Conoscere il passato per non ripetere i suoi errori nel presente.
Gianni Cerasoli - 23-01-2009
Lettera (ai giovani colleghi) di un vecchio maestro allergico ai voti.

Il mondo di numeri è davvero un universo magico ed affascinante. La nostra capacità di comprendere la realtà che ci circonda si serve spesso di loro per descrivere e manipolare in modo astratto quantità, misure, relazioni. Ma spesso i numeri non ci aiutano affatto, anzi ci portano decisamente fuori strada ... Credere che i processi di apprendimento possano essere descritti con una scala numerica decimale è uno di questi casi, come pure cercare di misurare la nostra capacità di immaginare, pensare o imparare. Ci sono voluti anni di riflessione e di elaborazione teorica e pratica tra pedagogia e psicologia per capire che un processo così delicato e complesso come quello dell' insegnamento - apprendimento non poteva essere registrato "schiacciandolo" in un sistema di cifre poco adatto a coglierne la natura dinamica e fluida. Con i numeri si misurano bene distanze, durate, volumi ... ma non si riesce a cogliere un fenomeno che non procede in senso lineare, per gradi o scalini, che non ha un inizio e una fine precisi, che insomma sfugge per sua definizione ad ogni tentativo di ridurlo entro i confini di una logica rigida e preordinata. Così la Scuola ha cercato e costruito strumenti più adatti: giudizi aperti, profili flessibili, forme linguistiche più aderenti ed articolate, parole e frasi più capaci di "raccontare e filmare" qualcosa che è in continuo movimento, piuttosto che tentare di imbalsamare o bloccare in un' impossibile istantanea l' immagine sfuocata di un' azione in atto. Il voto in decimi oltre ad essersi rivelato, per queste ragioni, uno strumento inadatto e insufficiente, aveva prodotto negli anni tanti e tali problemi che la sua scomparsa fu considerata dalla maggior parte degli insegnanti e degli addetti ai lavori un passaggio necessario e urgente. Uno dei più ricorrenti e "inevitabili" effetti negativi riscontrati, riguardava la tendenza a costruire in forma automatica e "sommativa", attraverso la media numerica dei voti, un possibile risultato finale. Che questo procedimento non possa assolutamente essere applicato anche ai processi di apprendimento lo si comprende facilmente considerando, per esempio, una situazione tipo che vede quattro rilevamenti da 2 punti ciascuno e otto rilevamenti da 8. Sommando matematicamente i risultati si ottiene 72, che diviso per le prove esaminate (12) porta al risultato finale di 6. Se l'insegnante, ricostruendo la storia di quel processo, sa che le prime quattro pessime prove erano dovute ad un fraintendimento, poi adeguatamente corretto e superato con successo, capisce che il grado di competenza effettivamente raggiunto dall'alunno si discosta in modo evidente dal suo "voto di media", eppure, per decenni, docenti, alunni e genitori si erano crogiolati in questo grossolano "errore" con colpevole faciloneria . Altri aspetti problematici legati all' utilizzo della scala di valutazione in decimi coinvolgevano sia la sua limitata "leggibilità" da parte dei bambini, sia il modello di relazione alunno- docente che di questo sistema era espressione. Se lo confrontiamo con le espressioni di un metodo di valutazione "moderno" che, nella scuola primaria, si esprime con formule del tipo "Bravissimo", "Attento", "Non dimenticare gli accenti!", ecc. saltano subito all' occhio alcune differenze sostanziali. La prima è di carattere generale e riguarda la forma e il "tono" del messaggio che ora si configura come logico proseguimento di un dialogo e di una relazione diretta. Usa gli stessi termini della conversazione in classe, rendendo immediatamente comprensibile e "diretto" il messaggio, che può articolare ad un livello più dettagliato fino a comprendere e spiegare ragioni e motivi dell'insoddisfazione o della soddisfazione dell'insegnante. Per altro verso, si sforza di prestare attenzione al bambino, e non esclusivamente al suo "prodotto", cercando, contemporaneamente, di dare una risposta anche alle variabili implicite ed esplicite coinvolte nell' esecuzione del compito. In un "Bravo" ci stanno indicazioni in merito all'impegno, all'atteggiamento globale, alle capacità dimostrate, oltre che una chiara valutazione della correttezza dell'esercizio. Ma ci sta anche e soprattutto il riconoscimento e la conferma di un rapporto di scambio fondato sulla reciproca comprensione e sul reciproco rispetto.
L'insegnamento non è attività "da laboratorio" e gli alunni non imparano "perché così si deve fare a scuola". Se le motivazioni all' apprendimento sono le più diverse e varie, alla base della relazione insegnante-bambino sta sempre la capacità dell'adulto di "far innamorare" della sua "materia", rendendola terreno di esplorazione e scoperta. Ed è proprio questo "innamoramento" che contagia e coinvolge i piccoli, capaci di riconoscere nel "maestro" una guida autorevole, alla quale affidarsi con fiducia e sicurezza. Il "giudizio" inoltre, come abbiamo visto, si sforza di prendere in considerazione non soltanto il traguardo finale di un percorso, ma cerca di comprenderne tutto lo sviluppo senza trascurare nulla. Progressi quasi impercettibili possono rivestire (anche e soprattutto nel caso di alunni in difficoltà) un grande significato e meritano di essere segnalati in maniera adeguata, valorizzando e sottolineando l'evento.
La valutazione è globale, investe sia le capacità effettivamente dimostrate, sia il loro prevedibile potenziale di sviluppo, indaga e rende conto dei progressi o dei regressi messi in campo, ricostruisce una memoria lunga che situa il momento in una "storia individuale" e, al tempo stesso, tenta di anticipare e prevedere un futuro possibile.
Nulla di tutto questo può essere raccontato con un numero!
Allora perché ora ci costringono a "ritornare" al sistema di valutazione espresso in decimi? Perché ci chiedono di cancellare in un colpo venti anni di esperienza e di ricerca sul campo, imponendoci di abbandonare da subito gli strumenti che ognuno (ogni equipe, ogni collegio docenti) aveva pazientemente affinato, modellato e calibrato in maniera sempre più precisa? Nessun dibattito, nessun gruppo di pedagogisti o psicologi, nessuna discussione accademica o teorica ha sviluppato, in questi ultimi anni una precisa indicazione in questo senso. Non c'è stato un processo di riflessione ed elaborazione teorica che abbia più o meno coinvolto gli insegnanti o il mondo della scuola e li abbia accompagnati fino alla (ri)scelta consapevole e cosciente del "voto in decimi". Con ogni probabilità questo percorso lo si era giustamente considerato impossibile ed azzardato, così il "ritorno al voto" è stato imposto per via gerarchica, accanto ad un'altra serie di provvedimenti più sostanziosi (il ritorno al "maestro unico" ad esempio) che portano il segno di una brusca inversione di tendenza. Gli "argomenti" portati a sostegno di questo "gradito ritorno" si sono coagulati attorno a queste "parole d'Ordine" : bisogno di "chiarezza", ripristino del "merito", necessità di ridare alla Scuola Italiana "Efficienza e Autorità". Dalle televisioni, dai giornali e dai banchi delle commissioni parlamentari, i promotori del "rinnovamento" si sono preoccupati di descrivere la Scuola Pubblica come una grande ammalata, spesso (e in modo particolare per quello che riguarda quella primaria) tacendo o deformando dati e rapporti internazionali, amplificando i problemi (che pure esistono), rilanciando l' immagine di un organismo incapace di reagire e riprendersi. Ma le loro "ricette" (dal "maestro unico" al voto in pagella) sembrano più adatte ad "uccidere" il paziente che a rianimarlo. In particolare, restando in argomento, se cerchiamo di comprendere le "ragioni" che hanno portato alla riesumazione del voto, scopriamo un insieme di contraddizioni e luoghi comuni facilmente verificabili e confutabili pezzo per pezzo. Intanto l' affermazione che il voto in decimi porti una semplificazione ed una più efficace organizzazione dei traguardi raggiunti in campo scolastico è allo stesso tempo paradossale e tragica. Ho già provato a spiegare come l'utilizzo di questo strumento sia nei fatti pericoloso e sbagliato.
Qui sembra piuttosto che si cerchi di rispondere in modo affannoso ed improvvisato ad una domanda crescente di rigore e "onestà" intellettuale e professionale che sta montando (giustamente) da più parti. Si tenta, insomma, di indirizzare una sacrosanta esigenza di chiarezza e trasparenza, in campi lontani da quello dove dovrebbero in primo luogo essere riversate (mondo degli affari, della finanza, del potere politico e religioso) e, per di più, lo si cerca di fare indicando modi e meccanismi antiquati e letali. Se, come insegnante, non riesco ad utilizzare il voto, come genitore mi sentirei doppiamente truffato di fronte ad una pagella di numeri. Non ci capirei nulla, non mi basterebbe affatto, non riuscirei più a ricostruire l'identità di un figlio ormai sezionato e misurato come fosse un quarto di bue. I genitori vogliono risposte più adeguate e dettagliate e non il contrario. Quelli che dicono "con il voto riusciremo finalmente a capire come va nostro figlio" sono con matematica certezza spesso gli stessi che non si interessano quasi mai del "vissuto scolastico" dei bambini. Se avessero la pazienza e la gioia di guardare insieme a loro ogni giorno quaderni e compiti a casa, facendosi raccontare quella (grande) parte di scoperte e relazioni fatte in classe, lo saprebbero già "come vanno veramente a scuola", senza bisogno di aspettare pagelle o esercizi di verifica con i numeri scritti sotto. Per quanto riguarda il ripristino del "merito" un poco stupisce che questo venga proclamato proprio dal governo che ha espresso, restando nel nostro ambito, un Ministro della Pubblica Istruzione che non sembra vantare "meriti" specifici di conoscenza e pratica, riferiti al settore che dovrebbe rappresentare e dirigere, pur avendo a disposizione altre personalità più autorevoli e competenti. A parte questo, il riconoscimento dell' impegno e delle capacità espresse mi sembra un principio in linea di massima largamente condiviso e da sempre praticato nella Scuola Pubblica che cerca di promuovere (non solo in senso letterale) e valorizzare le risorse e le competenze di ognuno, mettendole al servizio di tutti. Se invece si pensa ad un "riconoscimento del merito" come possibilità di frazionamento, selezione e contrapposizione tra gli alunni, allora davvero occorrerebbe "partire da zero", ma spero che pochi colleghi siano disposti a partecipare a questa folle operazione.
Ne uscirebbero devastati in profondità il ruolo e la stessa identità della Scuola Pubblica, trasformata, da luogo di incontro e fusione di capacità saperi e conoscenze, a luogo di scontro e contrapposizione tra pari anzi ... tra impari. Per finire ecco l'ultimo "argomento": il voto serve a riportare Autorità alla Scuola. Intanto occorre capire quando, come e perchè questa "Autorità" è stata perduta ... E' in questi ultimi 15 anni che abbiamo percepito l'accelerarsi di una fortissima crisi di legittimazione e di riconoscimento "sociale". La valanga che ha travolto in scandali, processi, e condanne i più diretti esponenti dell' Autorità dello Stato (politici, ministri, banchieri, generali delle forze dell'ordine, ecc,) ha mostrato impietosamente come quei ruoli fossero stati spesso utilizzati non per favorire il bene comune, ma l'interesse dei singoli, e questo ha compromesso inevitabilmente la fiducia dei cittadini. Come parte di quello Stato anche la Scuola ed i suoi operatori ha subito un danno di credibilità e di fiducia difficilmente risarcibile. Sul Sistema di Istruzione Pubblico (come sulla Sanità Pubblica) si sono poi riversate periodicamente, attraverso i mass media, campagne di denigrazione ed accuse di ogni genere. Le più insidiose e gravi ultimamente provengono proprio da un ministro in carica che non si risparmia nel definire gli insegnanti "fannulloni" ; piccolo capolavoro linguistico mirato a creare ed incentivare una campagna di risentimento e di rancore permanente nella società italiana. Se questo non bastasse bisogna ancora fare i conti con la complessità dei nuovi assetti sociali, i forti fenomeni migratori, le trasformazioni della cellula familiare, la crescita di altre forme di aggregazione e le condizioni di precarietà diffuse che hanno aumentato la conflittualità e moltiplicato i problemi del vivere quotidiano per tutti. In questo sconfortante panorama abbiamo poi visto emergere e diffondersi "controvalori" fondati sull'egoismo e la contrapposizione permanente, sull' odio razziale, politico e religioso. E' in questo contesto che alla Scuola si chiede di riappropriarsi dell'Autorità riportando indietro l' orologio della storia, cancellando il presente per riabbracciare un mitico passato "Quando ci si alzava in piedi all' arrivo del Maestro" e di ristabilire gerarchicamente ruoli e posizioni chiari e precisi. Il voto in decimi era (nella fantasia di chi lo crede) lo strumento principe dell' "Autorità", una formidabile e inappellabile sentenza che non ammetteva repliche o patteggiamenti, aveva una sua forza interiore capace di spiegare e convincere meglio di mille inutili e vuote parole. Qualcuno avrà pensato: "Se non c'è più l' Autorità ... rimettiamo in campo i suoi arnesi per farla rivivere e dimostrare che ora è qui, finalmente presente, a rimettere ordine in questo infinito disastro". Va da sé che questa semplice evocazione non può funzionare; non saranno certo i voti in pagella a risarcire la Scuola dei danni profondi già fatti, anzi questi contribuiranno a distruggere definitivamente e a far dimenticare il patrimonio di esperienze e traguardi ottenuti oggi (sempre che ci si riesca davvero!). Chi lavora quotidianamente nelle classi sa che l' Autorità (diciamo meglio .... l'autorevolezza ) non si riceve né dal ruolo né da un decreto, ma si "conquista sul campo" giorno per giorno, costruendo con alunni e genitori percorsi di crescita condivisi e chiari. In caso contrario è meglio parlare di autoritarismo, ma questo è atteggiamento più adatto ai Ministri della Repubblica che legiferano a forza di voti di fiducia piuttosto che ai semplici maestri, i quali appena provassero ad utilizzare stili e strategie formative ispirate a quel principio, verrebbero immediatamente ripresi e messi alla berlina su giornali e televisioni. Il ritorno dei voti si accompagna quindi ad altre indicazioni legislative che finiscono per chiarire del tutto il significato complessivo di una grande operazione volta a demolire progressivamente e sistematicamente la Scuola Pubblica a partire da quella primaria. Il contemporaneo riaffacciarsi del "maestro unico" segna infatti la definitiva e totale cancellazione delle conquiste professionali e culturali ottenute negli ultimi decenni a favore di una maggiore specializzazione e competenza. La struttura modulare (tre insegnanti su due classi, quattro su tre classi) non nacque affatto dalla necessità di riassorbire un esubero di personale o di accontentare le promesse elettoralistiche di qualcuno. Fu invece il risultato di una lunga opera di sensibilizzazione e coinvolgimento della società italiana, nell'esigenza di rispondere, con forze e potenzialità più adeguate, all' aumentata complessità e vastità delle conoscenze e dei saperi. Un solo insegnante non poteva riuscire a trattare in maniera soddisfacente tutte le materie disciplinari contenute nei Programmi, così si cercò di superare la figura del "tuttologo" agente unico della conoscenza, per sostituirlo con più docenti, ognuno deputato a svolgere parti diverse di un identico curricolo. In questo modo la sinergia ed il continuo confronto del team avrebbe consentito un lavoro più approfondito e curato, ed inoltre avrebbe garantito all'alunno un'attenzione multipla capace di superare personalismi e visioni unilaterali. Ora si torna indietro anche su questo, così da equiparare di nuovo l'insegnante ad una specie di conduttore televisivo che "fa un poco di tutto non essendo capace di far bene nulla" in un programma generalista che tratta nella stessa serata gli argomenti più disparati e distanti. E siccome tutti i bravi conduttori debbono conoscere (e insegnare) almeno la lingua inglese ecco la formidabile idea di trasformarli tutti in "specialisti" con un corso (volontario?) di 150 ore. Ancora per legge si diminuiscono risorse e tempi per la Scuola, accorciando le giornate o trasformandole in uno sgangherato collage di attività malamente incollate le une alle altre. Più che su effettive scelte di "risparmio" e politica finanziaria questo disegno di progressiva e sistematica demolizione della Scuola Pubblica, attraverso la sottrazione di credibilità, risorse e personale, sembra calibrato sulla valorizzazione del sistema delle scuole private\parificate, reali beneficiarie della caduta di qualità imposta alle concorrenti. Per loro soldi, aiuti ed incentivi statali non mancano mai, e l'inevitabile crisi del Servizio Pubblico gli consentirà , perlomeno, di gareggiare su uno stesso "basso" livello. Per finire torniamo al "voto in decimi" che ora ci viene imposto dalle ultimissime circolari. Se accettiamo di sostituire subito e senza riserve i giudizi con i voti, implicitamente cediamo ad un atto di prepotenza e di arroganza che non ha eguali, diamo un messaggio di debolezza e di incoerenza, ci facciamo portar via irreparabilmente una buona parte di quel patrimonio di credibilità umana e professionale che abbiamo costruito nel tempo. Che cosa diranno i nostri alunni ed i loro genitori quando vedranno nella scheda un insieme di numeri che non hanno mai trovato nelle valutazioni quotidiane dei loro lavori, che non è mai appartenuto e non appartiene alla nostra logica valutativa? A poco valgono le tabelle di conversione voto/giudizio elaborate con prontezza ed efficienza da commissioni esterne o interne ai Circoli, anche se danno la misura di un imbarazzo e di un malessere diffuso. L'epilogo annunciato e prescritto è già sotto i nostri occhi ... un silenzioso e rapido adeguamento-adattamento che scopre, ancora una volta, debolezze e contraddizioni della nostra "categoria". I motivi di questa amara soluzione sono tanti e vale la pena esaminarli. Abituati a subire l'inevitabile "riforma" imposta dal "vincitore" di turno, (sempre tutta rivolta a denigrare e cancellare quella precedente), molti insegnanti hanno sviluppato un pernicioso "spirito di rassegnazione" che li porta ora a considerare anche queste ultime disposizioni come un necessaria e passeggera turbolenza, al pari delle altre, non comprendendone la portata devastante e deleteria.
Difficilmente si riuscirà a metabolizzare e superare l'odierna "riforma" provando ad interpretarla e plasmarla per poi riassorbila senza danni nel tessuto ancora sano del Sistema. Al fianco dei molti colleghi "rassegnati" ci sono poi quelli che "credono davvero" in questi provvedimenti, perché ,( spesso umiliati, sfiduciati ed arrabbiati da anni di incertezze, contraddizioni e delusioni), vedono appagate le loro aspirazioni di riscatto e risarcimento e ripongono autentica fiducia negli strumenti proposti. A loro si afggiungono quelli che, semplicemente, hanno da sempre usato i "giudizi" con la stessa logica con la quale si utilizzano i "voti" e si sentono ora finalmente compresi. "Ha vinto la Democrazia" dicono in coro. "Bisogna rispettare la volontà del vincitore e le leggi dello Stato", "Non facciamo guerre ideologiche!" "Guerre" come se ci fosse qualcuno che vince e qualcuno che perde, (strano concetto della politica e della democrazia) mentre tutti un poco alla volta andiamo a fondo. Ora ho davvero finito, ma voglio lasciarvi con un pensiero "positivo": comunque vada nessuno riuscirà a cancellare quella parte di Storia della Scuola che abbiamo già scritto insieme sino ad oggi, ma soprattutto nessuno riuscirà farci dimenticare che il "mestiere" che abbiamo scelto, pure tra i più difficili ed impegnativi, rimane uno dei più belli e ricchi di soddisfazioni e riconoscimenti umani. Al solito ministro B. che, pochi giorni fa, ha dichiarato: "I professori si vergognano di dire ai propri figli che lavoro fanno." rispondo che semmai è vero il contrario: noi siamo e saremo ogni giorno orgogliosi del nostro mestiere !

Grazie della pazienza e buon lavoro.

Gianni Cerasoli

Forlì, 18 gennaio 2009

Segnalato da Claudia Fanti

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 patrizia barducci    - 25-01-2009
Sono molto d'accordo, torniamo indietro di 30 anni, invece di perdere tempo e prendere il tempo di elaborare strumenti sempre più adeguati ai tempi che viviamo... il mondo della scuola è cambiato, non può usare mezzi e strumenti del tempo che fu.

 Giuseppe Aragno    - 25-01-2009
Grazie. Tu non sei un vecchio maestro. Sei un maestro vero e sono orgoglioso di poterti chiamare collega, come orgoglioso sono sempre stato del mio lavoro. Condivido ognuna delle tue parole e credo che tu ponga alla nostra coscienza una questione decisiva: "Se accettiamo di sostituire subito e senza riserve i giudizi con i voti, tu scrivi, implicitamente cediamo ad un atto di prepotenza e di arroganza che non ha eguali, diamo un messaggio di debolezza e di incoerenza, ci facciamo portar via irreparabilmente una buona parte di quel patrimonio di credibilità umana e professionale che abbiamo costruito nel tempo". Io mi rendo perfettamente conto che le questioni morali riguardano la coscienza e ognuno dà conto alla sua. E, tuttavia, è tempo che chi tra noi avverte che stavolta non siamo di fronte alla "solita turbolenza", ma a un vero e proprio omicidio premeditato dela scuola statale, cominci a valutare l'ipotesi della legittima difesa e, quindi, della disobbedienza. L'insieme dei provvedimenti adottati per la scuola contraddice ripetutamente principi sanciti dalla Costituzione e diritti riconosciuti come inviolabili dalla comunità internazionale. Quando si giunge a pensare di mettere insieme in una sola classe i figli di immigrati, separandoli dai ragazzi italiani, è tempo di ragionare sulle possibilità e sui rischi che corre chi poppne dei no. Tempo di fare obiezione di coscienza. Potrebbero cominciare gli insegnanti che sono all'ultimo anno, intanto che si costruisce un percorso. Io sono già in pensione, purtroppo. Fossi in servizio, ci sono cose che non farei nemmeno se dovessero costarmi il lavoro. E non lo dico per dire.