Il vescovo sta sbagliando
Giuseppe Aragno - 07-11-2008
Ieri, nell'università occupata, mentre si discuteva delle prospettive del movimento, una ragazza mi ha fatto pacatamente una domanda e mi sono reso conto di quanto sia necessario e urgente che la scuola militante faccia i conti con se stessa e si assuma le responsabilità d'una scelta difficile ma ineludibile. Una domanda, semplice, chiara, apparentemente banale, ma radicale e profonda, come la luce dei bellissimi occhi neri che mi fissavano intensi, fiduciosi, ma decisi. Gli occhi di chi domanda, ma la risposta, per conto suo, se l'è già data: "cosa dovrebbe contare di più, per noi, professore, l'anno accademico o il futuro che ci stanno togliendo? La punizione per la ribellione o la consapevolezza che ci ribelliamo contro un'ingiustizia?".
Ognuno può dare la risposta che ritiene più giusta, ma la domanda ci riguarda, ci interroga come genitori, lavoratori e, soprattutto come insegnanti. E' una domanda che richiede una risposta onesta e non c'è tempo, occorre darla subito.
Non so se la semplicità dei giovani che hanno occupato le scuole e le università sia un limite o un punto di forza, so che i nostri ragazzi hanno scosso alla radice il mondo limaccioso e indecoroso che noi adulti ci siamo abituati a ritenere l'unico possibile. Lo so. Noi siamo in pena per la loro ingenuità e facciamo il conto del prezzo che dovranno pagare. Abbiamo torto e li sottovalutiamo. Messo nel conto il costo, e valutati i rischi, questi ragazzi hanno trasformato la purezza e l'innocenza della gioventù in un punto di forza politico e sono scesi in piazza armati di parole. Vedendoli reagire con impeto inerme a una condanna inaccettabile e feroce, ognuno di noi, che pensava di conoscerli bene, si attarda a scavare nel proprio passato tra il Sessantotto e il Settantasette, ma loro, i nostri figli, i "bamboccioni" che avremmo dovuto difendere con le unghie e con i denti da cialtroni e filibustieri, loro ci hanno lasciati al palo, organizzando una protesta di cui s'erano perse assieme la memoria e la speranza. E ce lo dicono ogni giorno ciò che stanno facendo: è una nuova Resistenza, una battaglia decisiva, che si dà ora o non ci resta tempo, in nome dei diritti. Una lotta finale che si combatte sull'ultima spiaggia. Quella sulla quale li abbiamo ridotti col nostro silenzio, coi nostri errori, con la nostra supina rassegnazione.
Te lo chiedono con una semplicità che disarma, mentre noi per tutelarli cerchiamo il modo di trattare con un potere cieco e sordo. Noi vorremmo tenerli al riparo e guardiamo verso l'alto pronti a un armistizio, loro provano a riappropriarsi del futuro e intendono cambiare la scuola partendo dal basso, perché sanno - glielo abbiamo probabilmente insegnato con le nostre sconfitte - che cambiare la scuola vuol dire finalmente cominciare a cambiare anche il mondo: "cosa dovrebbe contare di più, per noi, professore, l'anno accademico o il futuro che ci stanno togliendo? La punizione per la ribellione o la consapevolezza che ci ribelliamo contro un'ingiustizia?".
Un professore, direbbe Don Milani, deve "ben insegnare come il cittadino reagisce all'ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto". Una scuola, direbbe Don Milani, ha "il diritto e il dovere di dire le cose che altri non dice".
E' vero. Ci sono giudici e leggi. Ma che cos'è la scuola e qual è il compito di un maestro? Una scuola degna di questo nome non è quella dalla quale escono soldatini disciplinati per la Confindustria e classi dirigenti autorizzate al comando da certificati, diplomi e pergamene. I nostri nonni, salendo in armi sulle montagne, ci hanno insegnato a rifiutare la forza della legge che viola un diritto. Ci hanno insegnato che non c'è legge che abbia il potere di sottomettere la libertà della coscienza. Hanno scritto col loro sangue la nostra Costituzione e poi ci hanno insegnato che essa è il fondamento della legge e che esistono una obbedienza critica e una disobbedienza civile. Sono insegnamenti che si sono levati a sistema, si sono fatti principio etico e regola di vita. E' a questo insegnamento che abbiamo formato i nostri studenti. Perché stupirsi se ora ci chiedono di seguirli sulla via che hanno aperto, ci domandano di coprirgli le spalle e ci chiamano a lottare con loro? Non possiamo trincerarci dietro le regole e i conti da pagare. Non possiamo tradirli. Ci sono momenti della vita in cui l'ultima parola spetta inevitabilmente alla coscienza. E non ci sono dubbi: l'obbedienza di per sé non è un valore. Berlusconi e la sua banda fingono di non saperlo, ma una legge si rispetta solo quando non entra in conflitto con l'ethos che è alla base del patto sociale. Essa è degna di rispetto solo quando è giusta. E una legge giusta accorcia la distanze dei deboli dai forti. Processato per aver ostinatamente insegnato il valore della disubbidienza civile e sostenuto la causa dei giovani che affrontavano la galera, piuttosto che andar soldati e tradire i loro ideali di pacifisti, Don Milani, ormai moribondo, accusato di apologia di reato, imparti ai suoi giudici l'ultima, la più serena e la più duratura delle sue lezioni.
"Bisognerà dunque accordarci su ciò che è scuola buona", sostenne con lucida fermezza. "La scuola è diversa dall'aula del tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. È l'arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall'altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione). La tragedia del vostro mestiere di giudici è che sapete di dover giudicare con leggi che ancora non son tutte giuste"[1].
Questo è ciò che ci tocca rispondere ai nostri ragazzi: il vescovo sta sbagliando, non è colpa nostra se oggi noi disubbidiamo. Spieghiamoglielo: questo è il compito dei maestri. Poi scendiamo in piazza con loro. E sia chiaro a tutti: contro una legge illegale, la legalità siamo noi.

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[1] Le citazioni sono tratte da Edoardo Martinelli, Don Lorenzo Milani: dal motivo occasionale al motivo profondo, con il testo integrale della Lettera ai giudici, Società editrice fiorentina, Firenze, 2007.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Patrizia Rapanà    - 09-11-2008
D'accordo, come sempre. E non solo in linea di principio, come dicono in questi giorni tanti colleghi, perché poi "la vita è un'altra cosa"... Don Milani non era un marziano. L'articolo pone una questione concreta. Se scegliessimo, come dovremmo, la via della coerenza, la Gelmini se ne andrebbe sicuramente a casa. Questo governo è un pericolo per il paese.

 Alberto Bertocci    - 09-11-2008
Ritengo veramente esemplare ciò che stai scrivendo da quando è cominciato l'attacco politico al nostro sistema formativo. Magari i cosiddetti "grandi nomi" della carta stampata avessero la stessa lucidità e mostrassero tanta dignità e indipendenza.