L'effetto Gelmini
Dedalus - 04-11-2008
Le manifestazioni di massa che si sono tenute nei giorni scorsi in tante città d'Italia costituiscono un fatto politico di grande rilevanza. Si è trattata della mobilitazione più vasta del mondo della scuola della storia della Repubblica. Una mobilitazione che ha riguardato, per la prima volta, tutti i settori del nostro sistema di istruzione, dalla scuola dell'infanzia all'università, come mai era successo. Non nel tanto vituperato '68, non negli anni della pantera e nemmeno in quelli dell'epoca Moratti. Manifestazioni che hanno coinvolto insegnanti, personale della scuola, studenti, genitori.
Il governo finora ha dato prova di non voler ascoltare, reagendo in maniera scomposta e limitandosi ad accusare la sinistra di dire falsità, senza minimamente cercare di capire quanto sta succedendo. Ha pensato di stravolgere alcuni aspetti fondamentali del nostro sistema educativo, a partire dalla scuola primaria, con l'obiettivo prioritario di ridurre la spesa per l'istruzione (questa la motivazione di fondo della "riforma" Gelmini, come è stato riconosciuto da parti diverse, dalla Marcegaglia a Famiglia Cristiana) senza mettere in conto la reazione che un simile modo di procedere, per decreti legge e voti di fiducia, avrebbe sollevato.
E così si è visto il risultato, l'effetto della "riforma Gelmini" che riforma non è. Una riforma della scuola degna di questo nome segue infatti ben altri percorsi, ha altri presupposti culturali e pedagogici, necessita di condivisione e consenso per avere davvero successo.

La mobilitazione degli atenei, dagli studenti ai professori ai rettori, un primo risultato lo ha ottenuto. Notizia dell'ultima ora, pare che il presidente del Consiglio abbia in un certo senso "stoppato" la riforma dell'Università, rinviandone tempi e modi. Soltanto cinque giorni fa il ministro Gelmini, sull'onda dell'approvazione del decreto 137 al Senato, affermava che "entro una settimana" avrebbe presentato il piano per l'università.

Ma più in generale, l'"effetto Gelmini", al di là della legittima e irrinunciabile protesta, ha finito paradossalmente per rimettere al centro dell'attenzione il tema della scuola pubblica. Questo è un dato tutt'altro che secondario. Dopo anni di sottovalutazione delle problematiche della scuola, da sempre considerata la cenerentola della politica, ora questo tema ritorna prepotentemente al centro dell'interesse. La scuola di oggi, non quella di trenta o cinquant'anni fa, così cara ai tanti opinionisti che si sono cimentati in questi mesi sulla stampa nell'operazione nostalgica di riproposizione della scuola d'antan, del (loro) maestro unico.

Sono state dette tante cose, negli ultimi tempi, sulla scuola, da parte di gente che non ne conosce a fondo i meccanismi di funzionamento, la realtà quotidiana, le attività che vi si svolgono. Un esempio per tutti, le chiacchiere sul tempo pieno. Ancora oggi ci tocca sentire esponenti politici e parlamentari dissertare e fare affermazioni su cose che non conoscono. Buon ultimo l'on. Cota, quello della mozione apartheid sui bambini stranieri, che continua imperterrito a sostenere che il tempo pieno non solo verrà confermato ma addirittura aumentato. Questo giornale ha già spiegato in tutte le salse la differenza che intercorre tra il modello pedagogico del Tempo pieno (come pure dei moduli) che si fonda sull'idea del "team docente", e un orario scolastico "fino a...40 ore" con il maestro unico o prevalente, modelli del tutto alternativi e inconciliabili fra loro.
Così come non corrisponde al vero l'immagine che il governo ha cercato di dare, attraverso i mass media, di una sinistra o di una opposizione fondamentalmente "conservatrice", insensibile ai problemi del contenimento della spesa pubblica e della lotta agli sprechi. In realtà siamo di fronte alla scelta politica di voler procedere, in maniera pesante e indiscriminata, ad una riduzione delle risorse per l'istruzione, per la scuola pubblica (la più imponente nella storia della Repubblica!). Come se, tra l'altro, spendere meno volesse dire automaticamente spendere meglio...

Ora è il momento di rilanciare un serio dibattito sulla scuola pubblica. Passare dalla protesta (che in ogni caso va tenuta ferma perché la "resistenza" sarà lunga) alla proposta. Aprire una grande discussione di massa su quegli aspetti di "qualità della scuola" che sono irrinunciabili, costitutivi. Ma al tempo stesso indicare con realismo le cose che non vanno e che possono e devono essere corrette, "razionalizzate". Discutere e parlarne soprattutto con la gente, perché sia chiaro da quale parte stanno le ragioni e dove le approssimazioni e le falsità. Un dibattito serio e approfondito e una corretta informazione in questa fase sono essenziali.
Solo in questo modo, tra l'altro, si potrà tentare di condizionare le prossime scelte del governo, in fase di definizione dei regolamenti attuativi della legge, cercando di impedire la deriva e di limitare i danni. In fondo anche la riforma Moratti, che qualche motivazione pedagogica - per quanto discutibile - ce l'aveva, in seguito alle mobilitazioni di genitori e insegnanti è rimasta in parte sulla carta.

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