La crisi
Gennaro Tedesco - 06-06-2009
Fuga dalla Libertà


Non sappiamo come evolverà la crisi che ci sta di fronte. Ma vorrei provare a delineare qualche suo aspetto.
Naturalmente il punto di partenza non può che essere la crisi economica. In essa sono presenti numerosi fattori che, intrecciandosi e interagendo tra di essi, complicano e aggravano ulteriormente la situazione . Non sempre questi fattori vengono percepiti tutti e compresi nella loro dirompente dinamica globale e globalizzata.
Il primo di essi è la crisi finanziaria scaturita dall'esplosione della bolla dei subprime. I subprime sono mutui erogati a milioni di individui negli Stati Uniti che non riescono a restituire le ingenti somme richieste alle banche per poter acquistare immobili. E' da tener presente, per meglio capire l'evoluzione o l'involuzione della contingenza attuale, che il capitalismo occidentale per accelerare il processo di accumulazione e intensificare i livelli dei consumi, si serve dello sviluppo abnorme e artificiale del capitale finanziario che non corrisponde minimamente ai reali processi produttivi dell'economia. Da ciò la creazione di bolle speculative e artificiali finanziarie o commerciali come i prestiti bancari per l'acquisto di immobili che non corrispondono alle effettive possibilità dell'economia reale e dei suoi fruitori .
La debolezza del dollaro, che in parte notevole corrisponde alla debolezza dell'economia statunitense e alla sua dipendenza dai finanziamenti esteri, aggrava ulteriormente la crisi economica perché il mercato globale non ha più un punto di riferimento solido, minando la fiducia dei cosiddetti investitori internazionali che si sentono traditi dalla frana di quella che era considerata la valuta internazionale dei mercati.
A ciò si aggiunga un vertiginoso aumento del prezzo del greggio, solo da qualche mese in calo, accompagnato da un altrettanto vertiginoso aumento delle materie prime e soprattutto l'astronomico incremento dei prezzi dei generi alimentari .
La pressione a cui è sottoposta la pentola dell'economia mondiale non è un fatto improvviso come non pochi, digiuni delle più elementari nozioni di economia, possono pensare e credere. Dopo un lungo periodo di pur minima e incompleta regolazione dei mercati anche attraverso un insufficiente interventismo statal-capitalistico, il ciclo capitalistico di espansione è sembrato più lungo e consistente del solito. Ma alle prime crepe del sistema statal-capitalistico, si è imposto al mondo sempre più globalizzato un ritorno all'economia capitalistica del liberismo senza regole e senza freni, dando fiato alle trombe di una finanza avventuristica e selvaggia, che nella fittizia e sconsiderata espansione del credito e dei mutui ha visto la possibilità di accelerare lo "sviluppo" senza tener conto dei limiti oggettivi dell'economia reale soprattutto negli Stati Uniti, culla del pensiero liberale e delle teorie liberistiche più spinte in economia e finanza .
In ogni caso è bene ricordare che, prima di giungere al baratro mondiale in cui ci troviamo, consistenti e meno consistenti crisi economiche e finanziarie negli ultimi decenni hanno accompagnato in vario grado e misura l'evoluzione o l'involuzione del contesto globale economico e finanziario. Tutti segni e segnali premonitori di una più ampia, diffusa e profonda crisi che si annunciava evidente e catastrofica a chi volesse e sapesse leggere e interpretare tali sintomi. Come al solito, interessi e priorità dei decisori globali, a cominciare dagli Stati Uniti, erano altri, che indirizzavano e sollecitavano a promuovere, anziché a frenare e spegnere, la folle corsa dell'economia, soprattutto americana, pesantemente drogata dal credito facile e a buon mercato, verso il baratro nel quale poi sono finiti tutti gli attori globali del mercato mondiale. E questa, purtroppo, non è un'altra storia, perché è anche e soprattutto la nostra storia sia come cittadini dell'Europa che come cittadini del mondo.
In tutta questa complessa e intricata storia tutti siamo coinvolti in forme e modi che la globalizzazione ha reso nuovi e inediti per cui risulta anche difficile effettuare previsioni ed eventualmente districarsi per uscirne rapidamente. La crisi del 29, più volte evocata in questi frangenti, può solo aiutarci fino a un certo punto perché essa si poneva tra due guerre mondiali e perché di essa le nostre ultime generazioni non hanno esperienza personale e diretta .
Ancora, al momento in cui scrivo, molti, soprattutto in Italia , non si rendono conto della profonda intensità e della imprevedibile durata della crisi.
Essa è anche frutto di un modello di sviluppo capitalistico, già di per sé intrinsecamente sregolato e selvaggio, non solo per l'evidente e pervasiva impronta neo-liberistica, ma anche per l'inusitata e prepotente sfida globale al pianeta .
Scienza iperspecialistica, iperparcellizata e ipercompartimentata e tecnologia asservita al capitalismo più esasperato hanno contribuito in modo determinante alla instaurazione di minacce inedite e mortali per l'intera umanità: dal rischio della proliferazione e contaminazione atomica al dilagare di malattie endemiche sconosciute e difficilmente trattabili, dall'inquinamento della biosfera alla morte per inedia nel momento in cui le promesse e le possibilità di scienza e tecnologia non asservite al capitalismo potrebbero consentire a tutta l'umanità di sconfiggere malattie, miseria e povertà .
Il profitto capitalistico fino ad ora è stato garantito dal ricorso alle fonti di energia non rinnovali come il petrolio e il gas, che hanno inquinato il globo .
Ora la nuova illusione del capitalismo si culla nell'idea di un "progresso" alternativo basato sullo sviluppo delle fonti di energia rinnovabili come il sole e il vento. Al "consumatore" d'Occidente che continua a sprecare energia sempre più cara e rara e che sembra non voler minimamente rinunciare ai suoi divoranti e dispendiosi ritmi e stili di vita, la macchina capitalistica dei sogni ora promette un nuovo radioso e soprattutto "solare" futuro .
Ma essa non tiene conto del fatto eclatante che fintanto che i contrasti di classe e la povertà crescente in modo esponenziale non solo nelle periferie dell'imperialismo capitalistico, ma anche nel cuore pulsante delle sue metropoli imperiali, continueranno a manifestarsi ed ora, con la crisi, ad ingigantirsi vertiginosamente, non ci potrà essere un futuro accettabile alla portata dell'umanità globalizzata.

Ma l'attuale crisi, che stiamo attraversando e di cui non intravediamo neanche l'ombra e la penombra dell'uscita, non è solo un problema finanziario ed economico, pur fondamentale e rilevante, è anche un problema politico. E sugli aspetti politici della crisi soprattutto in Italia e in Europa il silenzio sembra quasi totale.
Una quasi cortina ed una congiura del silenzio sembra essere calata su tali aspetti .
La maggior parte dell'opinione pubblica italiana ed europea non avverte ancora o sembra non avvertire all'orizzonte i due nuovi ingombranti e minacciosi protagonisti del travolgente assedio alla cittadella europea e alla fortezza americana, l'Elefante indiano e il Dragone cinese. Una delle cause non secondarie della crisi economica in Europa e in USA è proprio la persistente e incalzante concorrenza dei due Giganti asiatici. Si sostiene che essi agiscono sul mercato mondiale in modo sleale e subdolo.
Si approfitta di questa assurda e pretestuosa accusa per riconfermare l'immagine propagandistica e stereotipata, usurata e abusata dei soliti orientali, pronti nell'oscurità a colpire l'ingenuo e indifeso Occidente e smaniosi di abbattere e annientare la Culla della Civiltà .
Ciò serve agli ideologi e ai propagandisti dello Scontro delle Civiltà per nascondere i fatti nudi e crudi: il coma profondo dell'economia occidentale e l'incapacità di produrre, promuovere e delineare all'orizzonte valori nuovi e alternativi a un mondo, quello occidentale, con eclatante evidenza, fino ad ora impotente ad autorigenerarsi .
Mentre, come al solito, il capro espiatorio è sempre l'Altro, non si cerca di scavare dentro la politica, l'economia e la storia dell'Europa e degli USA per trovare le radici di un fallimento epocale. Soprattutto in Europa si è dato mandato alle Scuole e alle Università per scoprire e analizzare le radici profonde della nostra storia in un evidente momento di crisi storica, ma non per ricavarne una lezione di ridimensionamento e di decentramento antropologico: al contrario, per ribadire una pervicace diversità, che non ha nulla che fare, purtroppo, con una pur minima nozione di relativismo culturale . Tale ritorno alle radici più profonde della storia europea e tale riconquistata diversità sono state adoperate per riconfermare e ribadire una alterità incolmabile con l'Altro ad ulteriore dimostrazione che, soprattutto, l'Europa, o meglio, la costruzione della "nuovissima" Unione Europea, come gran parte della storia europea, si è fondata e formata sulla nozione strategica e ideologica della contrapposizione all'Altro dai Greci, ai Crociati alle SS .
Per affrontare quella che si profila come una lunga e catastrofica crisi non solo economica, analisti e politici delle due sponde dell'Atlantico ripropongono un ritorno massiccio all'intervento dello Stato nel mercato capitalistico. Dopo la sbornia liberistica e dopo che tutti i teorici del libero mercato fino ad ieri hanno proclamato l'inviolabilità dell'"indipendenza" del capitale, gli stessi si ritrovano ora ad osannare le sorti magnifiche e progressive dell'interventismo statale e della necessaria e inderogabile regolazione dei mercati capitalistici .
Ma, specialmente in Europa, dietro questo ritorno di fiamma dell'interventismo in economia, si cela, probabilmente neanche tanto nascosta per chi sappia e voglia leggere correttamente gli accadimenti e i corsi e i ricorsi della storia, l'esigenza di ricreare e compattare intorno alla nascente Unione Europea un nuovo blocco di potere finanziario, economico, politico ed ideologico sempre più necessario a sostenere l'urto via via più aggressivo e dirompente dell'Elefante indiano e del Dragone cinese. E le correnti più o meno variegate, più o meno eterogenee del rampante ideologismo europeistico, alimentato da una ritrovata Alleanza tra i vertici della gerarchia ecclesiastica e i circoli più retrivi delle consorterie vetero-europee e ingigantito da un persistente e debordante richiamo a presunte, univoche e monolitiche radici identitarie, in verità mai possedute e mai esistite, scandiscono i tempi di una rischiosa e pericolosa revanche europea che, prima sommessa e silenziosa, poi fragorosa e rumorosa, si annuncia e si profila all'orizzonte mondiale nei termini di un rinnovato tentativo di logore e vetuste egemonie neo imperialistiche .
Il carattere non solo economico, ma anche politico e psicologico dell'attuale crisi soprattutto in Europa e in Italia si materializza anche negli atteggiamenti e nei comportamenti conseguenti dei cittadini .
Innanzitutto monta la protesta e si rafforzerà sempre più contro tutti quegli immigrati che, ora in un frangente catastrofico, si trovano stretti tra l'incudine della disoccupazione crescente e il martello della rabbia dilagante contro di essi degli europei e degli italiani anch'essi attanagliati dall'incubo della disoccupazione. Ma non c'è solo questo aspetto che trasforma gran parte degli europei in razzisti .
Come quotidianamente chi scrive ha modo di constatare, numerosi italiani reagiscono alla crisi, ignorandola e persistendo nel loro alto tenore di vita come se tutto fosse come prima. Non solo, ma insieme alla fuga dalla realtà, assistiamo anche alla fuga dalla responsabilità e dalla libertà. Perché infatti negare la realtà significa non assumersi responsabilità, non dover scendere nell'arena politica in prima persona e lottare per la trasformazione della realtà. Se la realtà è immutata, se è quella di sempre, se, come sostiene la propaganda e la pubblicità, basta continuare a spendere, si può vivere tranquilli, riconfermando la fiducia alla stessa classe dirigente che ha condotto a una crisi che esiste solo nella testa di folli e sovversivi.
E' iniziata la fuga dalla responsabilità e dalla libertà, fuga dalla responsabilità e dalla libertà che conviene perché implica non solo la riaffermazione della appartenenza al mondo borghese, esorcizzando una prossima e inevitabile proletarizzazione, ma anche la negazione di ogni criterio di scelta personale.
Naturalmente la fuga dalla libertà prevede nel suo secolare copione che alla fine della corsa l'uomo in fuga riceva l'abbraccio ecumenico e rassicurante del Salvatore .
Non è il caso di far notare che questo è un processo psico- socio-politico che l'Europa e l'Italia hanno già visto, conosciuto e sperimentato: il nazi-fascismo.
Naturalmente è molto difficile che la storia si ripeta e si ripresenti con le stesse modalità del passato. Ipotizzare scenari possibili non significa che essi si materializzeranno non solo perché le cose potrebbero andare diversamente, ma anche perché nella società europea esistono alternative e anticorpi vigili e allertati .
Ipotesi del genere sono interpretazioni possibili della realtà, che, soprattutto in un contesto educativo e politico, potrebbero risultare esercizi immaginativi utili per sollecitare e stimolare approfondimenti storici, culturali e interdisciplinari . E mai come in questo caso si dimostrerebbe lo stretto legame tra educazione e politica, dove l'educazione non è più astrazione e politica non è più asfittica e rachitica educazione civica .
La tendenza attuale della pedagogia comunitaria sembra che abbia scoperto il nuovissimo sole dell'Avvenire propagandando il neomodello dell'educazione alla cittadinanza. Ma innanzitutto quale cittadinanza? Nazionale, europea, occidentale o cosmopolitica? Già questo interrogativo comporterebbe una rivisitazione storica e non ideologica a partire da un confronto serio e approfondito con "la cittadinanza" ( se esiste tale criterio e nozione ideologica e antropologica) degli Altri, Asiatici, Africani, ecc... Ma come se non bastasse, la "sostanzializzazione" dell'educazione alla cittadinanza non può e non deve essere sociologica e pscicologica o vagamente e genericamente interdisciplinare, ma limpidamente e chiaramente storica e politica, dove la storia e la politica contemporanea servono, come abbiamo cercato di ipotizzare noi in precedenza, all'educazione senza sostantivi e aggettivi a capire ed a interpretare il presente alla luce di un passato incombente e ad aprire vie operative e trasformative nella realtà e squarci nel futuro. Operatività e traformatività indispensabili ad allievi che calcano le scene del cosmo e il cui territorio è il territorio planetario dove è necessaria non l'educazione alla cittadinanza e forse nemmeno quella cosmopolitica, ma l'educazione in se stessa come formazione integrale e totale .

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