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NOI (neri, gialli e marron...)
C.A.Dioma - 14-08-2009
Noi neri, gialli e marron dobbiamo far sentire la nostra voce

di Cleophas Adrien Dioma

"Io non respingo", manifestazioni contro la legge sulla sicurezza, volantinaggio, lettere. Sto leggendo tutti i testi scritti sulla legge sulla sicurezza. Ogni giorno qualcuno mi manda via sms o via mail un messaggio per informarmi di tale o altra manifestazione. Sento le voci alzarsi contro il nuovo razzismo. Contro il fascismo. Contro... E noi immigrati ci troviamo ancora nei bar a bere, lontani da tutto questo. Lontani dalla legge, lontani dalla realtà. Sospesi. Siamo al lavoro sperando di poter continuare. Stiamo con le nostre mogli e i nostri figli a volte anche solo con la fede. Chiusi dentro di noi, rifiutando di partecipare. E nessuno parla di questo. Nessuno si fa domande: ma dove sono questi negri, questi marocchini, questi rumeni,.... dove sono? Come mai non partecipano più? Cosa li porta a non crederci più? Cosa non va nella nostra maniera di fare? Forse bisogna partire dalla ricerca di risposte a queste domande.

Per un lungo tempo ho partecipato ad un sacco di manifestazioni. Sono andato a Roma, a Milano. Ho partecipato a manifestazioni nella mia città, Parma. Ho gridato, cantato. Ballato. Ho partecipato. Mi sono sentito parte di movimento, di una comunità, di una realtà che, pensavo, lottasse per l'uguaglianza. Per la pace, per i diritti per tutti. Poi una mattina mi sono svegliato e mi sono ricordato di una frase che mi diceva mia madre: "de ta putaine de chienne vie, tu en fais ce que tu veux". E credo che abbia ragione. Della mia vita, "della mia puttana di cagna di vita" ne faccio quello che voglio. Decido io per me stesso. Non seguo più. Mi metto in gioco. Metto la faccia, alzo la mano e grido, guardate che so dire le cose. Che so parlare. Che ho la mia opinione. Che so leggere il contesto nel quale vivo. Che posso decidere. Che ho un carattere di merda ma è il mio carattere e ne sono contento. Che ho un'identità politica. Che ho la mia storia. Che bisogna tenerne conto. In questo periodo sento una rabbia davanti al non fare. Alle non proposte. Mi chiedo dove sono gli intellettuali immigrati. Quelli che hanno studiato. Quelli che studiano. Quelli che leggono. Quelli che scrivono. Quelli che fanno politica. Quelli che di politica non ne vogliono sapere. Dove sono? Possiamo rimanere lì a guardare e aspettare? Possiamo pensare che solo scrivere possa cambiare le cose? Possiamo pensare che partecipare alle solite manifestazioni sia una cosa utile? Quando ci renderemo conto che solo alzandoci, mettendo le mani, i piedi, le teste insieme potremo camminare verso la verità?

Ogni tanto mi fermo e guardo attorno a me. Guardo le strutture, le associazioni e i comitati che lottano "per" noi immigrati. Voglio sottolineare la parola per, perché ha la sua importanza. Lottano per noi. Perché noi non siamo capaci di lottare per noi stessi. Perché loro capiscono meglio le cose. Perché sono bravi. Solidarietà, fratellanza. Vi vogliamo bene. Ma per quanto tempo continuerà questa farsa. Per quanto tempo staremo a guardare quella gente che lotta per se stessa e non per noi. Che non gli interessa per niente di come stiamo. Che non sa cosa significa essere "immigrato", vivere lontano da casa, lontano dalle proprie certezze, lontano dalla mamma, dal papà, dal fratello, dalla propria gente. Lontano dalla propria vita. "Camminare" in una nuova lingua, con della nuova gente, in un nuova terra? Non sa come si vive questa nuova situazione sul piano affettivo, emotivo, psicologico? Cosa vuole dire guardare una persona che ti chiede"ciao come stai?" e non sapere nemmeno rispondere perché non si capisce la lingua. Gli immigrati siamo noi e anche se abbiamo bisogno dell'aiuto e della partecipazione delle persone italiane, forse è arrivato il momento di partecipare. Dobbiamo imparare ad alzare la mano e dire le cose esattamente come le pensiamo. Dobbiamo avere il coraggio di scegliere da che parte stare senza avere il timore del giudizio di quelli che credono di sapere. Dobbiamo vivere la nostra vita come la pensiamo. Dobbiamo lottare per avere democraticamente questa libertà di essere quello che siamo. Noi.


Cleophas Adrien Dioma è nato a Ouagadougou (Burkina Faso) nel 1972. Vive a Parma. Poeta, fotografo, video documentarista è direttore artistico del festival Ottobre Africano. Collabora con "l'Internazionale" e "SolidarietàInternazionale".

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