Dialogo, ma con chi?
Francesco Di Lorenzo - 15-09-2008
C'è sulla vicenda che appassiona o annoia, a seconda dei casi, della cosiddetta commissione Attali romana, e sulle vicissitudini del presidente Amato, che va avanti tra precisazioni e 'stizze' sulla sua partecipazione o meno (a quanto si legge sui giornali), qualcosa che non convince perché non detto o non spiegato bene.
Il presidente Amato, riferendosi alla storia italiana, dice in sintesi che "gli ultimi quindici anni di vita parlamentare hanno cancellato la civiltà. Ma per cinquant'anni, il Pci ha apprezzato la Dc non più di quanto non faccia ora il Pd con Berlusconi. Ma poi la Dc dialogava con il Pci in parlamento. Nell'ultimo periodo, invece... Questo si chiama solo ostruzionismo".
Mi porrei, però, a questo punto una domanda, e lo faccio dopo aver letto un libro interessantissimo su Aldo Moro di Corrado Guerzoni. Il passaggio sul quale invito a riflettere, collegato a quanto detto prima, è questo:
"Indulgendo solo per un istante al presente possiamo dire che esiste ancora, sia pure con altri nomi, con altri innesti, quella Democrazia Cristiana che si è liberata dell'insegnamento di Moro; che ha, se non rinnegata, vanificata l'ispirazione cristiana, la mediazione politica come arte di individuare, selezionare, comporre ideali, tensioni, stati d'animo, punti di vista, interessi di individui e di gruppi. Ed ha dimenticato la solidarietà sociale come fondamento, cemento e ragione dell'unità della nazione e della sovranità dello stato.
Questa, che non è sparita, rivive e anzi si perpetua, non è l'erede della DC delle origini che recava insieme dentro di sé un progetto, una speranza, ma anche il tarlo segreto della moderazione che però per molti anni era riuscita a tenere a bada. Questa di oggi discende dalla DC dei preamboli, della centralità e della reversibilità, la Dc che non ha provato disagio e non ha giudicato sconveniente l'appoggio determinante dei missini nella maggioranza, che ha pensato che i voti si vanno a prendere dove ci sono senza troppi patemi d'animo e che ha senza vergogna considerato un peccato congelare all'estrema destra una porzione utile di elettorato.
Questa di oggi ha nutrito, vezzeggiato, rassicurato l'elettorato conservatore, moderato, reazionario che c'era già e resisteva, contro tutto e al di là di tutto, proteggendo da decenni e decenni nella proprie viscere il rancore profondo del censo che non si è mai aperto all'avvento del partito di massa, che ha sempre considerato un sopruso che il contadino e l'operaio potessero avere pieni diritti di cittadinanza civile e politica. Un elettorato che nel crollo dei muri e dei sistemi, nella secolarizzazione del sentimento religioso ridotto alla sua dimensione antropologica, ha intravisto finalmente l'occasione storica, irripetibile, per sciogliersi dalle catene ideologiche, per liberarsi dalle petizioni di principio, per affrancarsi dalla sudditanza a valori, ideali."
La domanda è: con questa parte di eredi, che come tali io li vedo (sembra ed è il ritratto preciso di taluni e la fotografia impietosa di ciò che stiamo vivendo), è possibile un qualsiasi dialogo? O, ancora meglio, porta da qualche parte un qualsiasi dialogo? Perché sento che manca in una porzione considerevole di essi proprio il concetto di civiltà, ma non nel senso che indicava il presidente Amato, credo manchi la civiltà culturale, la lungimiranza di voler tenere a bada gli istinti più profondi e di spendersi politicamente per il bene comune. Manca, alla fine, lo spirito dell'educazione sociale. O forse, è solo la mia miopia di oppositore e basta, a farmi vedere così? Boh?

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