Racconti Dove hai messo radici lasci sempre qualcosa di te stesso e i distacchi sanno essere spesso dolorosi. La "promozione sindacale" a responsabile di zona mi strappò alla Siberia dopo quindici anni di sogni, speranze e delusioni. Come spesso accade, però, le "terre di confine"ti entrano nel sangue e, quando te ne vai, ti smarrisci, come a mare talvolta, se una nebbia improvvisa cancella le luci del porto nel buio della notte. "/>
Il diavolo davanti a una chiesa
Giuseppe Aragno - 05-08-2008
Dallo Speciale Racconti



Dove hai messo radici lasci sempre qualcosa di te stesso e i distacchi sanno essere spesso dolorosi. La "promozione sindacale" a responsabile di zona mi strappò alla Siberia dopo quindici anni di sogni, speranze e delusioni. Come spesso accade, però, le "terre di confine" ti entrano nel sangue e, al momento di andartene, ti smarrisci, come a mare talvolta, se una nebbia improvvisa cancella le luci del porto nel buio della notte.
Il sindacato non era lontano dalla mia Siberia: dieci piani moderni e funzionali nel cuore del degrado, tra lo squallore degli albergucci ad ore, i segreti sordidi del malaffare e lo sguardo rassegnato degli immigrati. Maria e Clara mi aspettavano nell'atrio chiacchierando.
- La disperazione è sempre uguale a se stessa ovunque la incontri - fece Maria appena m'ebbe a tiro - ma qui, fuori del sindacato, è come trovare il diavolo davanti a una chiesa.
Clara la guardò di sbieco, ma tirò fuori dal viso tondo e olivastro un malcerto sorriso e si affidò all'ironia:
- Coraggio, compagni, muoviamoci. E ricordate, da oggi siamo soldati della guerra sociale. Qui si lotta ogni giorno contro l'abiezione che abbiamo attraversato.
Maria si aggiustò sulle spalle con grazia poco convinta la blusa insidiata dal peso della borsa a tracolla piena zeppa di circolari, opuscoli e tessere da consegnare, e si avviò decisa agli ascensori.
- Dove si va? - chiese col dito sulla pulsantiera un tipo bruno e tarchiato, entrato con noi all'ultimo momento.
- Terzo piano, rispondemmo in coro.
- Ah! La scuola... categoria di lotta -commentò l'uomo quasi sillabando.
La battuta suonò stonata, ma Clara rise e sembrò dargli ragione. Uscendo, Maria urtò con la sua borsa ingombrante lo sconosciuto sindacalista e lo spinse di lato senza scusarsi:
- Caro lottatore, se ti togli di mezzo, la scuola va al lavoro.
Le porte si chiusero sul viso stupito dell'uomo e Clara guardò Maria scandalizzata:
- Quello, se non lo sai, è un segretario confederale!
- Anche se fosse il padreterno - replicò Maria - quello è un idiota matricolato!
Presto fu chiaro: la scuola non era in cima ai pensieri del palazzo. Carla nicchiò, indugiò, si barcamenò e trovò, infine, che andava tutto bene. Io e Maria azzardammo critiche timorose che la malizia dei vecchi sindacalisti affidò con prontezza alla graticola del dubbio.
- Prima di giudicare, compagni, riflettete. Quanto può contare qui, in una struttura confederale, una categoria che ha scarsa coscienza sindacale?
Scambiando il silenzio col consenso, Achille incalzava, quasi compiaciuto di ascoltare se stesso:
- E quanto pesa la struttura di classe sull'incerta sindacalizzazione della scuola?
Qui Maria spegneva bruscamente il sorriso furbo sul viso di Achille:
- La litania sociologica sugli insegnanti "vestali della classe media" appartiene ormai alla preistoria!
C'era poco da fare, Achille non riusciva a conquistarla.
- Lo conosco da una vita - raccontava Maria - e a volte mi fa persino tenerezza, ma non c'è santo che tenga, recita, fa la "vecchia volpe" e invece lo sa: da quando Roma l'ha rispedito a Napoli, è un "cavallo di ritorno", uno di quelli sui quali non si punta più. Ha fatto l'irriducibile per anni, poi s'è piazzato nel sindacato, s'è "calmato" e ora ti fa la lezioncina sul "buon dirigente". Per me ha problemi di coscienza: parla a noi, ma vuole convincere se stesso.
Non so se la lettura freudiana fosse giusta, ma era vero, Achille si atteggiava a maestro:
- Per carità, - diceva - i ribelli sono figure romantiche e sanno incantare, ma alla resa dei conti perdono la partita. Il sindacato è scuola rigorosa. Se ce l'hai nel sangue, capisci al volo e addio rivoluzione. Naturalmente questo dà fastidio e c'è chi sputa veleno: Achille recita! Oggi fa l'estremista, domani il moderato, ma s'interessa solo di ciò che ottiene in cambio... Miserie umane. La verità è che io sono stato al passo con la storia: un lottatore quando il sindacato era di lotta, un dirigente serio oggi che il "muro contro muro" ha fatto il suo tempo. Se il sindacato che concerta è ora il mio sindacato, la ragione è chiara: la mediazione è l'abbiccì di chi ha sperimentato i limiti della lotta.
Agile, dinoccolato, occhi luciferini e parola tagliente, Achille s'era fatto notare per la prontezza nel botta e risposta nello scontro con i lavoratori esasperati ed era giunto a Roma come un astro nascente. A sentir lui, era tornato a Napoli perché non ne poteva più della vita che gli imponevano: sempre su un aereo, sempre nell'occhio del ciclone.
- Uno zingaro - ricordava - un moto perpetuo. La mattina a Milano, la sera a Palermo con la valigia pronta per Cagliari e il matrimonio che andava a puttane perché, ricordatelo, se volete far carriera dovete fottervene della famiglia.
- Io non sono sposata - replicava ironica Maria. E lui di rimando:
- Lo so che sei zitella! Però, se tra quelli con cui vai a letto ce n'è uno con cui vorresti vivere una storia, è meglio che lo sai, nemmeno quello potrai fare.
- Sei un uomo di una finezza che incanta - ironizzava Maria, mentre Achille, convinto che la sua esperienza personale rappresentasse il vademecum del buon sindacalista, tra parolacce e riflessioni raccontava la sua storia.
- Pensavano di sfiancarmi - ricordava con tono di sfida - ma ci vuole ben altro. Di fronte a una piazza in subbuglio io faccio come Ferrer: "Adelante Pedro". Ragiono, rifletto, vado avanti, però sto in guardia e cerco di mediare: "Adelante Pedro, si puedes, ma con judicio".
Tirava il fiato, compiaciuto per la contaminazione tra Manzoni e la vita sindacale, guardava me e Maria coi suoi occhi febbricitanti, poi riprendeva senza badare al nostro ostinato silenzio.
- Gli ho insegnato che un sindacalista vero non s'innamora dell'impossibile, non è radicale per convinzione, né moderato per principio e, quando la lezione è finita, ho salutato la compagnia ed eccomi qua. La carriera non m'interessa. Anche questa è stata una bella lezione. So tornare indietro, io, e l'ambizione non mi abbaglia. Al primo posto ho messo sempre gli affetti e gli interessi veri. Ricordatelo anche voi: per fare i sindacalisti non basta avere testa e fegato. Quello che conta è rimanere se stessi. Fino in fondo.
Gli occhi d'un tratto cupi non parevano però quelli di un vincitore e, a dar retta a chi lo conosceva, le cose non stavano esattamente come le raccontava.
Piccolo, elegante, bruno e troppo giovanile per i suoi sessant'anni, Paolo nascondeva a stento un'antipatia viscerale per Achille e ce l'aveva a morte con gli ex comunisti, che, secondo lui, "avevano tessuto coi magistrati una congiura a danno dei socialisti". Come voleva la prassi, Paolo dava alle sue confidenze il carattere rigoroso della riservatezza e la formula era quella di rito: "ora che siamo soli". Spesso, quando Achille non c'era, si lamentava:
- Tutti così. Più tempo passa, più sono disposti a rinnegare la loro storia. Te lo dico in confidenza, ora che siamo soli - proseguiva - e credimi: Achille mi fa pena. E' come un pugile suonato. Lo vedi anche tu. Non ha la tempra del dirigente nazionale. L'hanno mandato a Roma, s'è illuso, ha deluso e alla prima occasione eccolo rispedito al mittente. Lui, poverino, s'è barcamenato in cerca di alleati: intransigente se stava con gli ex comunisti, riflessivo quando se la faceva coi moderati, ha provato a fare il furbo, ma ha stancato tutti e l'hanno impallinato. "Fai il jolly" - gli hanno detto - ma era una vita da zingaro e non ce l'ha fatta. Prima o poi finirà male, vedrete. Qui ormai contano molto su te e su Maria. Stammi a sentire. State lontani da Achille se non volete bruciarvi.
Più sottile era Giovanni, l'instancabile responsabile della consulenza, che aveva la fatica eternamente dipinta sul viso sottile e la spalla destra un po' più bassa e curva della sinistra, deformata probabilmente dal peso dell'inseparabile borsa di cuoio. Era quello il suo tesoro, la borsa, il pozzo senza fondo da cui tirare fuori tabelle per le pensioni, circolari, ordinanze e leggi meticolosamente chiosate per motivare ricorsi, produrre pareri e gestire la folla di iscritti che affollava l'ufficio consulenza. Una folla che raccontava torti e ragioni e gli chiedeva, come si fa con gli sciamani, il rimedio per ogni male, la rivalsa per gli abusi subiti e la scappatoia per non rendere conto delle prepotenze commesse. Antonio ascoltava impassibile, stringeva gli occhi indecifrabili, valutava il lecito e l'illecito e alla fine trovava i rimedi: vie legali per i torti subiti e, per le scappatoie, il canale sotterraneo degli amici potenti.
- Un incantatore - commentava Paolo - Gli iscritti lo seguono con un rispetto che somiglia molto alla devozione. Il guaio è che, se qualcuno sfugge allo zufolo che affattura i serpenti, impara sulla sua pelle: il pifferaio non gradisce il dissenso e diventa nemico spietato.
Maria ammirava Giovanni senza riserve. Solidarietà e spirito di servizio erano al vertice della sua scala dei valori sindacali e non sopportava i discorsi di Paolo.
- Giovanni è da solo gran parte del sindacato scuola. - ribatteva - Come faremmo senza di lui?
- Senza di lui, cara mia, voi due sareste certamente più autonomi - rispondeva Paolo con un moto di stizza. Maria però non si arrendeva:
- Sarebbe ora che la piantassi con queste tue sibilline insinuazioni!.
- Insinuazioni sibilline? - s'indignava Paolo - Sei tu che non vuoi capire. Ora che siamo noi tre soli vi dico come stanno le cose, poi regolatevi come vi pare. Giovanni possiede il patrimonio pressoché esclusivo delle informazioni e, qui tra noi, in un mondo che stenta a decollare col computer, fa quello che vuole. Indirizza gli amici per la via dritta e mette su quella storta i rari "nemici" che non stanno al gioco, gli inconsapevoli amici dei suoi nemici e, per misura di prudenza, chiunque non mostri un'amicizia pubblica e deferente!.
Se quello che sosteneva Paolo era vero, tutto accadeva nell'ombra. Alla luce del sole, nella stanza affollata della consulenza, nella fila che puntualmente aspettava nel corridoio, Giovanni era il militante vero, l'uomo che non chiedeva mai nulla per sé. Gli bastavano il buon nome e la voce che correva: "Giovanni è geniale... Giovanni non sbaglia mai... Giovanni è solidale... Giovanni... Giovanni... Giovanni ...".
- Nei giorni di consulenza è un coro, - commentava Paolo stizzito - ci manca poco e poi lo fanno santo. E lui non si schiva, non chiede misura, non pone limiti al processo di beatificazione...
Se una goccia perfora una roccia, un dubbio può sgretolare una certezza e quando una verità si fa strada nella tua mente, non riesci a tacere. Un giorno in cui Paolo tornava sulla storia della beatificazione, l'osservazione mi venne spontanea e, più che a Paolo, parlavo probabilmente a Maria:
- Il guaio è che, invece di informarci, invece di aiutare i responsabili di zona a sostenere le lotte dei lavoratori sul territorio, Giovanni tiene per sé suoi segreti...
Maria, sconsolata, non poté evitare di far cenno di sì con la testa e Paolo non perse l'occasione:
- Tiene per sé tutto, cavilli vincenti, novità clandestine filtrate da segrete stanze ministeriali e le "soffiate" illuminanti degli uffici periferici.
- Ma perché dovrebbe farlo? - chiese Maria con un filo di voce. Più che protestare, però, pareva cercasse conferma ad una risposta che già conosceva. Paolo non esitò.
- Perché dovrebbe? Perché così controlla facilmente il Comitato Direttivo, apre vertenze se la controparte non ripaga l'avere col dare, o se gli torna utile trasformare un fatto personale in una "grande questione sindacale".
Stavolta Maria non se ne andò sbattendo la porta e non troncò la discussione, come avrebbe fatto poco tempo prima.
- Questo è un processo - si limitò ad osservare debolmente - e l'imputato è assente.
Paolo, però, incurante delle sue parole, proseguì la requisitoria.
- Per favore, piantatela di mettere la testa nella sabbia. Siete qui in pianta stabile da mesi! Per conservare un potere fondato sul monopolio delle informazioni, Antonio ostacola la formazione dei quadri e si sforza di emarginare chiunque abbia numeri per fargli ombra. Maria ha ragione, senza di lui la consulenza si inceppa, ma questo serve all'incantatore per ammaliare i serpenti. Negli organismi dirigenti, le rare e timorose critiche al comportamento del santo si scontrano con la fede granitica dei credenti e, quando non portano alla scomunica, passano per invidiosi pettegolezzi. Convincetevi. La forza di Giovanni è la debolezza del sindacato.
Se lo scopo di Paolo era stato quello di metterci una pulce nell'orecchio, l'intento era raggiunto. Da tempo i comportamenti di Giovanni passavano al vaglio di un'attenzione quasi morbosa e, ognuno per suo conto, sia io che Maria c'eravamo fatti unopinione decisamente negativa. Mancava solo che l'uno comunicasse all'altra le sue conclusioni. Fu Maria a farmi notare per prima che, se Paolo aveva almeno motivato "politicamente" il giudizio espresso sul responsabile della consulenza, Antonio, utilizzava contro Paolo, con frequente e immotivata cattiveria, la regola fissa della "discrezione:
- Dovresti sentirlo - mi disse una volta - basta nulla, un ritardo, un imprevisto ed ecco che comincia: "ora che siamo soli posso dirlo: nessuno organizza la disorganizzazione meglio di Paolo".
- Beh - le risposi - anche tu dovresti sentirlo, il tuo "infaticabile lavoratore", quando parla di Achille. Poche parole, ma gelide come una lama: "è un fallito, uno che non conosce se stesso e pretende di guidare gli altri".
Presto fu chiaro. Giovanni non ce l'aveva solo con Paolo e Achille, ma cercava di indebolire me e Maria per sostenere Clara, sempre pronta, del resto, a sintonizzarsi con l'uomo dallo zufolo magico che a lei, solo a lei, concedeva talora un qualche accesso ai preziosi segreti della consulenza.
- Meno sapete, voi tre, più da me dipendete. Questa è la regola! - s'era lasciato sfuggire una volta, rivolgendosi ai responsabili di zona, e la replica di Maria, che ormai non aveva peli sulla lingua, era stata una vera dichiarazione di guerra.
- Questa è la regola, certo. Ma ogni regola, ha le sue eccezioni e tu, distribuendo in maniera diseguale la ricchezza che possiedi, hai creato una scala gerarchica della dipendenza. E' vero, noi dipendiamo tutti da te; se però tu non ci sei o ti fai da parte, comanda chi ha più notizie e gli altri pendono dal nuovo oracolo. Con buona pace della solidarietà, dello spirito di gruppo e dell'impegno del sindacato "per tenere sempre più insieme tutela collettiva e servizi individuali agli iscritti". Lascio a te il compito di immaginare quanto tutto questo giovi al prestigio nostro ed a quello del sindacato nei posti di lavoro, dove ci scontriamo sempre più duramente con gente che non vuole più nemmeno lasciarci parlare.
Clara, che in apparenza non era stata chiamata direttamente in causa, non si scompose, né si schierò apertamente a favore del suo alleato, ma non rinunciò a fare la sua parte:
- Difficoltà con gli iscritti nei luoghi della produzione ne hai forse tu che ne parli. Io creo di continuo nuove sezioni sindacali.
Prima che Maria rispondesse, Antonio aprì la porta della stanza:
- E' l'ora della consulenza.
Gli iscritti entrarono fiduciosi, lui prese posto alla sua scrivania e io me ne andai via cupo e senza farmi notare. Fuori, come sempre, lo squallore degli albergucci ad ore, i segreti sordidi del malaffare e lo sguardo rassegnato degli immigrati Alzai il bavero della giacca, misi le mani in tasca e mi avviai. Faceva freddo e non riuscivo a fermare le lacrime. Sarà il vento, mi dissi, ma un sudore gelato prese a bagnarmi la fronte e il fiato si spezzò. Pensai di chiedere aiuto, mi appoggiai a un muro con la schiena e mi lasciai scivolare lentamente fino ad accovacciarmi, paralizzato dalla paura. Non so quanto tempo rimasi nel buio, col cuore in gola e gli occhi chiusi. So che una mano delicata e calda mi carezzò la fronte:
- Êtes-vous bien? - sentii e sollevai la testa
Chinata su di me, una ragazza di colore mi guardava coi suoi grandi occhi neri
- Bene sì - le risposi con un filo di voce e lentamente mi alzai. Sorrise, nella gonna corta che le fasciava i fianchi, e scosse la testa scherzosamente:
- Trop d'alcool, trop de douleur... Mieux une femme seigneur....
Sorrisi pallidamente, la seguii con lo sguardo mentre si allontanava ancheggiando e solo quando sparì nel buio mi decisi ad andare. La paura pareva passata.

...continua...

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