Gaetano Arfè: una lezione che il tempo non cancella
Giuseppe Aragno - 10-09-2008
Nello Speciale La linea del tempo




Gaetano Arfè se n'è andato un anno fa. Il tempo ha le sue leggi, ogni ciclo si chiude e, d'altra parte, anche la morte ha talvolta una sua umanità e può capitare di doverla ringraziare. Come avrebbe vissuto, infatti, Arfè quest'anno oltraggioso cui Atropo ha voluto sottrarlo? In versi di una brevità secca e spigolosa e di un'amarezza profonda e struggente, Catullo, uno dei più grandi poeti d'ogni tempo, fissò, al tramonto della repubblica, lo sgomento dell'uomo - ogni uomo, l'uomo di ogni tempo - di fronte allo spettacolo nauseabondo di una situazione politica che degenera al punto che la miseria morale e l'interesse personale e di parte prendono il sopravvento sull'onestà intellettuale e l'interesse collettivo:

Che c'è, Catullo? A che tardi a morire?
Nonio Scrofola ha la sella curule,
pel consolato spergiura Vatinio.
Che c'è, Catullo? A che tardi a morire?


Che avrebbe potuto dire Arfè, partigiano, storico del socialismo e grande maestro di democrazia, ormai vecchio e stanco, oggi che un cerchio si chiude e un nuovo regime si impadronisce del Paese che sta a guardare inerte, mentre un fascista diventato ministro delle Repubblica esalta i suoi camerati di Salò? Avrebbe forse raccontato, pacato e avvincente, come spesso soleva fare, di quella volta in cui, giovanissimo partigiano, era sceso dai monti della Valtellina, rischiando la vita, per accompagnare alla tomba un suo giovane amico repubblichino della divisone "Monterosa", caduto in uno scontro a fuoco coi suoi compagni. La guerra ha regole feroci - avrebbe detto - e i caduti meritano tutti rispetto. A dividere erano e sono le cause dello scontro che vide contrapposte le ragioni della democrazia e quelle disumane del razzismo e del totalitarismo. Qui, nei valori di riferimento, la distanza era incolmabile e la distinzione rimane netta.
Chi è stato per mare e conosce la violenza inaudita della burrasca sa perfettamente cosa significhi poter contare sull'esperienza e sul coraggio sereno di chi la bufera l'ha affrontata. Viviamo tempi bui e attraversiamo un mare gonfio e minaccioso. Arfè non è più fisicamente con noi e, tuttavia, il patrimonio di idee che ci ha lasciato, il suo esempio di coerenza, onestà intellettuale e amore per la libertà offrono ancora un timone sicuro e una bussola a cui affidarsi.



IL POPOLO SI SCHIERÒ CON I PARTIGIANI
CONTRO GLI ALLEATI DEI TEDESCHI INVASORI
*


Franco Venturi fu uomo dai molti titoli. Suo padre, grande storico dell'arte, fu tra i pochissimi - in tutto intorno alla dozzina - che rifiutarono di giurare fedeltà al regime fascista e furono espulsi dalla cattedra. Figlio non degenere, seguì il padre esule in Francia, fu amico di Carlo Rosselli, tra i fondatori del movimento di "Giustizia e Libertà" e collaboratore della sua stampa.
Dopo varie peripezie, ivi compresa una pesante ospitalità in un carcere franchista, rientrò in Italia, fu intrepido e abile comandante partigiano, trovò poi il tempo e il modo di diventare uno dei maggiori storici europei del secolo scorso. Con la raffinata ironia che gli veniva dalla quotidiana frequentazione con i grandi dell'illuminismo, egli sosteneva che le sole guerre degne ii essere combattute fossero le guerre civili, perché in esse ognuno sceglie volontariamente il campo e la bandiera per la quale combattere.
Nel cinquantesimo anniversario della Resistenza partecipai a un convegno, al centro del quale ci furono tre temi: "guerra civile", "teoria della continuità", "Resistenza ed Europa". Il convegno ebbe il suo culmine in una serrata polemica, presente l'autore, sul libro di Claudio Pavone, Una guerra civile, severamente giudicato in un documento firmato dai capi delle tre associazioni partigiane, Aldo Aniasi, Arrigo Boldrini e Paolo Emilio Taviani.
Sull'opera di Pavone ho delle riserve che non ho espresse pubblicamente, e non ho difficoltà a confessarne la ragione: mi sono mancati il tempo e la lena necessaria per scrivere di un libro che non si può trattare sbrigativamente perché esso è e resta il più documentato, il più meditato e forse anche il più sofferto nella pur ricchissima storiografia sulla Resistenza. Quello che dissi brevemente in quella occasione e che ripeto oggi è che il titolo da lui datogli, o che ha consentito gli si desse, è un titolo altamente infelice perché, del tutto al di là delle intenzioni dell' autore, esso è diventato, come era prevedibile, formula di una interpretazione ideologica della Resistenza che non è quella fin troppo articolata e sottile di Pavone e che è stata banalmente e anche volgarmente strumentalizzata nel quadro della offensiva ideologica revisionistica, ricalcata esemplarmente sul modello di certa pubblicistica storiografica comunista per continuità, coerenza e tendenziosità, che non conosce tregue e che recluta senza difficoltà, consapevoli o meno che ne siano, ingenui o soltanto compiacenti dilettanti e professori di storia, sensibili ai soffi della moda e anche alle opportunità offerte dai tempi.
La verità è che in Italia la guerra civile non ci fu.
Guerra civile sarebbe stata quella che fosse stata scatenata il 26 aprile del 1943, quando il capillare apparato del partito fascista era ancora integro e mobilitabile, i membri del Gran Consiglio che avevano votato per Mussolini erano tutti a piede libero, lo erano i più truci e violenti gerarchi e centurioni del regime e le formazioni militari del fascismo, una d'esse, se la memoria non m'inganna, fornita di mezzi corazzati, erano tutte sul piede di guerra e vincolate da un giuramento di fedeltà a oltranza al fascismo e al suo capo. Le piazze si riempirono invece di italiani che non chiedevano il ritorno del "Duce", ma ne abbattevano i monumenti e ne distruggevano i simboli. I soli morti furono quelli caduti sotto i colpi dei soldati del re, tra i dimostranti che richiedevano la liberazione dei detenuti e la fine della guerra. I capi del fascismo, riparavano in luoghi ospitali, ambasciate e conventi, riponendo ancora una volta, secondo una barzelletta del tempo, tutte le loro speranze di rivalsa nell' "alleato potente" e nella sua arma segreta.
La guerra, "incivile", scoppiò dopo, a freddo, e fu voluta, promossa, organizzata e condotta dopo 1'8 settembre del 1943 dal governo fantoccio messo in piedi dai tedeschi allo scopo di organizzare la guerriglia contro gli italiani che, com'era avvenuto in ogni paese dell'Europa occupata, intendevano contribuire con le armi alla liberazione del proprio Paese e che ebbero contro raggruppamenti di fanatici, armati dai nazisti e al loro servizio, mutuandone la brutale ferocia. Nella storia europea essi hanno avuto un nome, si chiamarono collaborazionisti. Il nazista norvegese Quisling ne divenne il simbolo.
Tra i "ragazzi di Salò", sui quali anche si è fatta incauta retorica, quelli mossi da distorto amor di patria, furono pochi rispetto ai nugoli di fanatici che avevano eletto a patria la Germania nazista e avevano preso a modello le SS, i guerrieri senza paura e, soprattutto, senza pietà. Le formazioni militari di leva, reclutate sotto la minaccia di fucilazione per i renitenti e di rappresaglie sulle loro famiglie, non partirono tra plausi di folle, vennero considerate infide dai tedeschi, furono afflitte dallo stillicidio delle ricorrenti diserzioni e, tranne qualche episodio isolato e insignificante, esse non vennero impiegate a difesa del "sacro suolo della patria" ma a combattere contro quegli italiani che si erano allineati, non precettati, con i popoli della libera Europa occupata dai nazisti. Intorno alle due malferme divisioni raccolte con la dura minaccia, c'è il pullulare delle "brigate nere" che avevano il teschio a insegna, dei vari reparti delle milizia fasciste e della Guardia Nazionale Repubblicana, meglio nota come la GNIR, delle "bande" criminali autonome, che prendevano nome dai loro capi, fuori di ogni controllo, rapinatori e sadici professionali, tratti anche dalle galere, che suscitarono in più casi il ribrezzo degli stessi tedeschi. Un giovane ladro milanese, che conobbi nel carcere di Sondrio, mi raccontò che gli era stato offerto il condono della breve restante pena, purché si fosse arruolato nella milizia fascista; aveva risposto, male indirizzando il suo motto di spirito, che non intendeva "macchiarsi la condotta" ed era stato caricato di botte.
Mussolini non fu, e forse non volle neanche essere, il promotore e il capo di una guerra civile, Volle legare il suo nome, nel segno di una nostalgia al tempo stesso tragica e patetica, alla proclamazione della repubblica e alla "socializzazione", lordandolo di viltà e di infamia col dichiarare gli ebrei nemici della nazione, depredandoli degli infimi diritti che anche a un nemico si riconoscono e autorizzandone la consegna ai tedeschi, pur consapevole del destino cui sarebbero andati incontro,
Rodolfo Graziani, il capo tronfio e imbelle del suo esercito, col suo vuoto di glorie militari e il suo carico di stragi inumane nelle colonie italiane, mai assurse alla pur odiosa dignità di capo di una guerra civile, a interprete, campione e simbolo, di idealità magari ripugnanti, ma sentite e, difatti, scomparve vilmente nel crollo coperto da protezioni sulle quali è meglio non indagare. Rimase al livello di un mediocre e sanguinario caudillo sudamericano Junio Valerio Borghese, il comandante della X MAS, il principe - correva voce lo definisse così Mussolini - "col basco alla baiadera" che condusse una sua sorta di guerriglia privata, torturando, impiccando e fucilando chi cadeva nelle sue mani. E anche lui, al momento della disfatta fuggì e cercò e trovò braccia accoglienti, potenti e non ignote che lo protessero e gli permisero di riemergere fino a consentirgli di ordire trame dilettantesche, velleitarie e impunite contro le istituzioni repubblicane.
Gli stessi giovani che li seguirono presto intuirono, forse anche in virtù de1loro fanatismo, che non una guerra civile era in atto, alimentata da passioni di grandi masse divise nell'interpretare gl'interessi della patria, ma la guerriglia di una minoranza, armata dallo straniero contro la maggioranza del proprio popolo e divennero consapevoli, senza intenderne le ragioni, dell'isolamento in cui erano venuti a trovarsi nelle città dove vivevano asserragliati nelle caserme, nelle campagne, sulle montagne che battevano in armi e segnando il loro passaggio di roghi e di morti come in un Paese straniero e nemico.
Ho ancora in mente un loro canto disperato che non era percorso dalla pur feroce passione della guerra civile, era solo il lamento di un pugno di ragazzi che si sentivano espunti dalla vita vera, quotidiana, del loro paese, dalle strade dove sciamano le ragazze, dai ritrovi dove si scherza e si discute. "Le donne - cantavano non ci vogliono più bene, perché portiamo la camicia nera" e il canto si chiudeva con un macabro grido d'amore alla "Signora Morte" come l'amante da conquistare sotto la mitraglia. Nel canto più diffuso tra le nostre file c'era una strofa che diceva "ogni contrada è patria del ribelle, ogni donna a lui dona un sospir". Ed era vero.
Su questa tragica realtà, la formula della guerra civile serve solo a stendere una patina opaca sotto la quale tutte le differenze si annullano: fascisti e antifascisti furono vittime della stessa tragedia, la costituzione nata dalla Resistenza, coi suoi principi e i suoi valori è solo testimonianza, scritta da dottrinari e utopisti, ispirati da faziosi uomini di parte, di un irrevocabile passato non da storicizzare ma da sterilizzare per quel che resta di vivo e da dimenticare. La storia vera dell'Italia dell' era fascista è quella raccontata per oscene barzellette da Berlusconi, di essa va alimentata la coscienza nazionale dell'Italia d'oggi, tutta proiettata nel futuro.
Non è un caso che una delle più note e tendenziose rubriche televisive che infestano i nostri schermi abbia sentito il bisogno di dedicare al tema della "guerra civile" un suo vaporoso e fumoso dibattito e che il suo non ingenuo regista abbia ritenuto di dover informare ruvidamente l'ignaro Aldo Aniasi, il comandante Iso, aggrappato alla difesa della definizione anacronistica della Resistenza quale lotta di liberazione, che oggi tutti gli storici - io, e so di non essere solo, sono tra quelli che non fanno parte dei presunti "tutti"- concordano nel definirla come "guerra civile".
Basterebbe, in sede strettamente storica, un argomento solo: a un anno di distanza dalla conclusione della guerriglia incivile di una minoranza fanatica e fratricida la stragrande maggioranza degl'italiani dette il proprio voto ai partiti che avevano ideata, organizzata e promossa la guerra di liberazione, gravandosi della straziante responsabilità di chiedere di pagarne, vecchi e giovani, il necessario prezzo di lacrime e sangue.

Gaetano Arfè


* in "Lettera ai Compagni", novembre-dicembre 2003, ora in Gaetano Arfè, Scritti di Storia e Politica, a cura di Giuseppe Aragno, La Città del Sole, Napoli, 2005, pp. 377-387

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