Al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
Vittorio Delmoro - 18-11-2008
LETTERA APERTA

Signor Presidente,

l'ho sentita in TV (e letta sui giornali) che di fronte alla grave crisi che ci sta investendo bisogna fare sacrifici e mi sono chiesto: sta parlando a me?

Sono abituato a vivere di sacrifici fin dalla nascita, nonostante abbia avuto un'esistenza senz'altro migliore dei miei genitori grazie ai loro ancor più dolorosi sacrifici e ho cercato di educare i miei figli ad una vita sobria seppur dignitosa.

A cosa dovrei dunque rinunciare, signor Presidente?

Forse però non stava parlando a me, ma alla categoria cui appartengo, quella degli insegnanti.

Da anni tutti si affannano a dire che i nostri stipendi sono molto al di sotto di quelli europei, che siamo pagati poco e che abbiamo pure perduto la considerazione sociale di cui un tempo godevamo.

Dovremo dunque, signor Presidente, accettare di essere pagati ancora di meno?

Ma forse lei intendeva rivolgersi a tutto il pubblico impiego, quella massa di cittadini italiani quotidianamente bersagliata dal neo ministro Brunetta con la sua crociata contro i fannulloni, ora diventata il capro espiatorio della crisi e l'oggetto di sfogo di tutti quelli che al pubblico impiego non appartengono.

Forse chiede ai dipendenti pubblici di rinunciare ai rinnovi contrattuali, di accettare qualche euro giusto per elemosina statale, di andare ogni mattina in ufficio con più lena di prima, facendo il lavoro non più svolto da colleghi andati in pensione, in luoghi spesso fatiscenti in cui manca di tutto e con nelle orecchie i rimbrotti e le offese di Brunetta.

No, non credo che lei, Presidente, li chieda a tutti noi pubblici lavoratori questi invocati sacrifici.

Allora li chiede forse ai privati?

Agli operai che guadagnano meno di noi e lavorano per più ore?

Ai dipendenti di aziende che, minacciate dalla crisi, non esitano a licenziare, a mettere in cassa integrazione e a rendere precario il loro futuro?

Non posso crederci!

E meno ancora posso credere che chieda sacrifici a tutti i precari d'Italia, a quelli che vivono con meno di mille euro al mese con contratti a termine più o meno ravvicinato, molti dei quali oramai senza più neppure il lavoro!

Tra essi i 130 mila precari della scuola, già licenziati dalla Finanziaria di Tremonti in via di approvazione.

E devo escludere naturalmente tutti i disoccupati, perché nessuno può chiedere sacrifici a chi non ha nulla!

Ma allora, Presidente, se escludiamo tutti questi milioni di italiani che possiedono solo il loro salario e il loro magro stipendio e alcuni neppure quello, chi dovrebbe farli questi sacrifici da lei invocati?

A me restano solo due possibili risposte.

Forse lei li sta chiedendo a tutti indistintamente attraverso un aumento delle tasse, volto a finanziare un piano di sostegno che permetta allo Stato di garantire a tutti i cittadini che non ce la fanno una vita comunque dignitosa fino al superamento della crisi; in altre parole una redistribuzione del reddito proveniente dai nostri salari e stipendi per coloro che non ne hanno (precari e disoccupati); una specie di mille euro per tutti, tagliando tutti quelli che ne sono al di sopra.

Ma questa indicazione non sarebbe degna del suo ruolo di rappresentante di tutto il popolo, tantomeno del suo passato sia civile sia politico.

Allora resta l'ultima possibilità : i sacrifici devono cominciare a farli tutti quelli che hanno un reddito al di sopra di una certa cifra; vogliamo stabilirla attorno ai 4/5000 euro mensili?

Un tempo si chiamava patrimoniale ed era avversata come una tassazione comunista che non aveva diritto di accesso in una repubblica fondata sì sul lavoro, ma in un sistema capitalistico e liberistico.

Oggi, dopo il crollo delle ideologie sia comuniste che capitaliste, forse lei vuole riammettere al dibattito pubblico questa proposta per fronteggiare la crisi che ci sta investendo.

Basta essere chiari e chiamare le cose col loro nome : mi avrà dalla sua parte.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf