Racconti Il volto giovane, fermo per sempre in una maschera di cera ghiacciata e consegnato inconsapevole al cellulare furtivo, aveva tratti affilati e lunghi e, sotto uno zigomo, un taglio lieve, grigio e sottile come la traccia casuale e inavvertita della punta di un lapis su un foglio candido come la neve. Di vivo rimaneva il respiro, troncato un'ultima volta dalla fitta implacabile partita dalla schiena spezzata in due punti e fermo lì, sorpreso sulle labbra cinerine, quasi condensato in un velo livido, in un inutile tentativo di rivolta frustrato dal sopraggiungere liberatorio e allo stesso tempo proditorio dell'oscuro trapasso dall'inganno della vita al mistero della morte"/>
Il mistero della morte
Giuseppe Aragno - 06-11-2009
Dallo Speciale Racconti


Il volto giovane, fermo per sempre in una maschera di cera ghiacciata e consegnato inconsapevole al cellulare furtivo, aveva tratti affilati e lunghi e, sotto uno zigomo, un taglio lieve, grigio e sottile come la traccia casuale e inavvertita della punta di un lapis su un foglio candido come la neve. Di vivo rimaneva il respiro, troncato un'ultima volta dalla fitta implacabile venuta su dalla schiena spezzata in due punti e fermo lì, sorpreso sulle labbra cinerine, quasi condensato in un velo livido, in un inutile tentativo di rivolta frustrato dal sopraggiungere liberatorio e ad un tempo proditorio dell'oscuro trapasso dall'inganno della vita al mistero della morte. Il cavo ormai immoto delle orecchie custodiva inutilmente l'eco d'un grido strozzato - "ma così l'ammazziamo!"- che nessuno avrebbe potuto ascoltare, nemmeno il medico legale, chiamato in fretta e furia e ad attestare quelle che, di lì a poco, la stampa avrebbe presentato come le "conseguenze sciagurate d'una caduta accidentale".
Anni prima quelle foto avrebbero costituito di per sé la prova indiscutibile d'un reato a cui associare nomi e volti degli assassini, ma tutto era rapidamente cambiato e capitava sempre più spesso che qualcuno morisse di polizia. Da tempo non c'era prova che contasse davvero e, giunta al "redde rationem", nei tribunali dove la legge "è uguale per tutti", avesse ragione di una sorta di omertoso "segreto di Stato" extraparlamentare, opposto con ripetuta arroganza da "forze dell'ordine" impunite e padrone di se stesse: corpi armati d'un potere ormai fuori controllo. Da tempo un accurato processo di revisione linguistica aveva sconvolto la naturale corrispondenza tra fatti e parole e nessuno si scandalizzava più se la guerra si chiamava pace, nessuno, anzi, sapeva con precisione cosa fosse la pace e cosa la guerra. Da tempo il confine tra legale e illegale era fissato giorno dopo giorno da un esasperato e ormai spasmodico bisogno di una "sicurezza" di cui probabilmente nessuno avrebbe saputo dare una definizione condivisa e destinata a durare, ma della quale non c'era più chi non sentisse un bisogno ansioso e crescente, come se ne può avere di un sedativo di fronte a un intenso dolore. Certo, nessuno sarebbe stato disposto a confessarlo, ma quella parola aveva ormai qualcosa di magico, dava senso alla vita e l'idea sciagurata che per un caso disgraziato dovesse d'un tratto essere cancellata dalla realtà quotidiana causava ormai delle vere e proprie crisi di astinenza. In nome della sicurezza, le galere si riempivano così d'innocenti che non avevano l'aria di saperla garantire, mentre migliaia di colpevoli, capaci di procurare a se stessi la sicurezza dell'impunità, conquistavano il cuore degli insicuri "punibili" che si affidavano ai più noti impuniti per un governo sicuro della pubblica sicurezza. Com'era naturale, più il tempo passava, più l'innocenza si trasformava in colpa e, per una sorta di infernale contrappasso, ogni colpa si perdonava in nome e per conto della sicurezza.

Diffuse dio sa come da "radio carcere", le tragiche foto del giovane massacrato di botte per pochi grammi d'erba avevano superato di slancio prima la cortina fumogena del silenzio, poi il muro levato in un baleno dai comunicati ufficiali della stampa venduta al potere e di quella che il potere intimidiva e, infine, la barriera delle veline d'occasione concordate tra i ministri interessati. Il primo sensibile colpo era venuto dal coro assordante delle tirate retoriche sui fedeli "servitori dello Stato", ma le foto avevano proseguito per la loro via senza avvilirsi, finché non era entrato in azione il meccanismo sperimentato della spettacolarizzazione della morte, sostenuta in maniera martellante dalla ripetizione ossessiva delle più spudorate menzogne trasformate rapidamente in una verità lampante e condivisa. E quando questo non era bastato, ecco le sentenze prontamente e spudoratamente sputate negli interminabili processi mediatici messi in scena dagli opinionisti serali, specialisti della disinformazione. Presto la rabbiosa evidenza delle foto s'era fatta dubbiosa incertezza della "lettura": "Chi le ha scattate? Perché? Che si vuole?". Insinuato il dubbio, trasformare la vita di un incensurato in una sconcertante successione di zone d'ombra era diventato un gioco da ragazzi. Nessuna verità regge alla semina dei dubbi e le foto erano uscite deformate dal paragone schiacciante coi servizi televisivi puntualmente messi in onda sull'eroismo e l'abnegazione della forza pubblica, dalla valanga d'interviste a vere o presunte vedove di eroi, alle associazioni di "vittime del terrorismo" che avevano diritto di parola solo in queste occasioni, e agli infallibili "esperti" pronti a descrivere le conseguenze devastanti del primo spinello e ad esibire le ultime statistiche sulla caterva di efferati delitti commessi negli ultimi mesi sotto l'effetto di stupefacenti di ogni tipo.

Partita in prima serata come "vicenda oscura di un giovane misteriosamente deceduto durante un arresto per detenzione di stupefacenti", a meta della raffica di talk show messi in onda da tutte le reti televisive pubbliche e private, la faccenda si era riempita di tutte le paure sulla sicurezza suscitate ad arte da conduttori specializzati e s'era conclusa coi telegiornali della notte sepolti da valanghe di mail di spettatori indignati per il "linciaggio morale" al quale "oscuri pupari", abilmente celati dietro un'opposizione fatalmente cattocomunista, avevano indecorosamente sottoposto forze dell'ordine notoriamente composte di cavalieri senza macchia.
Nulla poteva a quel punto l'intelligenza disarmata contro la violenza armata e le feroci menzogne di un regime. Tuttavia, la somma delle violenze, dei soprusi e delle ingiustizie commesse in nome e per conto del potere, erano destinate a formare una pericolosa e incontrollabile miscela esplosiva. Nessuno avrebbe potuto dire quando ma quella folle ricerca della "sicurezza" avrebbe innescato la miscela. Era questione di tempo, ma non c'erano dubbi: prima o poi sarebbe scoppiata.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Patrizia Rapanà    - 08-11-2009
Ieri ho visto su Rai3 la prima parte di una trasmissione dedicata alla tragedia del giovane Aldovrandi. E' giusto che queste cose si sappiano ed è necessario denunziare con forza ciò che sta accadendo. In questo articolo l'uso del racconto è particolarmente efficace, perché riesce a trasformare un caso particolare in un problema che riguarda tutti e che non è solo quello della violenza, ma delle inaccettabili complicità e dell'agonia della democrazia.

 Rosaria Scapaticci    - 09-11-2009
Ogni volta che mi fermo a riflettere su 'misteri' quale quello citato, (Cucchi) o l'altro (Aldrovandi), mi sorprendo a ripensare alle finalità del sistema scolastico e alle modalità con cui opera, nonchè agli obiettivi che riesce a perseguire.
E' fuor di dubbio che lo Stato debba dotarsi delle forze a lui utili per far coesistere bene tutti i cittadini al suo interno, però è altresì importante che esse nascano in ambienti scolastici e di formazione che creino l'idea del rispetto della corporeità e dello spirito di ogni essere umano.