Premessa
Nino Vessella - 20-10-2002
Stavo preparando materiale divulgativo per l'Associazione Changamano" (Solidarietà), e volevo inserire un aneddoto di cui non ricordo l'origine.

"Un etnologo al lavoro in uno sperduto villaggio della foresta amazzonica ad un certo punto decide di ritornare in patria e lo comunica al capo-villaggio. Costui gliene chiede il motivo e alla scoperta che l'etnologo vuole andare a procurarsi altre matite avendo finito la sua scorta, gli chiede di cosa sono fatte le matite. Saputo che le matite sono fatte di legno e di grafite non capisce perché l'occidentale, che si vanta di essere più operoso di loro, non utilizzi gli alberi della foresta e la grafite che si trova sotto il vicino monte per fabbricarsi le sue matite."

Questo mi ha ricordato che quando ero ancora studente universitario avevo tradotto un breve racconto in cui si descrive con amarezza la povertà e, soprattutto, l'abbandono in cui vivono gli abitanti di un villaggio immaginario, ma uguale a molti di quelli reali: "gli abitanti di questo villaggio si coprivano di povertà, mangiavano povertà, ma camminavano su una ricchezza", diamanti: Wasubiri kifo (In attesa della morte, lett. "Coloro che attendono la morte"), scritto da Euphrase Kezilahabi, prima del 1974.

Sono riuscito a ritrovarlo nel caos del mio studio e oso proporvelo.

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