Chi vuole eliminare la geografia?
Maurizio Tirittico - 02-02-2010
Chi non sa che cosa sia! Geografia sì, geografia no, geografia così così! Se ne sta discutendo in questi giorni e non so quanto a proposito! Resta o non resta nei programmi di studio? Ma! Facciamo un po' d'ordine. Ci sono due questioni di fondo da cui occorre partire. La prima riguarda la geografia come "materia" di studio scolastico, perché di questo si sta oggi discutendo, non la geografia in quanto "disciplina", che attiene a settori di ricerca avanzati che con la scuola poco o nulla hanno a che fare. La seconda questione riguarda le strategie e le modalità con cui un soggetto in età evolutiva cresce, si sviluppa e apprende, interiorizza le dinamiche spaziali, interagisce con esse e le utilizza ai fini della sua personale "sopravvivenza" nell'ambiente vicino/lontano in cui si trova ad operare e a vivere.
Per quanto riguarda la prima questione, va ricordato che una "disciplina" è, in quanto tale, sempre aperta e mai conclusa. Ciò che ieri era o sembrava certo, oggi è messo in seria discussione. In materia geografica, o meglio in materia dei corpi celesti, Tolomeo ha occupato per secoli una scena che Copernico ha poi letteralmente capovolto. Com'è noto, il sole non sorge e non tramonta, anche se ancora oggi i due verbi, pur se scientificamente scorretti, fanno parte del linguaggio comune. Una "materia", invece, proprio perché destinata all'insegnamento/apprendimento scolastico è qualcosa di definito, di concluso, in quanto a chi cresce e apprende occorre dare elementi semplici ma precisi per quanto concerne l'acquisizione di quei dati su cui il soggetto è tenuto a costruire le sue prime certezze. Di qui discendono i programmi con le indicazioni dei contenuti da trattare e i libri di testo che vi si conformano. Va, comunque, ricordato che oggi l'insegnare per programmi è in crisi, a fronte dell'insegnare per competenze, ma questo è un altro discorso. Torniamo alla "materia" che, quindi, costituisce una necessaria riduzione della disciplina, certamente non un suo impoverimento. Ciò comporta che chi insegna è pur sempre tenuto a sollecitare in chi apprende il gusto e la pratica della ricerca e della scoperta, soprattutto in situazioni laboratoriali e di gruppo: il che rinvia alle strategie dell'insegnare/apprendere e, nella fattispecie, alla didattica della geografia.
Ma la geografia, in quanto materia, deve fare i conti con il soggetto che apprende. Di qui, il passaggio alla seconda questione, più ampia della precedente perché rinvia alle strategie e ai modi del conoscere e dell'apprendere, che sono assolutamente diversi a seconda delle diverse fasce d'età.
Prendiamo in considerazione ciò che accade in un soggetto che cresce e apprende nella prima fase dell'età evolutiva, in cui di fatto si replica nel giro di un tempo relativamente breve ciò che si è verificato nella nostra specie umana in tempi molto lunghi. Il nostro lontano progenitore ha cominciato a "costruire" la sua intelligenza al fine di organizzare ed asservire la realtà circostante in funzione di suoi primari bisogni di sopravvivenza e di riproduzione. E le prime coordinate del Sé attivo e intelligente sono state quelle che riguardano le due dimensioni dello spazio e del tempo. Per quest'uomo non esiste la geografia, non esiste la storia! Esistono, invece, lo "spazio" che lo circonda e che deve riconoscere, organizzare, piegare alle sue necessità, ed il "tempo" con cui memorizzare dati e informazioni del "prima" per prevedere e progettare il "dopo".
Nel soggetto che nasce, cresce e apprende nella nostra epoca, la costruzione del Sé e le operazioni intellettive ripercorrono la strada di allora, che non dura secoli ma solo i primi anni di vita. Anche le sollecitazioni esterne sono assolutamente diverse: lo spazio naturale è in larga misura sostituito da quello artificializzato, e il tempo è scandito da orologi e calendari. Ma le modalità di costruzione del "prima" e del "dopo", del "qui" e del " non sono diverse da quelle che la nostra specie ha faticosamente imparato a coordinare e organizzare. Il bambino che cresce costruisce la sua identità personale proprio operando sull'incrocio di queste due coordinate, l'asse verticale del tempo (ieri, oggi, domani...) e l'asse orizzontale dello spazio (qui, là, avanti, dietro...). Sull'asse verticale memorizza, archivia ed elabora dati, costruisce concetti, principi, procedure e strategie per agire. Sull'asse orizzontale costruisce concreti rapporti con gli oggetti che lo circondano e con gli altri del gruppo di cui deve condividere tecniche di sopravvivenza e norme e valori di convivenza.
Il susseguirsi degli eventi implementa costantemente l'incrocio dei due assi: l' hic et nunc e l'illic et tunc si succedono in un divenire continuo ed irripetibile fino a costituire le condizioni stesse del Sè. I fatti sono condizionati e prodotti dallo e nello spazio/tempo. Pertanto, se spazio e tempo sono concettualmente distinguibili - un cronometro non è una carta geografica - operativamente non sono separabili. Ne consegue che la geografia e la storia si condizionano a vicenda; l'una non può fare a meno dell'altra. Cancellare lo studio della geografia significa rendere monco, se non impossibile, anche lo studio della storia.
Stando a queste considerazioni, discende che la distinzione dello spazio e del tempo e della loro organizzazione concettuale in geografia e storia, come materie o come discipline diverse, se non addirittura separate, non ha assolutamente senso, perché chi cresce e apprende le percorre e le costruisce contestualmente né potrebbe avvenire diversamente.
Tornando all'assunto iniziale, se la geografia possa essere penalizzata, in funzione del fatto che si risparmierebbero ore, cattedre e, soprattutto, soldi, va detto con forza che si tratta di un assunto che non sta assolutamente in piedi! La giustificazione didattica consisterebbe nel fatto che oggi, con un mondo globalizzato, con le comunicazioni fisiche e simboliche sempre più intensificate (i trasporti, i media, il web), lo spazio non è più quello di una volta! Si spende meno tempo, e meno soldi, per arrivare da Piazza Venezia a Parigi che per raggiungere un quartiere periferico! Mappe e carte geografiche sono ormai in tutte le edicole e così via! Pertanto, la geografia si apprenderebbe pressoché spontaneamente nel contesto sociale.
Ma non è così! Il problema non è quello della disponibilità "oggettiva" di ciò che un tempo era il lontano, ma della indisponibilità "soggettiva" dei nuovi nati a saper costruire correttamente da soli e senza input corretti le coordinate spaziali. Queste, di fatto, in chi cresce e apprende non si sviluppano e non si implementano se non intrecciandosi con quelle temporali. Nel nuovo nato che cresce e apprende lo spazio non può fare a meno del tempo! E l'educatore avveduto, soprattutto nella scuola dell'infanzia e nella primaria, sa come agire su ambedue le coordinate.
Ne consegue che nella scuola organizzata per materie la geografia non può fare a meno della storia! Chi propone di ridurre o di cancellare la geografia nella scuola dimostra di non conoscere questa circostanza. E' come se si proponesse di insegnare a leggere e non a scrivere! E non è un caso che ciò è effettivamente avvenuto, quando una volta alle fanciulle delle famiglie bene i precettori insegnavano solo a leggere, ovviamente i libri sacri e quelli di galateo e di buona creanza! Ma non si insegnava a scrivere, perché la scrittura avrebbe sollecitato il pensiero produttivo, e questo è sempre pericoloso, soprattutto quando chi è deputato a pensare è solo e sempre il maschio!
Insomma, oggi, in una scuola orientata a sviluppare competenze, è già difficile parlare di materie distinte l'una dall'altra da ore, cattedre e campanelle, in forza del fatto che solo proposte e progettazioni pluridisciplinari sono in grado di rispondere alle nuove esigenze di un processo di istruzione. E pensare addirittura di cancellare la geografia è da irresponsabili ignoranti!

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 Lorenza Valter    - 07-02-2010
Carissimo professore,
sono un'insegnante di geografia; non propongo lamemtele, ma una riflessione forse aggiuntiva, perchè spesso si parla di licei, qualche volta di tecnici, raramente di professionali che pure formano quei giovani che, in parte, diventeranno gli "esecutivi" nei vari settori economici.
Lavoro in un istituto professionale di Stato dal 1984 (commercio, turismo,servizi alberghieri) dove a volte gli studenti raggiungono risultati insperati.., pensiamo alla formazione della persona con un taglio che guarda il suo inserimento lavorativo e mi domando:
- davvero un comis di sala o cucina non deve saper presentare il territorio di provenienza e produzione di un vino, di un formaggio...? (non pensiamo di potenziare il turismo e la ristorazione di qualità)
- davvero non servono persone competenti quando si devono spedire le merci, inviare lettere, scegliere una zona dove potenziare le vendite...?
- davvero pensiamo che l'ignoranza sia lo strumento più idoneo per proiettare il nostro Paese (leggi: cittadini; leggi: persone; leggi: studenti!) nel modo globale, sicuramete ricco di opportunità solo per chi sappia discernerle.

Come può immaginare, avrei molte altre cose da dire, ma una domanda mi preme: perchè non vengono mai interpellati i docenti che da molti anni lavorano e si aggiornano e avviano nella scuola varie attività migliorative (es. alternanza scuola lavoro), o partecipano con gli studenti a concorsi, o riescono a premiare le eccellenze... o... o...
In qualche angolo, non tanto nascosto, ci sono i semini per far crescere una scuola migliore; perchè si tratta di innescare processi di continuo miglioramento non di azzerare tutto in nome di una RIFORMA EPOCALE!!!