Aragno.
Giuseppe Aragno - 19-10-2002
"Aragno", ecco il titolo del primo capitolo. Aragno per indicare due cose: uno storico "caffè letterario" della Roma di fine Ottocento e mio nonno, socialista in un paese che s'avvia al fascismo dopo il bagno di sangue della prima guerra mondiale. In quel caffè letterario, dove si ritrovano artisti famosi letterati e uomini in cerca di fama, nelle sue sale, dove vivono assieme passato e passatismo, futuro e futurismo, dove il vecchio e il nuovo s'incontrano e si scontrano nelle discussioni senza fine che oppongono classicisti ed espressionisti, e mettono a confronto le proposte di "Valori Plastici" a quelle de "La Ronda". In quelle sale, fissate sulla tela da Amerigo Bartoli, capita il duce del fascismo, quando inizia l'avventura che lo condurrà a Piazzale Loreto. Di là, dall'Aragno di Marinetti e Baldini, Cardarelli e Cecchi, Bragaglia e Ungaretti, mio nonno, amico del direttore dell'Avanti! che ormai ha e le mani sporche del sangue dei suoi compagni socialisti, di là mio nonno scrive e firma parole di fuoco: vigliacco e traditore. Scrive e firma così la sua condanna e in qualche modo mette nel conto da pagare anche il mio futuro. Dall'angolo tra via del Corso e via delle Convertite, in un giorno d'autunno del 1924 - un autunno romano che ha colori militari e la dolcezza struggente che assumono le città quando la loro storia si incupisce - trentadue anni prima che io venga al mondo, firmata come io firmo, parte la lettera che indirizza in maniera irreversibile il mio futuro, prima che esso diventi - come ormai è da tempo - il mio passato.
Negli anni che seguono - li sento, se possibile, più oscuri e dolorosi di quel tristissimo 1924 - la storia dei fuorusciti s'intreccia col mio futuro in un passato che conoscerò dai libri. Nei racconti della famiglia è però una storia assai diversa: il portone di casa sorvegliato da squadristi e polizia, la paura, la miseria e poi mio nonno, preso mentre tenta la fuga a Marsiglia, arrestato, ricondotto a casa senza denti dopo un interrogatorio; raggiungerà l'America in un anno che non so per morirvi di due morti. Una è quella che raccontano i fascisti a mia nonna che domanda notizie: asfissia per una sfuggita di gas, ma nessuno ci ha mai detto dove è stato sepolto. L'altra morte, me l'hanno raccontata più volte mio padre e mia nonna, è appresa da racconti di testimoni: ucciso dai fascisti. Non una traccia: una bomba americana ha sepolto lettere, carte di processi e ogni ricordo.
Appresi tutto questo quando avevo sei anni, in una mattina piovosa, all'angolo d'un vicolo di Forcella, dove, tornato da scuola - il mio primo giorno di scuola - vendevo sigarette di contrabbando. La maestra, facendo l'appello mi aveva chiesto se ero parente dei proprietari del caffè Aragno, ed io avevo girato la domanda ai miei genitori. Di mio nonno non sapevo nulla, tranne ch'era morto prima che io nascessi. Capii allora - anzi sentii vagamente senza capire bene - che quell'uomo misterioso aveva molto a che vedere con quello che facevo e che avrei fatto.
Ma qui siamo ad un altro capitolo, c'è la repubblica.

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