anni di ordinanze razziste, politiche autoritarie e retorica dell'odio. Contesto (a dir poco) ricettivo, già pronto a quest'ennesimo salto in basso: basti vedere con quanta non-chalance sia stata accolta la proposta dai media regionali e dall'ANSA, che hanno ripreso senza batter ciglia la truffaldina definizione dei promotori: "Boicottaggio civile". Proibire d'autorità centinaia di libri e mettere al bando i loro autori è parsa ai cronisti una cosa normale, nell'ordine del proponibile e quindi dell'accettabile. Un boicottaggio come tanti se ne organizzano.
Vale anche per certi professionisti dell'informazione la constatazione del mediattivista Mazzetta [...]

«è in generale il tono da piccoli funzionari leccaculo che fa impressione, che nel 2010 ci siano ancora persone che si ebiscono in spettacoli del genere, rivelando un baricentro culturale che sta da qualche parte tra il Terzo Reich e Fantozzi.»

E questa cosa rischiava di passare sotto silenzio, per colpa dei soliti.

I soliti chi?
Ma i soliti saputelli, gli alzatori di spalle blasés, quelli che "fanno i superiori" e credono - sbagliando di grosso - che la loro indifferenza sia un'arma letale, che il loro non concedere la loro "preziosa" attenzione uccida più della penna e della spada messe insieme. In realtà nessuno li caga, o almeno: nessuno li caga nell'esercito nemico; purtroppo, però, i loro discorsi hanno effetti scoranti e dissuasivi da questa parte della barricata. Parliamo di quelli che dicono: "Bah. Un iniziativa talmente stupida che è meglio non dargli troppo peso,meglio farla cadere nel silenzio", oppure: "una provocazione e che non va presa troppo sul serio. Protestare rischia solo di dare troppa pubblicità alla provocazione".

Su questa fallimentare pseudo-strategia, si è espresso molto bene il blogger Franek Bluto Blutarsky, in un post intitolato "Com'è triste Venezia":

«[Da quand'ero] adolescente, la metà degli anni novanta, esiste l'asse Berlusconi Lega Nord, An. Mo' è ancora vivo alla faccia di Fini. Per anni mi si è detto che non bisognava prestarci attenzione e che a sottolineare queste iniziative si faceva il loro gioco. Sono passati quasi vent'anni da quando ero adolescente, dai 15, e loro sono al potere arroganti e tronfi, liberi di fare ciò che noi non dovevamo stare a sentire perchè erano solo provocazioni. Forse è giunto il momento di cambiare strategia.»

Stavolta in molti, va riconosciuto, hanno deciso di cambiarla, scegliendo di non prendere la vicenda sottogamba.
Durante lo scorso week-end scrittori veneti o che vivono in Veneto, leggendo la stampa locale, si sono visti messi in "lista nera" e hanno trasmesso la notizia a colleghi sparsi per l'Italia (non soltanto co-firmatari dell'antico appello). Ciascuno di questi ultimi ha deciso di farla circolare il più possibile, via e-mail, su web, blog, social network, e di chiedere a tutti/e di attivarsi come meglio credevano.

Appunto. Come meglio credevano. Le persono sono state messe di fronte alla gravità del fattaccio, e responsabilizzata. Trattate da adulti raziocinanti e, soprattutto, creativi. Non è partito il consueto "attivismo da click", pigro, prevedibile e scarica-coscienza.
Nessuno si è precipitato a proporre petizioni di quelle che le firmi in una frazione di secondo e poi non ci pensi più. Nessuno ha messo on line lettere pre-scritte da inoltrare a chicchessìa, tutte uguali, inutili a qualunque scopo. Nessuno ha pavlovianamente aperto un gruppo su Facebook di quelli che dopo due giorni sono già cortili abbandonati pieni di erbacce-spam (ma pullulanti di iscritti-fantasma).
L'attivismo da click è oggetto di sempre più critiche. L'epicentro di questo "slacktivism" ("attivismo del fancazzista") è da molti indicato in Facebook, "dispositivo omologante" (come ha scritto proprio qui su Carmilla la filosofa Maddalena Mapelli) in cui ci si seguono percorsi pre-determinati, con scarse possibilità di forzare le regole e uscire dalla "gabbia", e dove la comunicazione di ciascuno finisce per somigliare a quella di tutti gli altri.

Stavolta, senza nemmeno dirselo esplicitamente, le persone interessate a mobilitarsi hanno deciso di non intraprendere la solita strada. Ad esempio, niente petizioni on line.
Il risultato è stato una maggiore eterogeneità di prese d'iniziativa. Diverse modalità hanno preso forma nel groviglio di commenti e pingback in calce al post su Giap, hanno preso forma su Twitter (" #rogodilibri"), su Tumblr, in forum di discussione, e poi sono uscite dalla rete, trasmesse sull'etere o portate in luoghi fisici, in primis le biblioteche, cioè i luoghi presi di mira da Speranzon e dai suoi compari. Si abbia la pazienza di leggere il lunghissimo thread su Giap, e si potrà ricostruire almeno una parte del processo, dello scambio di pareri che ha elaborato messaggi per redazioni, case editrici, fondazioni culturali (sollecitando gli interventi dei soggetti più disparati, che infatti sono intervenuti), e ha proposto meccanismi fantasiosi di sensibilizzazione: dall'autodenuncia inviata a Speranzon via e-mail all'uso "guerrigliero" del bookcrossing e del prestito interbibliotecario, dalla lettera aperta al volantinaggio in biblioteca, dalla vignetta irridente alla "scazzottata" virtuale coi commentatori reazionari dei giornali veneti, dalla ricerca coram populo di estremi su cui intentare cause civili alla telefonata al referente sindacale della madre bibliotecaria. Tutto questo nell'arco di 48 ore, e molto tempo prima che i giornali nazionali (lasciamo perdere le tv) si accorgessero di cosa stava accadendo. E chi poteva tradurre in altre lingue lo ha fatto, chi poteva scrivere ai/sui giornali locali lo ha fatto, chi poteva rilasciare (o fare) interviste lo ha fatto, chi poteva telefonare a una radio lo ha fatto, chi poteva usare il suo blog lo ha fatto, chi poteva aprire un gruppo su Anobii e/o Goodreads lo ha fatto, chi poteva fare mash-up di immagini lo ha fatto (nel caso linkato, disegni di bambini), chi poteva inventarsi pareri apocrifi di Agamben lo ha fatto, chi poteva linkare, disseminare e "taggare" su Facebook lo ha fatto.
[Perché il punto non è usare o non usare Facebook. Non si può snobbare un network usato da milioni e milioni di persone. Il punto, forse, è quando usarlo. Forse usarlo subito, nelle primissime fasi di una campagna, equivale a prendere una scorciatoia che impigrisce i muscoli delle gambe, e il click su FBdiventa un sostituto di attività reale, un surrogato di mobilitazione. Forse una campagna dovrebbe iniziare "fuori da Facebook", cioè con pratiche non previste e non "catturabili" da quel dispositivo, poi segnalarle su FB, ma senza chiudercisi dentro.]

Visto lo scoppio del "caso" in rete, la trasmissione di Radio 3 Fahrenheit ha dedicato alla vicenda la puntata di ieri, cosa che ha prodotto un primo esito concreto. Dal comunicato-stampa della redazione, così come lo riporta Lipperatura:

«Intervenendo a Fahrenheit, il programma pomeridiano di Radio3, la presidente della provincia di Venezia Francesca Zaccariotto ha duramente preso le distanze dall'assessore alla cultura Raffaele Speranzon, che nei giorni scorsi aveva chiesto il ritiro dalle biblioteche civiche dei libri di quegli autori che nel 2004 avevano firmato un appello per Cesare Battisti. "Ritengo che quella di Speranzon sia un'iniziativa a titolo personale e non espressa nel suo ruolo istituzionale. Qualora presentasse la proposta in giunta, sappia che la provincia di Venezia non la sosterrà. Le biblioteche sono un luogo libero". Condanna anche da Claudio Leombroni, vicepresidente dell'Associazione Italiana Biblioteche, che ha annunciato una presa di posizione ufficiale: "Speranzon fa torto all'intelligenza dei lettori italiani, perfettamente in grado di giudicare da soli". La scrittrice Michela Murgia, vincitrice del Premio Campiello, ha sottolineato il pericoloso precedente costituito dalla proposta, mentre lo storico Luciano Canfora l'ha accostato al ritiro dalle biblioteche delle opere di autori ebraici durante il fascismo. "Un'iniziativa, quella di Speranzon, di gigantesca idiozia".»


Chiaramente, la Provincia di Venezia non può cavarsela così a buon mercato, con una "sconfessione a metà" che modifica sì il quadro, ma meno di quanto sembri. Un'incitazione alla messa al bando di libri da parte di una figura istituzionale, ma... "a titolo personale". Che vorrebbe dire? Speranzon ha parlato inequivocabilmente nella sua veste di amministratore provinciale, con tanto di velato riferimento alle "leve" che avrebbe potuto azionare contro i riottosi. Riportiamo dal "Gazzettino" del 16 gennaio:

«Scriverò agli assessori alla Cultura dei Comuni del Veneziano perché queste persone siano dichiarate sgradite e chiederò loro, dato anche che le biblioteche civiche sono inserite in un sistema provinciale, che le loro opere vengano ritirate dagli scaffali [...] Chiederò di non promuovere la presentazione dei libri scritti da questi autori: ogni Comune potrà agire come crede, ma dovrà assumersene le responsabilità. Inoltre come consigliere comunale a Venezia [pure l'accumulo delle cariche! N.d.R.], presenterò una mozione perché Venezia dia l'esempio per prima.»

Per dirla con il giornalista Mario Tedeschini Lalli (da un commento in calce al comunicato):

«[Speranzon] l'ha fatta talmente grossa che si deve dimettere, occorre chiedere le dimissioni. In questo campo non esistono iniziative "a titolo personale". Se un assessore alla Cultura pensa "personalmente" quelle cose non può essere assessore alla Cultura.

Analoga posizione ha espresso Wu Ming1:

«Primo passo avanti, prima nostra vittoria. Ma è ancora troppo poco, non abbassiamo la guardia. E' il fatto stesso che un assessore alla cultura (!) abbia una simile idea di ciò che in teoria dovrebbe amministrare, è il fatto che lui e altri abbiano trovato *assolutamente normale* proporre questa madornale, sesquipedale violazione della libertà di pensiero, è il fatto che questa roba sia ancora in circolazione (benché "a titolo personale") a costituire il pericolo. Il fatto che un sindacato di polizia - il COISP - abbia tenuto una conferenza stampa congiunta coi promotori della schifezza è un'implicita intimidazione.
Insomma, non sediamoci su questi "allori", perché qui c'è da pedalare.»


Nel frattempo aveva emesso un comunicato di condanna, tra gli altri, la casa editrice Einaudi:

«Torino, 17 gennaio 2011
Ernesto Franco, direttore editoriale dell'Einaudi, dichiara che "la casa editrice Einaudi ritiene la proposta di boicottaggio degli scrittori dell'assessore alla cultura della provincia di Venezia un atto di profonda ignoranza democratica.
Boicottare i libri e le idee è un atto di imbarbarimento che non può trovare mai, in alcun fatto o dichiarazione o opinione, per quanto controversi essi siano, la benché minima giustificazione.»


Mentre scriviamo, nel cuore della notte, stanno per uscire articoli sulla vicenda su diversi giornali (Repubblica e Unità in primis).
Questo è il punto in cui ci troviamo.
Ovviamente, gli alzatori di spalle hanno continuato coi loro commentini improntati alla "sprezzatura", hanno detto: "Visto? Lo avevamo detto che era solo una boutade, che non sarebbe passata, che non valeva la pena alzare un polverone".
Sfugge a costoro che se "non è passata", è proprio perché abbiamo alzato il "polverone". Inoltre, va ribadito: stiamo attenti a dire che "non è passata". Lo sviluppo appena descritto è ben più terra-terra: semplicemente, l'iniziativa non ha l'endorsement della Provincia. Però (fino a prova contraria con presa di distanza) ha quello del PdL, e in uno scenario di confusa sovrapposizione tra le istituzioni e i partiti che le occupano, non si può stare tranquilli. La lettera di "quelli del baricentro" è ancora in circolazione, loro certo non demorderanno, e i modi per far pressione su un bibliotecario sono tanti, non tutti "ufficiali", e alcuni molto insidiosi. Riportiamo, sempre da Lipperatura, il commento di una certa Lucia:

«Sono una bibliotecaria, lavoro in provincia di Treviso e ho già ricevuto un suggerimento "informale", qualche settimana fa, a togliere Saviano dagli scaffali. Io mi sono rifiutata ma le mie colleghe no... Non ho parole ma comincio ad avere paura.»

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