La grande ferita
Professione insegnante - 27-09-2010
Spunti di riflessione di Professione Insegnante rivolta alla Stampa sulla situazione della scuola statale italiana.

Probabilmente, andandola a cercare, si potrebbe trovare la data di nascita del recente interesse dei media per la scuola, trattata come malato terminale di cui si attende l'inevitabile fine. I casi limite di sovraffollamento di classi, lo sciopero della fame di alcuni colleghi, le proteste collettive hanno finalmente fatto notizia.
La scuola però non è solo questo, è un sistema ampio e variegato, che è cambiato lentamente ma inesorabilmente dalla riforma Gentile in poi (qualcuno addirittura la fa risalire alla legge Casati) con qualche legge e in parte anche senza le leggi, sulla base della nostra società, la società dell'immagine (nel senso di oggetto per la vista e nel senso di mera apparenza) e della complessità. Ha vissuto nel suo insieme di una tensione continua verso la democrazia, l'integrazione, ma anche verso l'appiattimento, a volte, quando gli obiettivi non erano raggiunti. Fino a pochi anni fa, nonostante le risorse non fossero mai tutte quelle richieste, alla scuola venivano forniti finanziamenti per gestire la complessità di esigenze che grandi istituti e piccoli "fari di sicurezza", cioè i numerosi piccoli "punti di erogazione del servizio" - amministrativamente parlando - sparsi sul territorio presentavano.
In questo sistema, che aveva trovato un suo equilibrio, dal 2005 si sono operati tagli di risorse che in nessun conto hanno tenuto la sedimentazione di buone pratiche avvenuta; le scuole hanno fatto fronte prima con le risorse accumulate, poi con i sacrifici di attività e servizi (in pratica con una riduzione progressiva delle varie forme educative), infine ora, nelle situazioni limite care alla cronaca, è emersa questa procedura dei tagli: ferite varie che si accumulano sul corpo del grande organismo.
In alcuni ambiti è evidente lo scollamento fra la legge riconosciuta (scuola legale) e la realtà esistente (scuola reale), come nel caso del limite di venti persone nelle classi con un disabile grave: limite infinite volte trascurato e beffato dalla stessa amministrazione che solo a parole riconosce la legge ma nella pratica la beffa impunemente. E da qui si può partire con la descrizione di tanti ambiti del sistema scuola in cui il detto e il fatto vanno in direzioni opposte, dalla tutela della sicurezza, alla cura dell'insegnamento scientifico e tecnologico, che nei fatti è stato il primo ad essere penalizzato nelle superiori.
A questo impoverimento, già prefigurato nel famoso discorso di Calamandrei in difesa della Scuola pubblica del 1950 ([il partito dominante] comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle), si è voluto dare il nome di riforma Gelmini, ma non meritava nemmeno quello di "mantenimento", e cura dimagrante è termine eufemistico.
Con tutto questo non vogliamo dire che la scuola sta morendo, è viva e vivace, ci lavorano migliaia di persone, bene o male i nostri ragazzi diventano donne e uomini, ma un sistema vivo necessariamente ha bisogno di risorse.
Senza risorse, o con risorse sempre più carenti, il sistema langue, si autolimita, emergono senza remissione gli aspetti più brutti, i tratti impossibili, quello che quando non è dramma, e non lo è quasi mai grazie alla sensibilità di chi ci lavora, sono beffa. Questo vorremmo che si mostrasse nelle trasmissioni che con l'autunno ritornano nelle programmazioni televisive: non il degrado come una esibizione di spazzatura, ma il continuo e costante, pericoloso impoverimento delle nostre scuole, sistema di istruzione vasto, complesso e ricco di esperienza.

Associazione Professione Insegnante
Libero Tassella


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