4 novembre, giornata di lutto
Gabriele Turci - 04-11-2008
90 anni fa finiva il massacro della prima guerra mondiale, oggi, 4 novembre 2008, non festa ma lutto.

90 anni fa a Villa Giusti l'Austria si arrendeva all'Italia. Era la vittoria! La prima guerra mondiale per l'Italia era finita!
Una guerra non voluta dai lavoratori e imposta con la forza dallo stato italiano. Anzi, oggi è storicamente dimostrato che fu opera di una cricca precisa e ben individuata del governo, esautorando un parlamento comunque inefficiente.
Chi si ricorda, in questi giorni, che nel 1915 a Milano, Roma, Torino e
altre località ci furono manifestazioni di massa contro la guerra? Che a
Torino 100mila operai in sciopero si scontrarono con la polizia e le
truppe in una lotta durata due giorni?
Era chiaro che i lavoratori non volevano essere carne da cannone, non
intendevano pagare i costi di una guerra imposta da una parte della borghesia, dagli industriali, dalle alte gerarchie dell'esercito.
Chi ricorda che persino il Vaticano, allora, si adoperò con tutti i mezzi per evitare che il paese finisse in questo buco nero? E ci sarà mai qualcuno che racconterà, in questi giorni, che durante la guerra ci furono un milione di processi per diserzione, efferate decimazioni nei battaglioni, 4mila arresti per manifestazioni contro la guerra?
Che a Torino nel 1917 il popolo insorse ancora per 7 giorni contro
l'aumento dei prezzi e per il pane e per la pace? In questi giorni si festeggia ipocritamente la "vittoria": una vittoria pagata con 680.000 morti, due milioni tra feriti, mutilati e prigionieri, tutti lavoratori mandati al macello contro altri lavoratori d'altri paesi; alla fine il totale sarà di 15 milioni di lavoratori
uccisi.
Quanti italiani sanno poi che parecchi nostri soldati continuarono a combattere contro le truppe rivoluzionarie sovietiche, partecipando, con altri contributi di eserciti europei, alla guerra civile che le opponeva alle truppe dei "Bianchi"? Quanti sanno che, da ambo le parti, furono sperimentati i primi campi di concentramento e di decimazione, palma quindi non certo prioritaria del nazismo?
Nel periodo della guerra, il vero pericolo per il popolo italiano marciava invece alla testa delle truppe, pianificava il massacro alle loro spalle nei quartieri generali delle retrovie.
Certo non tutti gli italiani in armi avevano chiaro il senso ed il fine della loro opposizione alla guerra.
Quando ci fu Caporetto, i nostri soldati abbandonavano le postazioni e lungo le strade arrivavano a salutare con la mano i loro ufficiali e generali, quando invece una coscienza politicamente retta avrebbe dovuto far individuare lì gran parte dei suoi avversari (va tuttavia riconosciuto che alcuni di questi, non solo per formazione, ma anche per l'esperienza vissuta al fronte, dalla guerra trassero alimento per la futura opposizione al fascismo).
In questi giorni lo stato italiano è tornato a festeggiare quella tragedia con
discorsi, commemorazioni, parate militari, visite ai cimiteri di guerra,
elogi al valore dei soldati italiani morti per la patria, lezioni
specifiche nelle scuole, esposizione per decreto del ministro La Russa
della bandiera italiana (il tapino forse non sa che questa negli uffici pubblici è sempre esposta! Ma forse pretenderebbe che sventolasse da ogni balcone italiano!)

Le parole commosse e l'esaltazione dell'eroismo da parte di uomini di
governo e militari non ci devono ingannare: la patria ed il nazionalismo
sono invenzioni per mettere i lavoratori di tutto il mondo gli uni
contro gli altri, per poter disporre di un esercito che controlli il
territorio, che difenda gli interessi economici dell'imperialismo
ovunque oggi la guerra impone la distruzione, oggi in Kossovo, domani in Iraq poi in Afghanistan, nel Caucaso come nel Tibet, in Africa come in Libano e Palestina, producendo milioni di profughi, miseria e macerie,
disoccupazione ed emigrazione.
Non bisogna dimenticare che, immediatamente dopo la guerra, fu concertata la grande operazione mediatica del milite ignoto, con quel famoso treno che lentamente percorreva le campagne e le città per fermarsi col suo feretro ad ogni stazione, con quel monumento teatrale, quasi di cartapesta, posto nel ventre di Roma a simboleggiare l'unità della nazione.
Ogni città aveva avuto innumerevoli morti e tutti dovevano imparare a riconoscersi in quel rito di lutto collettivo.
La scuola di allora che contribuì grandemente a questa impostura, non può ripetere oggi la stessa operazione.
Per questo motivo, particolarmente nella scuola, dopo 90 anni la giornata del 4 novembre dovrebbe essere considerata e vissuta, da ogni insegnante autenticamente democratico, come una giornata per il ripudio della guerra, per la diffusione di sentimenti antimilitaristi e per la conoscenza della non violenza tra i popoli, per imparare ad esigere il cessate il fuoco e la smilitarizzazione di tutte le zone di guerra, per il ritiro dell'esercito italiano e di tutti gli eserciti dalle finte operazioni di pace.
In buona sostanza perché l'art 11 della nostra costituzione non sia carta straccia.

Gabriele Attilio Turci

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