organo di democrazia dal basso", come ci teneva a chiamarlo con incredibile faccia tosta Vincenzina Balina, una dirigente scolastica prepotente e autoritaria come non s'era mai visto nella scuola italiana. "Muro contro muro", c'era poco da sperare e, in un sussulto di orgoglio, "matematica e scienze" - al secolo Maria Teresa Scacco - l'aveva detto alla preside fuori dai denti, guardandola negli occhi con tono involontariamente allusivo: - "L'andamento dei lavori del Consiglio incarna alla perfezione il frutto malato d'un matrimonio incestuoso. Lei lo sa bene, preside. Un nanerottolo deforme...". "/>
Cinque in condotta
Giuseppe Aragno - 19-01-2010
Dallo Speciale Racconti



Dopo quattro ore di discussione, nessuno dei presenti avrebbe saputo dire da che parte sarebbe finita la maggioranza del Consiglio di classe. Eppure sarebbero stati loro a decidere, i componenti del disorientato e ormai disgregato "organo di democrazia dal basso", come ci teneva a chiamarlo con incredibile faccia tosta Enzina Balina, una dirigente scolastica prepotente e autoritaria come non s'era mai visto nella scuola italiana.
"Muro contro muro", c'era poco da sperare e, in un sussulto di orgoglio, "matematica e scienze" - al secolo Maria Teresa Scacco - l'aveva detto alla preside fuori dai denti, guardandola negli occhi con tono involontariamente allusivo:
- "L'andamento dei lavori del Consiglio incarna alla perfezione il frutto malato d'un matrimonio incestuoso. Lei lo sa bene, preside. Un nanerottolo deforme...".
Avesse avuto il tempo di farlo, raddrizzati gli occhiali tondi che si mettevano continuamente di sghimbescio sul bel naso francese, avrebbe chiarito con la voce calda dei momenti di passione che responsabile della nascita oscena era il miserabile connubio tra "una destra sempre più codina e fascioleghista e la sinistra neoclericale e centrista voluta da Veltroni e Dalema, i dioscuri del dopo Berlino". Tempo però non ce n'era stato perché il cenno al mostriciattolo tarato aveva fatalmente toccato corde profonde in seno alla Balina che, tozza e sgraziata, dall'alto dei suoi incredibili tacchi a spillo, sfiorava a malapena il metro e quaranta. Il gelido "cafona comunista" di Pia Vassallo, la castigata docente di religione, zufolato ad arte per sembrare un soffio, ma forte abbastanza per giungere chiaro alle orecchie della Enzina, non era bastato ad evitare la tempesta.
Dopo aver fulminato "matematica e scienze" con uno sguardo luciferino, la Balina aveva sciolto le briglie alla bile e, scossa la criniera nera e cotonota dei suoi ricci, era incappata in un falsetto isterico:
- E' bene che lo sappia, signora Scacco, di qua non usciremo senza giungere a una conclusione! Sono stanca di questioni ideologiche. Se non troverete un accordo entro stasera, aggiorno il Consiglio a domatina e, se il tempo non dovesse bastare, stia certa, qualcuno darà spiegazioni a un ispettore!
Scacco aveva avuto un fremito. Il labbro inferiore s'era messo a tremare ma la donna, pallida come un cencio, aveva frenato il pianto e s'era evitata la considerazione "politica" sul disastro causato dall'opportunismo delle burocrazie sindacati. Enzina Balena, nota aguzzina di lavoratori, era da anni dirigente sindacale e sarebbe stata solo un'inutile imprudenza.
In un clima di estrema tensione, la discussione era ripartita, ma un attento osservatore avrebbe capito facilmente che ormai due sentimenti comuni attraversavano trasversalmente il piccolo consesso, poco prima diviso in "moderati" e "progressisti": il timore di scontrarsi con la dirigente e la volontà di "sbrigare la pratica" e tornarsene a casa.
La tozza e deforme durezza di Enzina Balena ospitava nel petto floscio una prepotenza esperta, rafforzata da una struttura psicologica parafascista e da un'attitudine al comando di carattere addirittura militaresco, sicché, da quando il "potere dei dirigenti" aveva assunto i caratteri dell'assolutismo, la donna incuteva timore. Fino a qualche anno prima, nei rapporti con gli studenti e i professori, il bonapartismo di Enzina Balina aveva dovuto fare i conti con quanto sopravviveva dell'onda lunga del Sessantotto e di una domanda di cambiamento che ne aveva arginato, e talvolta umiliato la natura intollerante di regole democratiche. Enzina, tuttavia, aveva appreso prontamente la lezione e non era uscita schiantata dal vento della contestazione. Pronta a piegarsi coi forti, addirittura imbelle di fronte a ogni colore del potere, s'era sfogata coi deboli, esercitando un'autorità tanto più rabbiosa in basso, quanto più mortificata in alto, e s'era tenuta prudentemente fuori dal fuoco dello scontro sociale. Lucida e conseguente, aveva coltivato con tenacia ogni amicizia utile ed era stata bianca, rossa o nera, come comandavano calcoli e opportunità, occasione, interlocutori e bisogni. Nel buio profondo dell'animo aveva coltivato un disprezzo bieco e viscerale per "i feroci giacobini e i matti sognatori", come nella ristretta cerchia degli "amici fidati" era solita definire chi aveva a cuore la coerenza ideale e l'interesse collettivo. Soffocato l'odio, tuttavia, se un "giacobino" le tornava utile, provava a conquistarlo con gli aperti segnali d'ammirazione, coi lampi sapienti degli occhi cinerini, con l'onda mossa ad arte della chioma riccioluta, fatta d'aspidi velenosi e aggrovigliati, troppo voluminosa per il suo tronco corto, per i fianchi grossi e le gambe tozze, cui, in verità, non aveva voluto negare il piacere della carne. Ricca di famiglia, aveva acquistato un marito al mercato, scegliendolo di suo gusto tra l'eterna genìa dei servi calcolatori in vendita per quattrini. Sesso e basta, nessun fremito d'amore: l'istintiva repulsione per una passione che sfiorasse l'anima, l'avrebbe resa certamente frigida, sicché nulla le era mancato nella vita meno quelli che definiva con sincero disprezzo "gli amori sentimentali e le fantasticherie da romanzi d'appendice". Nel rimescolamento delle carte prodotto dalla crisi della "prima repubblica" s'era lanciata prontamente sul carro dei nuovi padroni che l'avevano saputa ripagare. Entrata a pieno titolo nella feccia del sottobosco del potere che si rinnovava e finalmente libera, Enzina aveva conosciuto l'impagabile soddisfazione della vendetta: sotto gli indecenti tacchi a spillo delle sue scarpe di pelle leopardata, era stato schiacciato senza pietà chiunque, di fronte al profondo cambiamento, s'era "ostinato a fare il sacerdote della coscienza morale". Mortificare "i feroci giacobini e i folli sognatori", ai quali s'era dovuta inchinare negli anni della scuola di massa, era diventato uno degli obiettivi programmatici della sua vita di dirigente. Era solo un piccolo potere, il lume appena riflesso d'un satellite lontano anni luce dalle stelle vere - anche il male ha una sua genialità - , ma Enzina non altro aveva mai sperato che la gioia frustrata della ritorsione; chi "legge" con chiarezza la "fortuna" sa bene che, quando l'ambizione ha senso della misura e tiene nel conto dovuto il rapporto reale tra qualità personali e il valore quantitativo dell'investimento, la resa è mille volte produttiva e il successo non solo ripaga le attese, ma promette di allargare l'orizzonte. Enzina Balina valeva poco o niente, ma lo sapeva bene e questa consapevolezza era stata spesso decisiva al momento delle scelte cruciali. Se in quella barzelletta chiamata "organo di democrazia di base" qualcuno s'era messo in testa di decidere come credeva giusto, bene, doveva vedersela con la sua rabbia e non aveva dubbi: era giunto il momento di chiarire una volta per tutte cosa volesse dire "gerarchia".
E' legge di natura: il silenzio pauroso dei deboli diventa schiamazzo prepotente, quando è coperto dal rumore delle armi di un alleato forte. Lucia Viso - una vita di sconfitte nella "maggioranza silenziosa" - nemica giurata dei "decreti delegati" e di ogni espressione di democrazia nella gestione del sistema formativo, aveva sentito subito che la giornata sarebbe stata finalmente sua. Sconfiggere finalmente l'antico avversario in quella maledetta scuola di periferia, sarebbe stato come girare la boa e sentire la campana dell'ultimo giro con largo anticipo sui concorrenti. Era la fine di una vera e propria egemonia culturale. Basta richiami alla condizione sociale, basta obiettivi minimi ridotti praticamente al nulla, basta pedagogismi, buonismi e pietismi. Basta tutto. Basta soprattutto duelli logoranti con teppisti, scansafatiche e scostumati eternamente protetti dalla sinistra.
- Quell'impunito di Riverso va bocciato - seppe urlare - e non m'importa nulla delle chiacchiere sulla situazione di partenza, sulla famiglia che c'è e non c'è, se ha mantenuto l'impegno di migliorare nel secondo quadrimestre. E non venite a dirmi che in terra di camorra...
In un silenzio opprimente anche un alito di vento procura un sobbalzo e poche parole scatenarono la bufera:
- Noi non abbiamo puntato sull'autorità. La scommessa nostra è quella dell'autorevolezza.
Era stato il professore d'italiano a replicare. La discussione era partita proprio da una sua strenua difesa di Riverso ed era impensabile che stesse zitto, ma il tono della voce rivelò una stanchezza anomala e una lontananza improvvisa e innaturale. I capelli bianchi un po' disordinati, gli occhi profondi e azzurri diventati una lama dietro gli occhiali lievemente dorati, il viso affilato benché quadrato, le labbra nervose e serrate, tutto rivelavano che qualcosa non andava. Scacco, che lo conosceva bene, guardò con angoscia il suo amico e sentì che nel petto gli bruciavano con uguale intensità una passione non ancora disposta a piegarsi e una fatica così dolorosa da impedirgli di affrontare la prova. Capì e un tremendo senso di colpa la schiacciò. Nello scontro durato un anno tra il suo vecchio amico e la diabolica Balina, la solitudine aveva fatto bene il suo lavoro. Se un mezzo di contrasto avesse consentito una radiografia dell'anima, il filo che di norma tiene insieme la vita e la volontà di vivere sarebbe apparso irrimediabilmente vicino alla rottura.
Anche Viso percepì che l'avversario suo storico era infine perduto e lo incalzò. Nella vittoria, nessuno sa essere più feroce di un debole di fronte al forte ch'è caduto.
- Tu e quelli come te ci avete imposto per anni l'idea deformata d'una scuola perennemente 'sessantottina' in cui, oltre ogni lecita misura, pesavano soprattutto il rapporto tra risultati e contesto. Tu, come in invasato giacobino che parla in nome del popolo che in realtà non ama, hai posto in prima linea la disponibilità al dialogo, una presenza diventata assidua e in qualche modo attiva...
- Che io sappia, però, non c'è traccia di un tuo dissenso.
Qui fu fermata la replica. Viso e Balina cantarono a coro:
- Il mondo per fortuna cambia, ed è tempo che cambiamo anche noi, ora che in alto loco ce ne danno finalmente l'occasione. Il punto centrale della discussione non gira più intorno alle chiacchiere. Il punto non è il 'segnale fortissimo', su cui si insiste tanto, d'una presa di distanza dai compagni in tigrati nel 'sistema' per cui si dice che Riverso non 'spaccia' più. Il punto è che quel diavolo di Riverso ci accusa di non capire nulla di lui e di quelli come lui. Il punto è che s'è permesso di dire che se lui fa schifo a noi, anche noi facciamo schifo a lui.
Ancora una volta Sacco fu tagliente:
- Ha anche detto che non ce l'ha con tutti - replicò - e voglio ricordarvi che mesi fa tutti ci eravamo trovati d'accordo sul fatto che una bocciatura avrebbe provocato un sicuro abbandono.
Di conserva, con quanta forza aveva ancora, il professore d'italiano si rivolse direttamente a Viso:
- Per onor di firma: non gli abbiamo dato quello di cui ha veramente bisogno. Né a lui, né a tanti come lui. Sono scelte che passano sopra la nostra e la loro testa, questo lo so. Pagano gli ultimi. Scelte politiche, se per politica s'intende amministrazione e favori al Vaticano. E lo dico io, prima che qualcuno me lo ricordi: questa non è la sede per discutere di certe cose.
Balina replicò a muso duro:
- Non consento a nessuno, a lei meno che a tutti, professore, di valutare il lavoro di questa scuola e dei suoi colleghi. Meglio farebbe a badare a se stesso!.
Luca Grosso, l'ex maresciallo dei carabinieri, passato per l'Isef e acquisito dio sa come nei ranghi della scuola, intuì che era giunto finalmente il suo momento e non si fece pregare.
- Io coi giovani discuto, s'era vantato per un anno coi colleghi e gli studenti. Ora gettava la maschera e sbottava:
- Questo Riverso è solo un piccolo pendaglio da forca. Nient'altro. Un futuro avanzo di galera.
A quel punto, incoraggiata, Pia Vassallo aveva trovato finalmente modo di rompere con un'antica tradizione di gesuitica bontà e s'era associata senza esitazione, sbottonando nella furia la candida e accollata camicetta sul seno prosperoso.
- Cacchio, finalmente qualcuno che lo dice: un gaglioffo indecente e senza dio.
D'un tratto languida, tra improvvisi e isterici rossori, s'era mangiata con gli occhi l'appetitoso carabiniere ormai "collega di educazione fisica" e s'era trovata alleate musica e arte, che le "qualità artistiche" dello "studente indiavolato":
- E' vero, nella recita di fine anno ha dato un buon contributo per la scenografia e le musiche, ma solo il Padreterno sa quello che c'è voluto per tenerlo a bada!
In una speranza disperata, il professore d'italiano aveva immaginato una difesa estrema:
- Se ritorniamo sulle promozioni già approvate, non ci vorrà molto a verificare che tanti sono messi peggio di Riverso...
La speranza di salvarne uno produsse così la rovina degli altri. Prima delle verifiche, l'ex maresciallo ottenne che si adottassero preventimanete dei criteri di valutazione:
- Sul giudizio finale - ottenne - peseranno parolacce, rispostacce e comportamenti provocatori sul piano sessuale di due o tre puttanelle che, lo sappiamo tutti, finiranno sicuramente sul marciapiede.
Fu così che, con Riverso, persero l'anno due ragazzi e due ragazze che prima della verifica erano stati promossi. Tutti naturalmente con un liberatorio cinque in condotta.
A settembre il professore d'italiano non prese servizio. Una commissione medica l'aveva assegnato ad altre mensioni per un gravissimo esaurimento nervoso e s'era trincerato nella biblioteca d'una scuola elementare. In quanto a Riverso, sarebbe andata probabilmente allo stesso modo anche con una promozione, ma una dato è certo. Alla ripresa non s'era presentato. Per tutta l'estate aveva scorrazzato sul motorino ed era tornato a fare il "puscher" per la camorra. A fine settembre, nessuno saprà mai perché, qualcuno gli aveva "insegnato per sempre l'educazione" e una mattina di primo ottobre l'avevano trovato poco lontano dalla scuola. Un solo colpo, tirato alla nuca. A bruciapelo.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Mari Cavalli    - 20-01-2010
"Forse non abbiamo ancora ben realizzato fino a che punto la scuola sia in concorrenza con una miriade di forme di "antiscuola"... Un sistema educativo che sottovaluti il contributo della scuola allo sviluppo dell'autostima degli alunni fallisce in una delle sue funzioni primarie"
(J.Bruner, "La cultura dell'educazione", Feltrinelli)

"La scuola è individuata come il punto di riferimento strategico per la lotta contro il disagio adolescenziale e l'emarginazione, per l'educazione alla salute e la promozione del benessere. Di fronte a questi compiti, non si può ignorare il fatto che tutte le ricerche sul disagio giovanile trovano l'insuccesso e l'abbandono scolastico all'inizio delle carriere di devianza, emarginazione e tossicodipendenza. La scuola può, quindi, svolgere un'autentica funzione preventiva del disagio giovanile solo se combatte, innanzitutto, il disagio scolastico e, in primo luogo, i fenomeni che stanno alla base dell'insuccesso e dell'abbandono."
(A.Maggiolini, "Mal di scuola", Ed. Unicopli)

Quando si parla di abbandono, vale la pena domandarsi CHI ABBANDONA CHI.
Dove finiscono i ragazzi che la scuola si dimentica dietro di sé?

 Leonardo Rossi    - 24-01-2010
"Bello", il racconto, grande il problema. A dire il vero sono più d'uno, quello occasionale e apparentemente pretestuoso della rivincita dei fautori di una scuola di classe, per pochi privilegiati che rifiutano la scuola di massa e la democrazia. Poi c'è la altrettanto pretestuosa copertura politica o l'uso politico di quella biforcazione. Zelighismo e protervia, sono aspetti di costume, fanno parte del modo di arrangiarsi. Qui emerge un ulteriore problema, almeno pare a me, quello della cultura profonda, popolare e delle classi dirigenti, che solo superficialmente sono state fasciste, cattoliche, repubblicane, sessantottine, ecc. Qual è il brodo di cultura di questo paese in cui si confrontano diverse e talora opposte visioni del mondo? La scuola di massa repubblicana a partire da un certo punto in poi è stata basata sul modello del genitore premuroso, direbbe Lakoff. Ora quel modello è stato sostituito da quello del genitore autoritario. Corsi e ricorsi, nient'altro. Nient'altro?