Il grande inganno: Tempo Pieno e "40 ore"
Gianni Gandola, Federico Niccoli - 03-10-2008
Ricordate Letizia Moratti quando, ministro del MIUR, nei dibattiti televisivi si sforzava di mandare un messaggio rassicurante alle famiglie e all'opinione pubblica dicendo che non era vero che la sua riforma aboliva il tempo pieno? State tranquilli - diceva la Moratti- tutto "rimane come prima", il tempo pieno a 40 ore resta. Ora, ministro la Gelmini, si sta un po' ripetendo lo stesso copione. Con una differenza di fondo. Mentre la riforma Moratti introduceva diversi modelli orari più l'insegnante prevalente e/o tutor ma non intaccava l'assetto di base della scuola primaria (i moduli, il gruppo docente), ora invece si stravolge definitivamente tutto l'impianto didattico-organizzativo con il ritorno al maestro unico. Un insegnante una classe, secondo la filosofia di Tremonti, che è di fatto il vero ministro dell'istruzione.

Certo, sul piano orario, si prospettano diverse opzioni, anzi diverse "opportunità per le famiglie", per dirla con le parole di Valentina Aprea, ineffabile viceministro del Miur in epoca morattiana ed ora presidente della commissione cultura della Camera. Al modello base delle 24 ore "obbligatorie" (quindi, supponiamo, comprensive di inglese o religione) si aggiunge la "possibilità" -su richiesta delle famiglie- di modelli orari di 27 e 30 ore. E di 30 ore più la mensa, laddove possibile (in totale, appunto, 40 ore). Quindi il "tempo pieno", secondo la vulgata gelminiana e, a quanto pare, di Tuttoscuola, rivista negli ultimi tempi sempre più filogovernativa.
Ma proprio qui sta il "grande inganno". E' qui che casca l'asino. La Gelmini può anche non conoscere la storia del Tempo Pieno in Italia (a Milano, Torino, Bologna, ecc.). Tuttoscuola, rivista pedagogica per eccellenza, e l'Aprea, già direttrice didattica in provincia di Milano, dovrebbero invece conoscerla molto bene. E sapere che è cosa molto diversa - come modello pedagogico, organizzativo e didattico - dalla proposta delle 40 ore di Moratti-Gelmini.

Le "40 ore" nell'impianto che si va prospettando altro non possono essere che un prolungamento orario, un'appendice per così dire del modello di base (l'insegnante unico). Gli insegnamenti principali sono affidati al maestro unico (titolare di classe per definizione) nell'orario base delle 24 ore obbligatorie.Le rimanenti ore (fino a 40 mensa inclusa) possono essere effettuate da un altro docente oppure con l'utilizzo di ore aggiuntive (in parte dello stesso insegnante titolare -in questo caso un super maestro unico- in parte di altri). E' evidente che si tratta di un tempo scuola aggiuntivo e non più "unitario". Uno "spezzatino" pedagogico, come è stato a suo tempo definito in maniera appropriata.

Quello che ha caratterizzato e caratterizza il Tempo Pieno é invece l'impianto fortemente unitario. Innanzi tutto la "pari dignità" fra i due docenti assegnati alla classe che si suddividono le principali aree disciplinari e le educazioni (in genere un docente insegna italiano e storia-geografia, l'altro matematica-scienze, in modo da approfondire i rispettivi ambiti di competenza).
Il"doppio organico" è sempre stato, storicamente, un elemento strutturale del TP, confermato anche di recente da un provvedimento legislativo del governo Prodi, ministro della P.I. Fioroni (vedi art. 1 della legge 25 ottobre 2007, n.176 )*.

L'assoluta unitarietà del progetto educativo e l'unitarietà didattica tra mattino e pomeriggio (l'alternarsi di attività curricolari, di insegnamenti disciplinari e di attività educativo-espressive nell'arco della giornata) consente il rispetto dei ritmi di apprendimento dei bambini in tempi distesi.
Quindi: contitolarità dei docenti, corresponsabilità nelle decisioni, programmazione didattico-educativa di team. Tutto questo evidentemente è destinato a scomparire in un modello ove un docente è il titolare unico o principale (prevalente) nella classe, attorniato da qualche altra figura destinata a coprire la rimanente quota oraria.
Nel Tempo Pieno storico altro elemento "caratterizzante" erano (e sono) le ore di "compresenza" dei due docenti contitolari. Queste ore -in genere quattro la settimana- consentono la possibilità di suddividere la classe in gruppi, o nella forma delle "classi aperte" con alunni delle sezioni parallele, o in "gruppi omogenei" di alunni della stessa classe, per il recupero/avanzamento degli apprendimenti. Consentono lo svolgersi di attività laboratoriali (ad esempio: un conto è andare nel laboratorio di informatica con un gruppo di dieci-dodici alunni per docente un altro è andarci con un'intera classe di 20-24 alunni, discorso che vale anche per altre attività creativo-espressive...). Consentono di effettuare le cosiddette "uscite didattiche" nel territorio (visite ai musei, ricerca d'ambiente, ecc.) per gruppi di alunni per docente e non con la classe intera. Consentono infine la possibilità di formare piccoli gruppi classe per l'alfabetizzazione degli alunni stranieri.

Tutto questo non sarà più possibile, con grave pregiudizio per la didattica. Insomma, quello che cambia, che è radicalmente diverso tra il modello pedagogico del Tempo Pieno (tempo scuola 40 ore, due insegnanti contitolari) e quello delle "40 ore" (semplice copertura oraria con l'emergere di una figura di docente prevalente) sta proprio nella diversa organizzazione della didattica, nel rapporto docenti/alunni, e quindi nei processi di insegnamento/apprendimento. Si tratta di due "cose" completamente diverse. La "quantità" oraria è la stessa, la "qualità", il potenziale didattico è ben diverso.
Non solo, ma una volta affermato il principio che il modello base della scuola elementare sono "24 ore e maestro unico", il passo successivo è facilmente immaginabile. Si dirà, chiaro e tondo, che le rimanenti ore, aggiuntive e supplementari rispetto all'istruzione di base, sono prevalentemente di carattere "assistenziale" . Ci pensi dunque qualcun altro a garantirle, sia esso l'ente locale, le cooperative o le scuole private. E così si torna, a piè pari, al doposcuola di un tempo, per i bambini "bisognosi" di assistenza, appunto.

L'obiettivo principale di questo governo é il risparmio della spesa per l'istruzione, a scapito della qualità dei modelli e dei processi organizzativi e didattici. Tremonti l'ha esplicitato chiaramente, dicendo nella sostanza che due-tre insegnanti per classe costano molto di più di uno e che questo "è un lusso che non ci possiamo permettere". Qualcun altro (la Gelmini, Tuttoscuola e altri nostalgici della maestrina dalla penna rossa) cerca di indorare la pillola con motivazioni di carattere psicopedagogico assolutamente deboli e pretestuose. Sarebbe più onesto non parlare più di Tempo pieno, allora. E infatti, in uno sprazzo di verità, nel Piano programmatico questa parola non viene mai usata. Lapsus freudiano?

Gianni Gandola, Federico Niccoli

(*) Nota
Legge 25 ottobre 2007, n.176 (conversione in legge del decreto legge 7 settembre 2007, n.147)
Art.1 Norme in materia di ordinamenti scolastici
1. Al fine di realizzare gli obiettivi formativi del curriculum arricchito e' reintrodotta, nella scuola primaria, l'organizzazione di classi funzionanti a tempo pieno, con un orario settimanale di quaranta ore, comprensivo del tempo dedicato alla mensa. Conseguentemente e' richiamato in vigore l'articolo 130, comma 2, del testo unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado, di cui al decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297, nel quale sono soppresse le parole: ", entro il limite dei posti funzionanti nell'anno scolastico 1988-1989".

interventi dello stesso autore  discussione chiusa  condividi pdf

 Piera Notte    - 04-10-2008
Cari amici, voi avete ragioni fa vendere. Ho notato anch'io i "mutamenti" di "Tuttoscuola" e concordo con la vostra bella e accurata analisi. La conclusione è naturalmente centrata sul tempo pieno del quale vi siete occupati. Io però ho paura che l'obiettivo principale di questo governo non sia solo il risparmio. Secondo me qui si vuole ottenere un indebolimento della scuola dello Stato e un conseguente arretramento delle classi meno abbienti. E' insomma un obiettivo classista che qualifica un governo di mezze figure, in cui decidono solo Berlusconi, Tremonti e pochi altri ministri. Un governo pericoloso che, purtroppo, non ha opposizione e trova spesso, mi spiace dirlo, il sostegno del Presidente della Repubblica.

 Cambria.Caterina    - 05-10-2008
insegno da 16 anni in una scuola a tempo pieno che funziona egregiamente grazie alla didattica laboratoriale/coopertive learning/CLASSI APERTE E ATTIVITA' DI RECUPERO (POCO potenziamento)perchè il Circolo didattico è in un quartiere di case popolari dove l'istituzione scolastica rappresenta un grande punto di riferimento per le famiglie. La riforma avvantaggerà solo gli alunni RICCHI e farà sprofondare nell'ignoranza gli UMILI.questo non è giusto in una scuola che si dichiara cattolica.
Invito la ministra a visitare i quartieri come quello dove insegno io e non fermarsi alle sperdute scuole di montagna per le quali deve risparmiare sull'organico.ke risani dove deve e lasci il diritto all'istruzione come sta adesso anzi ieri.

 Silvana Strazzera    - 06-10-2008
Il ministro Gelmini vuole riportare la scuola al tempo di De Amicis! Io ho insegnato come maestra unica, come facente parte di un team modulare e come insegnante prevalente, perciò posso dire di averle provate tutte. Devo dire che il miglior sistema è indubbiamente quello dei tre docenti su due classi, con o senza tempo pieno e/o tempo prolungato (provato anche quello con piena soddisfazione di tutti). Mi sembra che il ministro sottovaluti i cambiamenti che sono intervenuti in questi anni: ai tempi dell'insegnante unico non c'erano portatori di handicap nelle scuole pubbliche e i bambini in difficoltà di apprendimento frequentavano le classi speciali o quelle differenziali. Era diverso anche il metodo del far scuola: il modello era quello puramente trasmissivo dell'IO PARLO, TU ASCOLTI. E dirò di più, quando andavo a scuola io, negli anni 60 per intenderci, se gli scolari non stavano attenti o chiacchieravano fioccavano le punizioni anche corporali; per non parlare delle bocciature. E' questo il modello di scuola a cui vogliono tornare coloro che plaudono all'operato del ministro (Chiesa in testa)? Allora si torni ai programmi del 55 e tutto ciò che ciò comporta!
Mi duole anche vedere la palese ignoranza del ministro quando dice che i moduli sono nati per salvaguardare i posti dei docenti a fronte di una diminuzione del numero degli alunni; ma ha mai sentito nominare Bruner?
Silvana Strazzera, un'insegnante siciliana.