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Roma, Cie di Pote Galleria: segnalati gravi abusi nei confronti di un algerino
Everyonegroup.com - 06-08-2009
Il Gruppo EveryOne riceve da persona degna di fede, nota per il suo impegno per i Diritti Umani, l'ennesima segnalazione di abusi nei confronti dei migranti internati presso il Cie di Ponte Galeria, a Roma. "La situzione nei Cie è sempre più tragica," affermano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau del Gruppo EveryOne, "e si susseguono a un ritmo fuori controllo violazioni dei diritti fondamentali dei reclusi, che in molti casi avrebbero diritto allo status di rifugiati, ma non è concessa loro la possibilità di esercitare tale diritto. I Cie sono di fatto divenuti veri e propri centri di repressione, dove trattamenti inumani e degradanti nei confronti di individui particolarmente vulnerabili avvengono quotidianamente". Il nuovo episodio non rappresenta l'eccezione, secondo gli attivisti, ma la norma. Nella serata di lunedì un gruppo di algerini è stato trasferito nel Cie di Ponte Galeria da Bari Palese. Fra di loro si trovava anche un ragazzo gravemente malato di cuore, che si è lamentato perché gli agenti che avevano in custodia il gruppo non avevano portato con sé da Bari i farmaci necessari alla sua vita. "Invece di procurare i farmaci," racconta un attivista in contatto con gli algerini, "i poliziotti lo portano in infermeria e poi nella cella di sicurezza. Lì lo massacrano di botte. Quando lo riportano in sezione è pieno di lividi e sangue. Essendo paziente cardiopatico, durante la notte si sente malissimo e i suoi compagni, in lacrime, danno l'allarme. Il malato lascia il Centro a bordo di una ambulanza. La mattina dopo i suoi conterranei, che chiedono notizie sul suo stato di salute, vengono inspiegabilmente raggruppati e condotti via. Tutti pensano ad una deportazione verso l'Algeria e solo la sera si scoprirà che in realtà il gruppo è stato messo in isolamento". Intanto, nonostante le richieste da parte di attivisti e organizzazioni per i Diritti Umani, del malato non si hanno notizie. "Abbiamo temuto il peggio," ha detto uno degli algerini internati a un attivista, "e ci è venuto in mente il caso di Salah Soudami, morto cinque mesi fa in circostanze analoghe. Viviamo nel terrore e chiediamo aiuto a chi si occupa dei diritti dei migranti. E' ancora vivo, il nostro fratello? Ci trattano come criminali, ma vogliamo solo sapere se sta bene o se dobbiamo piangerlo. Abbiamo chiesto notizie anche ai poliziotti, ma loro ci guardano con odio e non si degnano di risponderci. Per loro, non siamo esseri umani".

Gruppo EveryOne


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 R.M.    - 08-08-2009
... e non è finita: sempre da Everyone riceviamo e pubblichiamo. Red

Giovane marocchina si suicida perché condannata alla "clandestinità"

Bergamo, 7 agosto 2009. Nel Bergamasco la condizione degli immigrati "irregolari" è assolutamente disperata. Attivisti del Gruppo EveryOne hanno avuto modo di incontrare, nei giorni scorsi, numerosi "clandestini" provenienti soprattutto dall'Africa, constatando una vera e propria tragedia umanitaria. Donne incinte che non si recano in ospedale e malati gravi che non accedono più alle cure sanitarie, per timore di essere denunciati e deportati. Genitori che nascondono i bambini, per timore di perderli, in quanto impossibilitati a registrarli e ad offrire loro condizioni di vita sufficienti a evitare che le autorità li sottraggano loro. Sospetti casi di Tbc e altre malattie contagiose, fra cui l'influenza A/H1N1: malattie che si diffondono fuori controllo, perché i migranti non si recano presso le strutture sanitarie. Sui bimbi, inoltre, non possono essere eseguite la vaccinazioni obbligatorie dell'età evolutiva: antidifterite, antitetanica, antipolio e antiepatite B né quelle raccomandate dalle Istituzioni sanitarie: antimorbillo, antirosolia, antiparotite e antipertosse. In questo clima di persecuzione, che vede tanti nuclei familiari vivere nascosti come la famiglia di Anna Frank durante l'Olocausto, si registrano già diverse vittime. Bambini nati in condizioni igieniche terribili. Malati gravi che si spengono fra atroci sofferenze, privati di ogni terapia. Persone fragili che scelgono di togliersi la vita, le cui morti sono spesso imputate a "incidenti" dagli inquirenti che non vogliono sentir parlare di persecuzione etnica. La giovane marocchina F.A., 27 anni, si è uccisa ieri gettandosi nelle acque del fiume Brembo, a Ponte San Pietro (Bergamo). Si è suicidata perché era clandestina, non riusciva a regolarizzarsi ed era consapevole che con la legge n. 94/2009 sulla sicurezza, la sua presenza in italia sarebbe diventata un reato, che l'avrebbe condannata a vivere senza diritti, in attesa della deportazione. Il corpo della giovane è stato notato da alcuni passanti ieri sera, sotto il ponte del centro storico. Il fratello della ragazza, Mohammed, che ha un regolare permesso di soggiorno e vive a Ponte San Pietro, ha raccontato il dramma della sorella, dramma che l'ha condotta a una depressione senza uscita. "Era terrorizzata dalla scadenza di domani, giorno in cui la clandestinità diventa reato," ha detto fra le lacrime, incapace di accettare l'ennesima tragedia causata dal razzismo istituzionale.